Gli avvenimenti che si susseguono in Medio Oriente non ci hanno di certo trovato impreparati. Da sempre (anche da prima del 1945, come si può vedere dalle pagine del nostro Prometeo, pubblicato negli anni tra i due conflitti mondiali), abbiamo indicato quell'area come una di quelle in cui le contraddizioni capitalistiche maggiormente si fanno sentire, esplodendo in maniera sempre più ravvicinata e violenta – come succedeva con i Balcani intorno alla Prima guerra mondiale. Un’altra zona di tensioni crescenti ha poi al proprio centro l’Ucraina: e così si può dire che un’unica faglia d’instabilità sociale e politica colleghi l’Europa al Medio Oriente.
Sotto la pressione della crisi mondiale del modo di produzione capitalistico, la situazione medio-orientale si fa, giorno dopo giorno, sempre più critica. La guerra fra Israele-USA e Iran, comunque si sviluppi nell'immediato futuro, ne è al contempo un sintomo e un fattore di accelerazione e aggravamento.
Lo Stato d’Israele svolge appieno la funzione e il ruolo che gli sono stati assegnati, nell'immediato secondo dopoguerra, dalle potenze imperialiste uscite vittoriose (USA e URSS in testa): quelli di gendarme armato, pagato e sostenuto dagli interessi del capitalismo mondiale, nel cuore di una regione gonfia di petrolio, gas e altre materie prime preziose, e crocevia di scambi internazionali. Da parte loro, le locali borghesie (arabe e non), laiche o bigotte, corrotte e reazionarie, pavide di fronte agli imperialismi più forti, non hanno fatto e non fanno che tenersi ben stretti i giacimenti dell'oro nero e seguire l'odore dei soldi: dollari, rubli, euro o yen non importa.