L'uccisione a sangue freddo, il 19 luglio, nel quartiere Pilastro a Bologna, di Abderrahim Fakir da parte di due sbirri, sotto gli occhi di alcuni infermieri che non hanno mosso un dito per fermare l'azione omicida, ha giustamente suscitato forte indignazione e rabbia, seguita dal contorno delle usuali squallide dinamiche più o meno pre-elettorali, caratteristiche della democrazia dittatoriale che domina ovunque, nel felice regno del Capitale. La lista dei morti per mano dello Stato, nelle più diverse situazioni e con i più diversi metodi, è lunga, anno dopo anno. Per restare a tempi recenti: Ramy Elgami, Abderrahim Mansouri, Michele Ferrulli, Igor Squeo, Andrea Soldi, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Luca Rossi... E scusate se abbiamo dimenticato qualcuno.
Mentre il conflitto USA-Israele-Iran assomiglia sempre più a un pantano da cui nessuna delle forze in gioco riesce per il momento a districarsi, se non attraverso ulteriori massacri di proletari e popolazioni in via di proletarizzazione (specie se il pantano dovesse ora allargarsi anche al Mar Rosso, come parrebbe mentre scriviamo), la “questione palestinese” è come ricacciata sullo sfondo. In realtà, è parte integrante del groviglio di un Medio Oriente disegnato dagli interessi imperialistici già alla fine della Prima guerra mondiale e ancor più dopo la fine della Seconda, e da allora mai pacificato – al contrario, sempre più insanguinato.