Il capitalismo e la sua organizzazione per Stati nazionali producono sempre e solo guerra: guerra tra i singoli capitali, guerra tra i singoli monopoli, guerra per il controllo dei mercati, guerra per il controllo delle materie prime e, sempre, guerra permanente contro la nostra classe proletaria, l'immensa schiera dei lavoratori dipendenti!
Il modo di produzione capitalistico è ormai da anni in una crisi di sovrapproduzione: troppe merci, troppi capitali non riescono più a garantire alle aziende il profitto aspettato, nonostante il disperato tentativo di aumentare i guadagni esaltando con ogni mezzo la “produttività”, l'apologia del consumo, l'inganno della speculazione finanziaria.
Di questi tempi (tempi duri, e sempre più lo saranno), si fa un gran parlare e scrivere di “giovani”. Se ne occupa un intero esercito di psicologi, pedagoghi, sociologi, statistici, sondaggisti, demografi, politici, giornalisti, e chi più ne ha più ne metta: l'esercito di tutti coloro che, dietro compenso, si prodigano per fare la respirazione bocca a bocca a un'ideologia pur sempre dominante, ma retrograda, asfittica e agonica, tanto quanto lo è il sistema economico-sociale che la produce. Parlano e scrivono di “disagio giovanile”, di “ritiro sociale” (hikikomori, lo chiamano in Giappone), di “Generazione Z” (come dire: “Dopo di loro, il diluvio”). E passano dalla stupefatta preoccupazione per ogni manifestazione di violenta irrazionalità, distruttiva e/o autodistruttiva, che coinvolge e travolge qualche adolescente, al retorico e ipocrita entusiasmo quando “i giovani” sembrano uscire dal vicolo cieco dell'isolamento e dell'apatia per... andare a votare, come qualche mese fa è successo in Italia e Ungheria: il “partito dei giovani”, l'hanno chiamato – ohibò, lì c'è un bel pacchetto di voti da tenere in caldo, per indirizzarli poi verso il nazionalismo, la difesa della Patria, l'intervento in guerra. Sempre naturalmente in nome di Santa Democrazia...