DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

 

(« Il Soviet », n. 27 del 29.6.1919)

 

Questo articolo mette in chiara luce la impostazione della battaglia che sarà data al congresso di Bologna per affermare il contrasto tra l’adesione al programma storico della dittatura proletaria e l’elezionismo parlamentarista.

Gli sviluppi storici posteriori spiegheranno il fatto, che ancora oggi gli opportunisti di ogni risma invocano, della accettazione da parte di Lenin e del II Congresso dell’Internazionale Comunista del metodo parlamentare, in un senso però diametralmente opposto a quello che trionfò in Italia nel 1919, e peggio nei tempi presenti.

 

 

 

Mentre da una parte molti compagni cominciano sventuratamente a polarizzare la loro attenzione verso le prossime lotte a colpi di scheda, dall'altra parte si diffonde nelle file del Partito la corrente avversa alla partecipazione alle elezioni, e si insiste da ogni parte sulla necessità del Congresso Nazionale.

La Direzione però non si pronuncia, e mentre le elezioni si approssimano, la convocazione del Congresso viene sempre più dilazionandosi.

Noi vogliamo rilevare che, in una lettera ai lavoratori d'Europa apparsa sulla «Riscossa» di Trieste, il compagno Lenin scrive, tra le altre cose interessanti: «... Vi sono oggi uomini come Maclean, Debs, Serrati, Lazzari, ecc. i quali comprendono che bisogna farla finita col parlamentarismo borghese… [Censura di Trieste]».

Dopo questa considerazione, che è logicamente desunta dalla adesione data dal nostro partito alla III Internazionale, Lenin scrive:

« Il parlamento borghese, anche nella repubblica più democratica, non é altro che una macchina di oppressione contro milioni d'operai costretti a votare le leggi che altri fanno a danno loro. Il socialismo ha ammesso le lotte parlamentari unicamente allo scopo di usare la tribuna del parlamento a scopi di propaganda fino a tanto che la lotta dovrà svolgersi necessariamente entro l’ordine borghese».

Anche qui la censura interrompe lo scritto. Ma, aggiungiamo noi, la lotta del proletariato é internazionale, e la tattica d'esso, come chiaramente è detto dal programma di Mosca accettato dalla nostra Direzione, é internazionalmente uniforme. Esistono già tre repubbliche comuniste, siamo dunque nel pieno corso storico della rivoluzione, fuori del periodo in cui la lotta svolgevasi entro l'ordine borghese.

Chiamare ancora il proletariato alle urne equivale a dichiarare senz'altro che non vi é nessuna speranza di realizzare le aspirazioni rivoluzionarie; e che la lotta dovrà svolgersi necessariamente entro l’ordine borghese. Il programma della dittatura proletaria, e l'adesione alla III Internazionale, la Direzione se li é dunque rimangiati col suo deliberato di partecipare alle elezioni. Come non vedere questa funesta contraddizione? Come non capire che dire oggi al proletariato «alle urne!» vuol dire invitarlo a disarmare da ogni sforzo rivoluzionario per la conquista del potere?

Noi gridiamo a gran voce: Il Congresso! Il Congresso! Così non si va avanti. E mentre la borghesia si accinge a iugulare le repubbliche soviettiste, cadono le illusioni di quei nostri compagni faciloni, che pur essendo convinti rivoluzionari, credendo sterili le discussioni programmatiche e teoretiche (orrore!) se la cavano col dire: tanto alle elezioni non ci si arrivai. Amici pratici: alle elezioni ci si arriverà, e mentre il sacrificio e l'onore di salvare la rivoluzione resterà tutto ai proletari russi e ungheresi che versano senza rimpianto il proprio sangue, fidando in noi, noi condurremo al simposio montecitoriale un centinaio di onorevoli eroi della incruenta pugna elettorale, nell'allegro oblio d'ogni dignità e d'ogni fede che danno le orge schedaiole.

Si riuscirà a scongiurarlo?

 

 

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