DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Gli avvenimenti di Siria, dando un nuovo e serio colpo al pan-arabismo e ancor più (giacché il primo era comunque un'aspirazione lontana) alla tante volte proclamata solidarietà araba, ha fornito l'ennesima conferma della impossibilità, per le giovani borghesie uscite dai travagli della liberazione dalle forme più immediate di dominazione coloniale, di costruire assetti politici meno angusti dei confini politici «nazionali» di Stati che ricalcano le artificiose linee di frontiera imposte dal vecchio colonialismo.

Nessuno di questi tentativi, in particolare nel mondo arabo, è riuscito, nè riuscirà fin quando la spinta rivoluzionaria rimarrà chiusa entro i limiti di una prospettiva sociale borghese: si può anzi dire che nessun blocco di popoli e stati sia, fra quelli costituitisi di recente in organismi statali autonomi, più

diviso di quello che si chiama arabo; di nessuno si può dire che la solidarietà reciproca sia una frase più vuota.

L'Egitto aveva tentato, mediante la formazione di una repubblica egizio-siriana, di gettare un ponte verso il pan-arabismo; in realtà, aveva esportato in Siria il nazionalismo esagitato della sua borghesia, ed è d'altra parte ben noto che la ex-RAU guardava all'Iraq con profonda antipatia (ricambiata in pari misura da quest'ultimo), e che questo e quella non godono affatto della benevolenza degli altri potentati arabi del Vicino Oriente. Lo stesso potrebbe dirsi della Tunisia e del Marocco, sia nei loro rapporti reciproci, sia in quelli col moto algerino; e si potrebbe andare avanti con gli esempi - se ne occorressero ancora.

Non è soltanto il fatto che «Stati arabi» è un termine dietro il quale difficilmente si potrebbe scoprivi una realtà omogenea, tanto è stata diversa la storia, tanto è diversa la presente composizione etnica dai diversi enti nazionali; ciò avrebbe un'importanza relativa, o non re avrebbe nessuna, se al suo posto non vi fosse la realtà di borghesie unite bensì da interessi negativi di classe, ma divisi da interessi positivi, economici, politici, mercantili, di prestigio ecc. La borghesia non può dare nulla più dello stato nazionale (e anche questo, con tutte le riserve del caso): il suo limite è lì e, quando pare ch'essa lo superi, getta in realtà il seme di nuovi e più aspri contrasti di stato e di nazione. Solo il proletariato reca nelle sue condizioni di esistenza, e nell'ideologia del suo partito, i presupposti del superamento delle barriere nazionali: solo le rivoluzioni coloniali in cui esso sia presente come forza indigena e come forza mondiale possono andar oltre il traguardo dei «confini maledetti».

Nel caso Siria-Egitto, la vicenda si conclude col crollo di tre miti: quello della solidarietà araba al disopra dei confini nazionali, quello della stessa solidità dello Stato nazionale egiziano, quello infine del suo «grande capo». Una volta di più, gli altari eretti agli individui, ai «grandi», ai «migliori», cadono in frantumi.

 

«Il Programma Comunista», 4 ottobre 1961, N.18

INTERNATIONAL COMMUNIST PARTY PRESS
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