DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.
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Alcune precisazioni su “marxismo ed economia di guerra”

1. La sorpresa degli "intelligentissimi" analisti borghesi e intellettuali piccolo-borghesi
Mentre gli "intelligentissimi" analisti al servizio della borghesia, seduti nelle loro redazioni, negli scranni accademici, nei salotti dei talk-show e nei ben remunerati think tank, si scoprono improvvisamente sorpresi dalla tendenza alla guerra, e quindi dalla militarizzazione dell'economia e dall'impennarsi delle spese belliche – come se si trattasse di un fenomeno inaudito, di una novità assoluta che nessuno avrebbe potuto prevedere – , noi comunisti, da sempre accusati di "vivere fuori dal mondo", di essere "astratti", "dogmatici" e "fuori dal tempo", non abbiamo avuto bisogno di aspettare le elucubrazioni dei professoroni per comprendere la realtà.

Abbiamo sempre saputo, da più di un secolo e mezzo, che la guerra non è un incidente di percorso, o il frutto di "tensioni geopolitiche" staccate dall’economia, o la conseguenza di "cattivi governanti", di “innata sete di potere” o di "malintesi e incidenti diplomatici". La guerra è una necessità immanente del modo di produzione capitalistico, e lo abbiamo sempre affermato, anche a costo di essere presi per matti! Non c'è bisogno di contributi di intellettualoidi piccolo-borghesi à la page per comprendere questo meccanismo: anzi, la loro perenne "sorpresa" di fronte all'ennesima guerra imperialista, la loro incrollabile fede in un capitalismo che "si può riformare", che "può essere buono e pacifico", sono la riprova più lampante della loro cecità di classe. I fatti materiali – quelli che noi registriamo scientificamente, senza bisogno di "nuove teorie" o di "aggiornamenti" della dottrina – non hanno fatto altro che confermare la teoria marxista: "Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali, al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Analizza, confronta e commenta i fatti recenti e contemporanei. Ripudia l'elaborazione dottrinale che tende a fondare nuove teorie o a dimostrare l'insufficienza della dottrina nella spiegazione dei fenomeni. […] I fatti materiali non hanno che confermato la dottrina del marxismo rivoluzionario" [1].

2. La guerra come necessità immanente del capitale: la parola ai nostri maestri
Per i marxisti, la tendenza del capitale alla guerra è sempre stata una verità elementare, espressa con chiarezza adamantina: si potrebbero riempire intere pagine sulla inevitabilità della guerra e quindi sull’intervento dello Stato in economia, di cui l’economia di guerra è solo una forma particolare: "La concorrenza è l'espressione più completa della guerra dominante di tutti contro tutti nella moderna società borghese. Questa guerra, guerra per la vita, per l'esistenza, per ogni cosa, quindi in caso di necessità una guerra per la vita e la morte"[2]. La guerra qui non è una metafora: è la logica stessa del sistema, che si manifesta come conflitto sociale e come competizione economica, e che nelle fasi di crisi acuta si trasforma in guerra militare. L’imperialismo, poi, con la tendenza ai monopoli, non ha negato la concorrenza, ma l’ha trasferita a un livello superiore, mondiale, di guerra tra Stati capitalistici e poli imperialistici. I "brillanti" analisti borghesi, che credono di poter "regolare" la concorrenza, di poter "governare" il capitalismo e trovare un equilibrio delle “tensioni geopolitiche”, di poter "civilizzare" la guerra, non hanno mai capito questa verità elementare: la concorrenza è già guerra. 
Engels, ovviamente, non si limitò a una constatazione teorica. Nel 1887, con una lucidità che i "più grandi strateghi" delle cancellerie occidentali non hanno mai eguagliato, scrisse: "E, infine, l'unica guerra che resta alla Prussia-Germania sarà una guerra mondiale, una guerra mondiale, inoltre, di un'estensione e una violenza finora inimmaginabili. Da otto a dieci milioni di soldati si sgozzeranno a vicenda e, nel farlo, spoglieranno l'Europa più di uno sciame di locuste. La devastazione della Guerra dei Trent'anni condensata in tre o quattro anni ed estesa all'intero continente: carestia, malattie, la caduta universale nella barbarie... Una sola conseguenza è assolutamente certa: l'esaurimento universale e la creazione delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia" [3]. 
Questa previsione scientifica, formulata quasi trent'anni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, è la prova che il marxismo non è una dottrina che si limita a commentare gli eventi a cose fatte, ma una scienza di classe capace di leggere le tendenze profonde del capitale e di prevederne gli sviluppi catastrofici... per poter intervenire nella storia con volontà rivoluzionaria. Gli intellettuali borghesi, dal canto loro, furono sorpresi anche da quella guerra. Lenin, restaurando il marxismo dopo la degenerazione opportunista e sviluppandone l’analisi, scrisse: "La guerra non scoppia per caso, non è un 'peccato'... ma una tappa inevitabile del capitalismo, una forma della vita capitalistica" [4]. E nella “Prefazione all'edizione francese e tedesca” de L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, scrisse: "Questa sintesi dimostra che le guerre imperialistiche sono assolutamente inevitabili in un sistema economico siffatto, finché esiste la proprietà privata [di classe n.d.r.] dei mezzi di produzione". La Sinistra comunista “italiana”, fedele a questa tradizione, affermò che il proletariato non ha nulla da difendere in una guerra imperialista, perché essa è solo lo sbocco violento delle contraddizioni del capitale. Nessun "interesse nazionale", nessuna "democrazia da difendere", nessuna "patria" vale il sangue di un proletario. Il proletariato non ha patria, tantomeno democratica, visto che il fascismo è ormai, da più di un secolo, la sostanza politica di ogni forma politica nella fase imperialista, putrescente e distruttiva, del capitalismo. "Il partito rivoluzionario di classe è solo a intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l'organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista." [5]

3. L'intervento dello Stato e il debito pubblico: una costante storica del capitale
L'intervento dello Stato in economia attraverso il debito pubblico non è affatto una novità del Novecento keynesiano o dell'economia di guerra a noi contemporanea. È una costante strutturale che accompagna il capitale fin dalla nascita, uno strumento di accumulazione del capitale, accentuazione e accelerazione del meccanismo di estorsione di pluslavoro. Vediamone gli aspetti fondamentali.
Il debito pubblico come leva dell'accumulazione originaria. Marx individua il debito pubblico come uno dei metodi fondamentali con cui il capitale si costituisce originariamente: violentemente, con le espropriazioni, i saccheggi, lo sterminio e la riduzione in schiavitù di intere popolazioni, accanto al sistema coloniale, al protezionismo e alle guerre commerciali. “Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, etc... […] Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell'accumulazione originaria. Come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall'investimento industriale e anche da quello usurario" [6]. Il debito pubblico, strumento fondamentale dell’economia di guerra, dell’intervento dello Stato in economia e della militarizzazione dell’economia, è quindi connaturato al capitalismo: non è un suo "tradimento" o una "distorsione", non è un meccanismo di violazione delle sue leggi: è uno dei suoi strumenti di formazione e di sviluppo. 
Marx osserva che il sistema del debito pubblico, iniziato da Venezia e Genova nel Medioevo, si generalizza in tutta Europa durante il periodo manifatturiero. Con la sua consueta caustica ironia, Marx aggiunge: "L'unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico” [7].
Lo Stato come "capitalista collettivo": l'analisi di Engels. Nell'Anti-Dühring, Engels sviluppa questa analisi, mostrando come lo Stato, qualunque sia la sua forma politica, sia sempre una macchina al servizio del capitale: "Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze collettive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice" [8].
L'intervento dello Stato, anche quando si presenta in forme democratiche, è sempre un intervento fascista nel senso proprio del termine: la dittatura di classe della borghesia che, attraverso il debito e la spesa pubblica, sostiene e potenzia il grande capitale. La proprietà statale può apparire come negazione dei meccanismi del capitale solo a chi si fermi all’apparenza del contrasto formale tra proprietà privata e capitalismo di Stato. Ma lo Stato capitalista è sempre il rappresentante della classe dominante, è il comitato d’affari della borghesia e, quando è necessario, si manifesta apertamente come capitalista collettivo, smette di fingersi un ente a tutela di interessi collettivi.
Nell'Anti-Dühring, Engels analizza anche il militarismo come prodotto del capitalismo e ne individua la logica distruttiva: "L'esercito è diventato il fine principale dello Stato, il fine in sé stesso; i popoli non esistono se non per fornire e mantenere soldati. Il militarismo domina e inghiotte l'Europa […] Ma questo militarismo porta in sé stesso anche il germe della propria distruzione. La concorrenza tra gli Stati li costringe, da un lato, a spendere sempre più denaro ogni anno per eserciti e marine, artiglieria, ecc., accelerando sempre più il loro collasso finanziario, e, dall'altro lato, a ricorrere sempre più estesamente al servizio militare obbligatorio universale, abituando così a lungo andare l'intero popolo all'uso delle armi". E ancora: "Il sistema degli eserciti permanenti è stato portato in tutta Europa a tal punto da dover o provocare una catastrofe economica per i popoli a causa delle spese militari, o degenerare in una guerra di sterminio generale" [9].

4. Il debito pubblico: non redistribuzione della ricchezza ma espropriazione di pluslavoro
Uno degli errori più diffusi della visione piccolo-borghese è definire il debito pubblico e la spesa statale in termini moralistici, come meccanismi di "redistribuzione della ricchezza sociale". Questa impostazione è profondamente errata e fuorviante. Il debito pubblico non è un meccanismo che "redistribuisce" una ricchezza preesistente e costante. I lavoratori senza riserve non hanno una ricchezza che gli possa essere espropriata. Il debito pubblico è uno strumento attraverso cui lo Stato crea capitale fittizio – un capitale fittizio che però può produrre profitto e rendita reali. Questo profitto viene reso possibile grazie all’investimento inziale dello Stato, che sarà ripagato dalle tasse, che graveranno sul lavoro, e dall'inflazione, che erode il potere d'acquisto dei salari. Il debito pubblico è quindi un'anticipazione sul plusvalore futuro: lo Stato si indebita oggi, e il debito verrà ripagato domani con il lavoro delle generazioni future. Non c'è "redistribuzione": c'è un'intensificazione dell'estorsione di pluslavoro, proiettata nel tempo. Credito sul pluslavoro futuro, capitalizzato oggi. 

5. La ricchezza nel capitalismo: appropriazione di classe del prodotto, delle merci, non "patrimonio collettivo"
La categoria di "ricchezza sociale" come un patrimonio collettivo da distribuire è un'invenzione del socialismo piccolo-borghese e del riformismo. La ricchezza nel capitalismo è l'insieme dei valori d'uso prodotti dal lavoro, che assumono la forma di merci e di cui si appropria prevalentemente la classe dominante. Non esiste nel capitalismo una "ricchezza sociale", tantomeno separata dal processo di produzione e sfruttamento. La ricchezza è pluslavoro oggettivato, ed è tale solo in quanto prodotta dal lavoro salariato e appropriata dal capitale. Marx non utilizza l'aggettivo "sociale" riferito alla ricchezza, ma piuttosto il termine “capitale sociale” come somma di tanti capitali, e non come bene collettivo. Ricchezza e capitale sono due cose diverse. Marx definisce il capitale come rapporto sociale, meccanismo di produzione che deve continuamente valorizzare il capitale esistente. “Ma il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale” [10]. Parlando del debito pubblico, Marx utilizza l'aggettivo "nazionale", non "sociale", per la “cosiddetta” ricchezza: "L'unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è... il loro debito pubblico". Quindi il debito pubblico è definito dal marxismo come una leva alla valorizzazione del capitale, alla estorsione di pluslavoro, non come una semplice redistribuzione della ricchezza, tantomeno di una fantomatica “ricchezza sociale”. Parlare di "redistribuzione" per descrivere questo meccanismo significa nascondere o non comprendere la sua vera natura (l'espropriazione anticipata di pluslavoro a vantaggio dell'aristocrazia finanziaria) e non comprendere come il capitale sia un processo dinamico, la cui condanna è dover crescere sempre! Certo, il risultato del meccanismo di estorsione di pluslavoro, stimolato e acutizzato dal debito pubblico, è la miseria crescente, ossia l’accumulazione di ricchezza ad un polo, inseparabile dalla miseria all’altro polo. Ma usare l’espressione "redistribuzione della ricchezza sociale" per descrivere il debito pubblico significa cadere in un equivoco teorico, che nasconde la natura di classe del fenomeno e illude la classe lavoratrice che vi sia, entro questo sistema, una ricchezza sociale da difendere: ossia, che sia possibile e sufficiente una diversa redistribuzione della ricchezza prodotta senza una soluzione rivoluzionaria, senza spezzare il meccanismo dell’estorsione di pluslavoro. L’illusione piccolo borghese di una diversa distribuzione della presunta ricchezza sociale, anche vista come soluzione della tendenza alla guerra (più pane e ospedali, meno armi), diventa quindi funzionale alla conservazione del capitale e del sistema di estorsione di plusvalore… in quanto agisce contro la prospettiva rivoluzionaria e la sua preparazione.

6. Lo Stato come "capitalista collettivo" e l'economia di guerra
L'economia di guerra, la militarizzazione dell'economia, l'intervento dello Stato in economia non sono "violazioni" delle leggi del capitale. Ne sono la manifestazione più coerente e spietata. "L'intervento statale nell'economia, lungi dal significare un assoggettamento del Capitale all'imperio di un preteso ente collettivo, rappresentante gli 'interessi generali'... costituisce la forma più acuta e spietata della manovra dei 'pubblici poteri' a difesa del Capitale" [11]. Lo Stato non è un arbitro neutrale che si pone al di sopra delle classi. È "un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese" (Manifesto del partito comunista, 1848). Nell'economia di guerra, questa funzione si palesa in modo brutale: lo Stato interviene come capitalista collettivo, garantendo con il debito pubblico e la spesa pubblica i profitti del grande capitale, specialmente dell'industria bellica. All’economia di guerra non si arriva per volontà malefiche o cattiveria dei dittatori, ma come controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto. L'economia di guerra non è semplicemente e metafisicamente uno "spreco" di ricchezza, né una "redistribuzione". È un meccanismo attraverso cui lo Stato, di fronte all’arrestarsi del processo di accumulazione del capitale, alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto, al crollo della produzione nei settori “civili e “pacifici”, è costretto a intervenire con controtendenze: crea capitale fittizio attraverso il debito pubblico, garantisce la realizzazione del plusvalore acquistando merci (armi, tecnologia, materie prime) dall'industria privata. stimola l'accumulazione in settori ad alta intensità di capitali, scarica il costo sui lavoratori attraverso tasse e inflazione, funge da disciplinatore del capitale nazionale costretto a confrontarsi nella concorrenza mondiale, mettendo in moto capitali immensi che nessun capitalista privato o società per azioni altrimenti potrebbe mobilitare. Lo Stato disciplina la concorrenza interna tra i vari capitali in funzione della guerra, ossia della concorrenza sul mercato mondiale.
“Il marxismo denunciava certi periodi di queste crisi capitaliste; si seguivano a distanze di dieci anni, si ripetevano a carattere sempre più accentuato e riusciva sempre più difficile il mettervi rimedio. Ora qui molto si potrebbe discutere, se volessimo seguire quelle che erano le linee dell'acutizzarsi generale della crisi capitalista e il prepararsi della catastrofe finale come venivano tratteggiate dalla critica economica marxista. Ma possiamo omettere questa esposizione, in quanto che ci troviamo di fronte ai fatti, che hanno nettamente confermate le previsioni catastrofiche del marxismo in ordine allo sviluppo del capitalismo borghese. Se ci addentrassimo, sulle orme di Marx, nell'analisi di quello che è il giuoco del capitale finanziario e di quel fenomeno che è stato chiamato imperialismo, noi vedremmo che la classe capitalista che è al potere ha cercato bensì di reagire alla condanna che le pesava addosso, ha cercato di eludere questa crisi finale, ma non ha potuto far altro che dilazionarla, rendendola più grave. La fase più recente, cioè l'imperialismo, ci mostra le coalizioni dei grandi capitalisti, i grandi trust, i grandi sindacati, direttamente appoggiati dal grande apparato degli Stati borghesi, che con la loro opera di compensazione colla conquista politica e militare dei mercati coloniali, cercano di neutralizzare la crisi capitalista” [12]… Novità del capitalismo di Stato? Novità dell’economia di guerra?
"Interventismo, dirigismo, gestione statale – queste che sono d’altra parte le classiche ricette di ‘risanamento economico e sociale’ del riformismo – sono aspetti comuni di ogni regime politico borghese nella fase di massima esasperazione dei suoi contrasti interni. […] il potere esecutivo, non contento di passare favolose ordinazioni di guerra alla industria privata e di affidarle ricerche ‘scientifiche’ lucrative, si incaricherà di costruire a sue spese nuovi stabilimenti che rivenderà a prezzo di favore dopo il conflitto ai grandi trusts, o provvederà, sempre coi ‘suoi’ soldi, a rinnovare l'attrezzatura di imprese private che, o per miopia o per insufficienza di capitali, non avrebbero potuto provvedervi per proprio conto […] l’intervento statale nell’economia, lungi dal significare un assoggettamento del Capitale all’imperio di un preteso ente collettivo, rappresentante gli ‘interessi generali’ di quell’altro ente collettivo astratto che è il ‘popolo’, costituisce la forma più acuta e spietata della manovra del ‘pubblici poteri’ a difesa del Capitale, e perciò del suo dominio ad opera di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati. ”[13]

7. La critica alle posizioni piccolo-borghesi
La visione piccolo-borghese della guerra è essenzialmente moralistica. Essa vede la guerra come uno "spreco" di risorse che potrebbero essere impiegate per fini sociali, e immagina che una diversa "redistribuzione" della ricchezza potrebbe evitare i conflitti e rendere il capitalismo "umano" e "pacifico". Questa impostazione è teoricamente errata e politicamente reazionaria per diverse ragioni. Non comprende la natura del capitale: il capitale non è una "cosa", un insieme di risorse, una ricchezza costante che si può redistribuire. Il capitale è un rapporto sociale di sfruttamento: finché esiste, esisterà la sua logica espansiva e distruttiva. Non comprende la funzione della guerra, che non è un incidente evitabile, ma una funzione strutturale del capitalismo, necessaria per distruggere il capitale in eccesso e per aprire nuovi spazi all'accumulazione. Sottende una soluzione illusoria: la "redistribuzione" della ricchezza – la semplice rivendicazione "più pane e meno cannoni" non è una soluzione se non è collegata alla prospettiva rivoluzionaria, ma un’illusoria riproposizione del capitalismo su basi impossibili. 
Non si può avere un capitalismo "buono" e "pacifico": il capitalismo è guerra, per sua stessa natura. La contraddizione reale, "sempre più acciaio e sempre meno pane", non si può risolvere con una semplice redistribuzione della ricchezza. Queste sono teorie piccolo-borghesi che non sanno nemmeno distinguere tra ricchezza e capitale e tengono in piedi il sistema di produzione capitalistico. Il marxismo non ci propone un capitalismo da salvare e rendere buono, senza contraddizioni: è la visione piccolo-borghese che implica un'analisi morale della guerra, come un presunto spreco di un’ipotetica ricchezza sociale, immaginata come ricchezza collettiva... In fondo, vuole salvare il capitale e la piccola proprietà. Il proletariato non ha niente da difendere, non ha proprietà o mezzi di produzione da salvare.
L'economia di guerra non è dunque mero “spreco” o “distruzione di ricchezza”. Altrimenti non si spiegherebbe come l'intervento dello Stato in economia, anche nella forma dell’economia di guerra, possa creare profitto. La guerra non è fatta solo con lavoro improduttivo: il militare che spara un proiettile, che non produce plusvalore; è fatta anche con lavoro produttivo: l'operaio che produce le armi genera plusvalore per il capitale. In questo senso, l'economia di guerra è un meccanismo che, attraverso la spesa statale e il debito pubblico, garantisce la realizzazione del plusvalore e crea le condizioni per una nuova accumulazione. Garantisce mercati di sbocco al capitale che si era impantanato nella palude del mercato “pacifico”. 
Il caso italiano, durante la Prima Guerra Mondiale, è esemplare: “La guerra fu, per l'economia italiana, un periodo di prosperità. Nonostante l'importanza del debito, la situazione finanziaria era buona, la circolazione fiduciaria e la situazione delle banche erano normali” [14]. La guerra non fu quindi un periodo di semplice “distruzione”, ma un vero e proprio boom economico per il capitale italiano, che realizzò profitti enormi grazie alle commesse statali. I nodi vennero al pettine dopo, con la crisi del dopoguerra – e il Biennio Rosso ne fu il riflesso sociale, nello scontro tra classi; ma durante il conflitto l'economia di guerra funzionò come un potente acceleratore dell'accumulazione. Lo stesso fenomeno si ripeté su scala molto più ampia con la Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti emersero dal conflitto come la potenza capitalistica dominante, trasformandosi da paese debitore al più grande creditore del mondo. Finanziata da un colossale debito pubblico, la guerra fu il motore che proiettò il capitalismo americano al vertice del sistema mondiale, facendone l’arsenale della democrazia fascista.
Questa capacità dell’economia di guerra di creare profitto e di rilanciare temporaneamente e localmente l'accumulazione non è un mistero per il marxismo. È la manifestazione più estrema, dialettica e non meccanica, della legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Quando il saggio medio di profitto crolla a causa dell'elevata composizione organica del capitale, il sistema deve trovare il modo di contrastare questa tendenza, e lo fa con l’intervento statale. La critica marxista a questa soluzione borghese non è morale, ma poggia sulle leggi economiche che contraddistinguono il capitalismo, comprese scientificamente. Le stesse controtendenze, l’enorme mobilitazione di capitali con intervento statale, infatti, per quanto possano funzionare temporaneamente e localmente, non fanno che esacerbare le contraddizioni che volevano risolvere: squilibrio tra capitale costante e capitale variabile, ossia esaurimento delle fonti del profitto (il capitale variabile), esasperazione della concorrenza sul mercato mondiale. 
È l’ennesima conferma del marxismo: l’unica soluzione per il capitale di fronte alle crisi è di cercare di rinviarle, creandone di più acute e profonde. A quel punto, resosi inutile anche l’intervento statale in economia, diventa necessario per il capitale distruggere valore, merci e mezzi di produzione in eccesso rispetto alle possibilità di valorizzazione di un capitale cresciuto troppo… per ristabilire le condizioni della redditività, ringiovanire i tassi di profitto e salvaguardare il suo sistema di produzione, il privilegio della classe dominante. La guerra è il mezzo più violento ed efficace per compiere questa distruzione: distrugge capitale in eccesso (fabbriche, macchinari, merci) e forza lavoro, riducendo la concorrenza e aprendo nuovi spazi per il capitale sopravvissuto. Lungi dall'essere un incidente, la guerra è la risposta necessaria del capitale alla propria crisi strutturale. “Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse” (Manifesto del partito comunista, 1848).
In definitiva, la visione piccolo-borghese che immagina una “redistribuzione” della ricchezza come soluzione alla guerra è illusoria e reazionaria: non si può avere un capitalismo buono e pacifico, perché la guerra è nel suo DNA. 

8. La sola soluzione possibile: la rivoluzione proletaria
Dunque, la prospettiva marxista non è moralistica: “Il marxismo non è pacifismo. È necessario lottare per la più rapida liquidazione della guerra. Ma la rivendicazione della 'pace' assume un significato proletario soltanto con l'appello alla lotta rivoluzionaria. Senza una serie di rivoluzioni, la cosiddetta pace democratica è un'utopia piccolo-borghese” [15]. Il marxismo non condanna la guerra in nome di un astratto pacifismo borghese. La analizza come un fenomeno di classe, come la continuazione della politica con altri mezzi, determinata quindi in ultima analisi dall’economia. La condanna dei comunisti rivoluzionari della guerra imperialista è politica e scientifica, perché la guerra imperialista è funzionale al dominio del capitale e quindi al macello della classe proletaria, considerata solo merce forza-lavoro in eccesso. La soluzione non è la “pace” predicata dai pacifisti, che è solo una tregua tra un massacro e l'altro, ma la guerra civile, la rivoluzione che distrugge il capitale e il suo Stato e spezza il circolo infernale da una guerra mondiale all’altra. L'unica soluzione è la rivoluzione proletaria che ponga fine al modo di produzione capitalistico e, con esso, al ciclo delle guerre. La guerra, il debito pubblico, la militarizzazione dell'economia non sono "errori" del capitalismo, “violazioni” delle sue leggi di funzionamento, “imprevisti”: sono sue espressioni necessarie. L'unica conseguenza certa della guerra mondiale è "l'esaurimento universale e la creazione delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia” [16]. 
Non c'è una "via d'uscita" all'interno del sistema. L'unica soluzione è la distruzione del modo di produzione capitalistico e la sua sostituzione con un'organizzazione sociale basata sulla produzione consapevole e pianificata dei bisogni umani: "Se non vincerà il socialismo, la pace tra gli Stati capitalistici significherà soltanto un armistizio, una tregua, la preparazione ad un nuovo massacro dei popoli"[17].
Non abbiamo un capitalismo da salvare e rendere buono. L’unica soluzione è di classe, è l’emancipazione del proletariato dal lavoro salariato e quindi dalle guerre. Solo la rivoluzione guidata dai comunisti può fermare la guerra imperialista – come la Rivoluzione russa del 1917, che pose fine al macello dei proletari e contadini russi nella Prima Guerra Mondiale. Il compito del partito comunista oggi è lo stesso di sempre: confermare la teoria marxista, dimostrare la sua inesauribile capacità di spiegare i fenomeni contemporanei, e preparare il proletariato alla sua missione storica – la distruzione del capitalismo e il passaggio al comunismo.
"Nessun movimento può trionfare nella storia senza la continuità teorica, che è l'esperienza delle lotte passate. I fatti materiali non hanno che confermato la dottrina del marxismo rivoluzionario" [18]. L'economia di guerra e la militarizzazione dell'economia che vediamo oggi non fanno che confermare l'analisi marxista: non c'è nulla di nuovo nei processi del meccanismo del capitale che possa confutare l'analisi marxista. Solo brillanti conferme.

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[1]     Da “Tesi caratteristiche del partito” (1951), ora in In difesa della continuità del programma comunista, Edizioni il programma comunista, Milano 1989, p.162.
[2]     Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), capitolo IV ("La concorrenza").
[3]     Friedrich Engels, Introduzione a Sigismund Borkheim, Zur Erinnerung für die deutschen Mordspatrioten. 1806-1807, 15 dicembre 1887.
[4]     Lenin, “La situazione e i compiti dell'Internazionale Socialista” (scritto nell'autunno del 1914, pubblicato sul Social-Demokrat il 1° novembre 1914).
[5]     “Natura, funzione e tattica del partito comunista” (1945), ora in In difesa della continuità del programma comunista, cit., p.142.
[6]     Karl Marx, Il Capitale, Libro I, capitolo XXIV ("La cosiddetta accumulazione originaria").
[7]     ibidem
[8]     Friedrich Engels, Anti-Dühring (1878), Parte III ("Socialismo"), Capitolo II
[9]     Friedrich Engels, Anti-Dühring  Parte II ("Economia politica"), Capitolo III ("Teoria della forza - Continuazione")
[10]     Il Capitale, libro III, sezione VII, I redditi e le loro fonti, capitolo 48, La formula trinitaria
[11]     “Il New Deal, o l'interventismo statale in difesa del grande capitale”, Prometeo, Serie II, n. 4/1952.
[12]     “Dall'economia capitalistica al comunismo”, Conferenza tenuta a Milano il 2 Luglio 1921, Libreria Editrice del PCd'I, Casa del popolo, Roma 1921; riprodotto in il programma comunista, nn.9-10/1979.
[13]     “Il New Deal, o l'interventismo statale in difesa del grande capitale”, cit. 
[14]     “La situazione politica”, in La Correspondance Internationale, n. 4, 2 febbraio 1923 https://internationalcommunistparty.org/index.php/it/archivio-2/raccolte-tematiche-99650?catid=391&id=3265:la-situazione-politica-a-bordiga-la-correspondance-internationale-n-4-2-febbraio-1923&view=article
[15]     Lenin, Il socialismo e la guerra (1915).
[16]     Engels, “Introduzione” a S. Borkheim, Zur Erinnerung fur die deutschen Mordspatrioten, cit.
[17]     Lenin, “Per il pane e per la pace”, 14 (27) dicembre 1917.
[18]     Tesi caratteristiche del partito (1951), cit., p.163.

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  • Gli avvenimenti in Palestina (Prometeo, n°132,1935)
  • Israele: Fraternità pelosa ( Il programma comunista, n°21, 1960)
  • Israele: Il conflitto nel Medioriente alla riunione emiliano-romagnola (Il programma comunista, n°17, 1967)
  • Israele: Nel baraccone nazional-comunista: vie nazionali, blocco con la borghesia ( Il programma comunista, n°20, 1967)
  • Israele: Detto in poche righe ( Il programma comunista, n°18, 1968)
  • Israele: Spigolature ( Il programma comunista, n°20, 1968)
  • Israele: Un grosso affare ( Il programma comunista, n°18, 1969)
  • Incrinature nel blocco delle classi in Israele(Il Programma comunista, n°17, 1971)
  • Curdi palestinesi(Il Programma comunista, n°7, 1975 )
  • Dove va la resistenza palestinese? (I)(Il Programma comunista, n°17, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (II)(Il Programma comunista, n°18, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (III)(Il Programma comunista, n°19, 1977)
  • Il lungo calvario della trasformazione dei contadini palestinesi in proletari(Il Programma comunista, n°20-21-22, 1979).
  • In rivolta le indomabili masse sfruttate palestinesi ( E' nuovamente l'ora di Gaza e della Cisgiordania)(Il Programma comunista, n°8, 1982)
  • Cannibalismo dello Stato colonialmercenario di Israele(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Le masse oppresse palestinesi e libanesi sole di fronte ai cannibali dell'ordine borghese internazionale(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • La lotta delle masse oppresse palestinesi e libanesi è anche la nostra lotta- volantino(Il Programma comunista, n°13, 1982)
  • Per lo sbocco proletario e classista della lotta delle masse oppresse palestinesi e di tutto il Medioriente(Il Programma comunista, n°14, 1982)
  • La lotta nazionale dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Sull'oppressione e la discriminazione dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°19, 1982)
  • La lotta nazionale delle masse palerstinesi nel quadro del movimento sociale in Medioriente(Il Programma comunista, n°20, 1982)
  • Il ginepraio del Libano e la sorte delle masse palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1984)
  • La questione palestinese al bivio ( Il programma comunista, n°1, 1988)
  • Il nostro messaggio ai proletari palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1989)
  • Una diversa prospettiva per le masse proletarie (Il programma comunista, n°5, 1993)
  • La questione palestinese e il movimento operaio internazionale ( Il programma comunista, n°9, 2000)
  • Gaza, o delle patrie galere (Il programma comunista, n. 2, 2008)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • A Gaza, macelleria imperialista contro il proletariato ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • Il nemico dei proletari palestinesi è a Gaza City ( Il programma comunista, n°1, 2013)
  • Per uscire dall’insanguinato vicolo cieco mediorientale (Il programma comunista, n° 5, 2014)
  • Guerre e trafficanti d’armi in Medioriente (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medioriente-Volantino (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • L’alleanza delle borghesie israeliana e palestinese contro il proletariato (Il programma comunista, n°6, 2014)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario  ( Il programma comunista, n°3, 2021)
  • A fianco dei proletari e delle proletarie palestinesi! ( Il programma comunista, n°5-6, 2023)
  • Il proletariato palestinese nella tagliola infame dei nazionalismi ( Il programma comunista, n°2, 2024)
  • Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese” ( Il programma comunista, n°4, 2024)
  • Gaza: nessuna illusione ( Il programma comunista, n°1, 2025)
  •   Opuscolo: “Medio Oriente: cronaca di una tragedia proletaria”