DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Imperialismo e guerra: sono ancora attuali? (dal nostro Kommunistisches Programm)

Nel suo L'imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916), Lenin descriveva lo sviluppo del capitalismo in senso imperialista e forniva inoltre gli strumenti teorici per affrontare la Prima guerra mondiale. La questione più dibattuta oggi è tuttavia: quell’analisi è ancora attuale? e che senso ha affrontare questo tema?

La borghesia ama fingere che l'imperialismo sia un concetto polveroso e superato e rifiuta la teoria dell'imperialismo di Lenin come obsoleta e errata. Tuttavia, l'imperialismo sta vivendo una nuova rinascita come termine morale di lotta da parte di coloro che si definiscono di sinistra, contro la politica aggressiva dei principali Stati imperialisti, nonché come insulto contro i concorrenti imperialisti della propria borghesia nazionale. Il quotidiano Die Welt del 23 settembre 2022 ha pubblicato un articolo dal titolo “Come Scholz ha ripreso un grido di battaglia di Lenin”. Commentando così il discorso dell’allora cancelliere all’ONU: “Ora egli mette in campo il concetto leninista contro la mobilitazione di Putin: 'Questo è puro imperialismo!’”.

Al di là delle diverse ideologie borghesi, a "sinistra" come a destra, incapaci di comprendere la realtà borghese-capitalista nella sua totalità e nella sua dinamica, arrivando al massimo a registrarne le manifestazioni superficiali, è necessario avere una chiara comprensione del funzionamento e dello sviluppo del capitalismo con le sue diverse fasi storiche. Solo così è possibile comprendere l'attuale sviluppo del capitalismo e le sue contraddizioni, crisi e guerre. Questo è un presupposto indispensabile per poter combattere il capitalismo e aprire una prospettiva rivoluzionaria, per non sprofondare nella palude della politica borghese e della complicità con essa. 

 

Lo sviluppo del capitalismo può essere suddiviso approssimativamente in tre fasi.

Nella fase iniziale, all'interno della società feudale sorsero le prime forme di economia capitalistica. L'enorme crescita delle forze produttive e l'industrializzazione accentuarono le contraddizioni sociali con i vecchi rapporti e la borghesia, allora ancora rivoluzionaria, si pose alla guida del giovane ordine sociale capitalistico ed eliminò il vecchio feudalesimo.

Seguì poi la fase di stabilizzazione, in cui il capitalismo prese il sopravvento sull'intera società dal punto di vista economico (formazione di un'economia nazionale, lavoro salariato) e politico (sviluppo degli Stati nazionali e del moderno sistema statale), modellandola a sua immagine.

La fase imperialista è caratterizzata dal fatto che il capitalismo si è inizialmente sviluppato pienamente negli Stati leader, mentre il resto del globo è stato sottomesso sotto forma di colonie. Chiamiamo quindi questa fase iniziale dell'imperialismo: “imperialismo coloniale”, ossia il periodo a cavallo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Ma in questo modo anche nei paesi coloniali viene introdotto il modo di produzione capitalistico. Il capitalismo, infatti, si caratterizza anche per il fatto che tende a conquistare tutto il mondo e imporre ovunque il suo modo di produzione. I movimenti anticoloniali erano espressione della lotta di emancipazione rivoluzionaria delle giovani borghesie, che purtroppo, a causa dell'indebolimento del movimento comunista mondiale, non ha potuto essere utilizzata come trampolino di lancio per la rivoluzione proletaria, ma ha portato solo alla creazione di nuovi Stati nazionali borghesi all'interno dell'ordine mondiale capitalista. Questo processo della fase rivoluzionaria borghese si è concluso negli anni '70 nelle ex colonie. Da allora, tutti gli Stati sono integrati nel sistema mondiale imperialista e possono agire in modo diverso a seconda della loro forza economica, politica e militare. La distinzione tra "Stati imperialisti" e "colonie" è diventata ormai obsoleta, anche se naturalmente ci sono Stati più forti che possono esercitare pressioni o dominare gli Stati più deboli nel sistema imperialista mondiale, attraverso rapporti di forza economici e quindi anche politici e militari diretti. Ciò non significa però che esistano Stati "buoni" più deboli e Stati "cattivi" più forti: il capitalismo, nella sua fase imperialista, ha perso ogni potenziale di sviluppo progressista, indipendentemente dal Paese in cui si trova.

 

Approfondiamo le caratteristiche del capitalismo imperialista

L'imperialismo è il capitalismo altamente sviluppato o "troppo maturo" (Lenin). Secondo Lenin, è possibile individuare cinque caratteristiche essenziali dell'imperialismo, che sono valide ancora oggi:

 

«1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica». Se guardiamo alla situazione attuale, possiamo constatare come ogni settore o ambito economico è dominato da poco più di una manciata di gruppi industriali e che la produzione è sempre più concentrata (si pensi, ad esempio, al settore IT o all'industria automobilistica, dove si assiste a continue fusioni e aggregazioni).

 

«2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria.» Tradotto in linguaggio moderno, oggi si parla di capitalismo guidato dai mercati finanziari. Ogni grande gruppo è quotato in borsa e deve garantire il rendimento corrispondente sui mercati finanziari. Le banche e gli investitori finanziari hanno ovunque una grande influenza o addirittura il controllo totale.

 

«3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci." Oggi questo sembra così banale che lo lasciamo così com'è.

 

«4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo». In effetti, le grandi multinazionali internazionali si dividono il mercato mondiale tra loro.

 

«5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche». Dopo la fine dell'imperialismo coloniale, non esistono più solo le vecchie grandi potenze. Tuttavia, è ancora vero che il mondo intero è diviso e non esiste un pezzo di terra "incontaminato" che non sia già integrato economicamente e politicamente nel sistema imperialista mondiale. Pertanto, qualsiasi tentativo da parte dei singoli Stati di espandere la propria sfera di influenza economica, politica o militare porta inevitabilmente a conflitti con altri Stati.

 

Mentre nelle sue fasi precedenti il capitalismo, nonostante tutte le crisi, aveva ancora un grande potenziale di crescita (l'industrializzazione non era ancora completata, il coinvolgimento di settori sempre nuovi della società come l'agricoltura, l'espansione del mercato mondiale), nella fase imperialista questo potenziale si sta esaurendo sempre più. Il risultato sono problemi economici e crisi sempre più profondi che lo Stato e il capitale devono affrontare. 

La Seconda guerra mondiale ha permesso al capitalismo, grazie alle innovazioni tecnologiche dell'industria bellica e alla massiccia distruzione di manodopera, merci e capitale in eccesso, un enorme boom economico, noto anche come "miracolo economico", che per un breve momento ha potuto suscitare l'illusione che potesse esistere un capitalismo senza crisi.

Dagli anni '70, con la fine del boom postbellico, il capitalismo si trova in una crisi strutturale. Tuttavia, non bisogna sottovalutare la capacità di adattamento e la forza innovativa del capitalismo: come è noto, chi viene dato per morto vive più a lungo. E sono state sfruttate tutte le possibilità per superare la crisi: i progressi tecnologici (basti citare l'intero sviluppo della microelettronica) e l'adattamento e il controllo flessibili dell'economia e della produzione (la fine di Bretton Woods, la deregolamentazione dei mercati finanziari e il trasferimento flessibile della produzione in paesi con salari più bassi) hanno dato ripetutamente un enorme impulso al capitalismo negli ultimi decenni e sono riusciti a respingere le crisi che si sono verificate nel breve termine. Tuttavia, la crisi non è stata eliminata, ma solo rinviata, e ogni ulteriore espansione e deregolamentazione del settore finanziario e flessibilizzazione della produzione ha ulteriormente aggravato i sintomi della crisi, che continuano a manifestarsi in modo sempre più evidente. E si potrebbe dire che la classe dominante sta lentamente esaurendo le ricette. Le possibilità di superare la crisi stanno diminuendo e, allo stesso tempo, tutte le contromisure adottate portano a un ulteriore aggravamento della situazione e aumentano il rischio di un'esplosione incontrollabile (ad esempio, inflazione dovuta a una politica monetaria espansiva, scoppio di bolle finanziarie, crediti inesigibili, crollo delle catene di produzione e maggiore pressione sul tasso di profitto generale).

Si può quindi affermare che imperialismo significa capitalismo altamente sviluppato. Le crisi distruttive e devastanti inerenti al capitalismo, già presenti ai tempi di Marx nel XIX secolo, diventano espressione di una crisi strutturale che si sta gradualmente trasformando in una crisi esistenziale del capitalismo.

Tutto ciò comporta una serie di ulteriori conseguenze. Gli interventi dello Stato per contenere la crisi assumono proporzioni enormi. Il discorso sulla "economia di libero mercato" non è altro che una frase vuota, dato che lo Stato imperialista controlla costantemente l'economia e interviene ovunque lo ritenga necessario (per citare alcuni esempi: la politica monetaria e dei tassi d'interesse delle banche centrali, le sovvenzioni a determinati settori economici, la promozione di nuove tecnologie, gli ingenti investimenti statali per sostenere l'economia in difficoltà e la reciproca liberalizzazione e, attualmente, la chiusura dei mercati attraverso dazi protettivi). L'interventismo statale significa sorveglianza, controllo e gestione dell'economia.

Con l'aggravarsi della crisi e il conseguente attacco generale alle condizioni di vita e di lavoro della popolazione proletaria (anche questo fa parte dei tentativi capitalistici di contenere la crisi), in cui è coinvolto non solo il capitale ma anche lo Stato, aumenta anche la necessità di difendersi da questi attacchi. Anche se non esiste una correlazione schematica tra crisi economica e crisi sociale, con l'aggravarsi della crisi la questione sociale torna ad assumere un ruolo di primo piano anche nelle metropoli. Lo Stato, in quanto rappresentante degli interessi capitalistici nazionali, deve adeguarsi a questa situazione e lo fa cercando di controllare le lotte della classe operaia e di contenerle in un quadro giuridico regolamentato (attraverso il diritto di sciopero, i sindacati e le istituzioni che sostengono lo Stato). Inoltre, l'apparato repressivo viene continuamente ampliato e perfezionato per essere pronto ad affrontare situazioni di lotte e rivolte incontrollabili e poter reagire con la forza. Questo potenziamento dell'apparato repressivo non si esprime necessariamente in violenza e oppressione dirette, ma nell'ampliamento del potenziale di minaccia e delle possibilità dello Stato. Laddove la minaccia più o meno aperta di misure di forza da parte dello Stato non è più sufficiente, lo Stato non esita a dimostrare la sua determinazione. E la violenza potenziale diventa violenza cinetica, attiva.

Non è un caso che il fascismo storico (soprattutto in Italia e Germania) sia emerso nella fase iniziale dell'imperialismo. Quest'ultimo ha infatti gettato le basi per l'interventismo statale, l'integrazione violenta della classe operaia e il moderno apparato repressivo statale, ereditati dalle democrazie del dopoguerra. Questo è ciò che intendiamo quando diciamo che la democrazia ha una sostanza fascista.

 

Imperialismo e guerra

Veniamo ora a un altro punto importante: i conflitti internazionali tra Stati e le guerre economiche, politiche e militari. Per gli ideologi borghesi e gli opinionisti, non sono le condizioni sociali ma l'individuo a essere responsabile dei mali della società. Se scoppia una bolla finanziaria, le cause non vengono ricercate nel capitalismo ma nei "manager avidi" o nelle "locuste"; se scoppiano guerre commerciali o conflitti militari, i colpevoli sono solo pazzi, dittatori e tiranni – ad esempio Trump o Putin – e non il sistema capitalista. Ogni superamento del capitalismo è visto ancora come inconcepibile: il capitalismo è l'unico sistema giusto e buono che possa esistere! In questa logica si inserisce perfettamente il fatto che l'imperialismo viene spesso ridotto alla spinta espansionistica bellica e sete di potenza di singoli paesi governati da tiranni.

Se però partiamo dal presupposto, come scritto sopra, che l'imperialismo significhi in definitiva "capitalismo in crisi", che nel capitalismo altamente sviluppato e maturo le possibilità di affrontare questa crisi siano sempre più scarse e che inoltre il mondo intero (tutti i mercati, le sfere d'influenza e i territori) è già suddiviso, diventa subito chiaro che tutto ciò non ha ripercussioni solo all'interno degli Stati nazionali (come descritto sopra), ma anche a livello internazionale, nelle relazioni tra gli Stati nazionali. I dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti sotto Trump e i tentativi di ricattare economicamente altri paesi possono essere interpretati solo come un disperato tentativo degli Stati Uniti di eliminare i concorrenti sul mercato mondiale e rafforzare la propria posizione, al fine di attenuare almeno la crisi per il capitale nazionale, scaricandola sui concorrenti. E allo stesso modo, con il progredire della crisi, ogni altro Stato cerca di affermare i propri interessi in modo sempre più spietato contro la concorrenza imperialista. La lotta diventa sempre più drastica e rompe anche le ex "amicizie", come possiamo osservare tra gli Stati Uniti e l'UE o anche all'interno dell'UE stessa. Ma deve anche essere chiaro che non si tratterà solo di "semplici" guerre commerciali: il prossimo passo sarà il confronto militare indiretto, poi quello diretto.

Lo sviluppo del conflitto in Ucraina ha sorpreso molti. Infatti, solo 20 anni fa le guerre venivano combattute principalmente nelle cosiddette periferie, mentre oggi vengono combattute direttamente nei centri imperialisti e con la partecipazione diretta delle grandi potenze imperialiste. I "tentativi di spiegazione", le "analisi" borghesi, sono cambiate ripetutamente durante la guerra, perché ogni tentativo di spiegare il conflitto nella sua totalità viene ogni volta smentito dalla realtà. Mentre in passato la nostra analisi secondo cui le condizioni capitalistiche stavano preparando una terza guerra mondiale era stata accolta da molti con scetticismo e derisione, oggi ciò non può più essere negato e viene ripreso anche dal cosiddetto mainstream borghese, anche se solo in modo superficiale. Nelle nostre analisi abbiamo sempre sottolineato e spiegato che è lo sviluppo imperialista nel suo complesso (il capitalismo altamente sviluppato con la sua crisi e i suoi problemi di valorizzazione) ad alimentare la dinamica bellica e che sono le condizioni stesse a preparare un nuovo massacro mondiale di proporzioni inimmaginabili. La guerra nell'imperialismo non è quindi un "incidente di percorso", ma parte integrante dello stesso: essa occupa un ruolo costante e centrale nell'imperialismo ed è inevitabile.

Se osserviamo l'attuale sviluppo sociale, vediamo che i politici borghesi hanno capito ciò che il sistema richiede loro:

- tutte le forze borghesi vogliono la guerra, perché in qualche modo sentono che nella fase attuale del capitalismo è inevitabile. Si preparano ad essa, lanciano campagne di riarmo senza precedenti, militarizzano l'intera società, passano a un'economia di guerra, trascinano tutti nel loro entusiasmo bellico, dai liberali ai conservatori, dalla "sinistra" alla destra. Sciovinisti e opportunisti di ogni colore si stringono la mano nel loro dovere autoimposto di difendere la patria e i fasti della Prima guerra mondiale tornano a galla. L'economia di guerra e la militarizzazione della società diventano una necessità per il capitale, perché tutte le risorse sociali devono essere mobilitate per la guerra. E infatti già durante la Prima guerra mondiale Bucharin scriveva: «La guerra moderna ha bisogno di più della semplice “dotazione” finanziaria. Una guerra di successo richiede che fabbriche e stabilimenti, miniere e agricoltura, banche e borse — tutto debba “lavorare” per la guerra. “Tutto per la guerra” è lo slogan della borghesia. Le esigenze della guerra e dei preparativi bellici imperialisti costringono la borghesia ad adottare una nuova forma di capitalismo, a porre la produzione e la distribuzione sotto il potere dello Stato, a distruggere completamente il vecchio individualismo borghese.»

Ma non si tratta solo della guerra in sé, che attraverso la distruzione massiccia di forza lavoro proletaria superflua, merci e capitali potrebbe avere il potenziale (come dopo la Seconda guerra mondiale) di dare al capitalismo malato un nuovo lungo slancio. Già il riarmo e la militarizzazione stessa, la disciplina della popolazione, la centralizzazione dell'economia e le immense spese militari dovrebbero – così vorrebbe la borghesia – stabilizzare l'economia in difficoltà e in crisi e la coesione sociale.

Lo Stato borghese, strettamente fuso con il capitale finanziario, nel capitalismo sviluppato è passato dall'essere un capitalista ideale a uno reale, sociale, che non solo crea le condizioni quadro, ma esercita anche un'influenza centrale sulla produzione attraverso regolamentazioni, sovvenzioni e anche direttive di economia di guerra. È l'ultima ancora di salvezza, anche economica, del capitale in crisi. La mancanza di opportunità di investimento redditizie per il capitale accumulato e la carenza di mercati di sbocco dovrebbero essere superate attraverso una pianificazione economica strategica. Fino a poco tempo fa, un motto centrale di questa pianificazione era il "Green New Deal", che mirava a creare nuovi mercati di sbocco sovvenzionati per prodotti apparentemente rispettosi dell'ambiente e ad aprire un vantaggio competitivo all'economia tedesca. Dopo che questo orientamento strategico è fallito, non da ultimo a causa della potenza economica cinese e sullo sfondo della nuova guerra in atto in Europa, la parola magica ufficiale è ora "economia di guerra".

Con investimenti miliardari, la Germania dovrebbe essere resa "pronta alla guerra". Entro il 2029, il bilancio della difesa dovrebbe salire a 153 miliardi, il triplo del valore del 2024. A ciò si aggiungono infrastrutture militari per oltre 70 miliardi. Queste spese comportano un enorme aumento del debito pubblico, che viene drogato da fondi speciali nebulosi e presentato come "normale" nonostante progetti di bilancio con deficit miliardari. Un tale potenziamento militare ha naturalmente bisogno di una forte minaccia di guerra dall'Est come giustificazione, alla cui realizzazione sta lavorando intensamente lo stesso governo federale. Allo stesso tempo, le spese per gli armamenti vengono presentate come un motore per l'economia. Il ministro dell'Economia Reiche parla in questo contesto di "un'opportunità economica e tecnologica" per la Germania, mentre anche gli economisti borghesi mettono in guardia da una "scommessa rischiosa con un basso rendimento macroeconomico" (così il professore di economia Tom Krebs, dell'Università di Mannheim).

Che ruolo gioca ora l'economia di guerra per lo sviluppo economico? Il capitalismo può superare la sua crisi economica con l’intervento statale? È innegabile che, in un contesto di mercati di sbocco sempre più ristretti e di mancanza di opportunità di investimento redditizie, la "normale" concorrenza capitalistica abbia lasciato il posto a una lotta senza esclusione di colpi con una componente militare. Non da ultimo, gli Stati Uniti sfruttano appieno il loro potere militare come fattore economico ricattatorio. Il riarmo funge da catalizzatore del loro potere economico, anche se Trump è dichiaratamente molto attento a trasferire il più possibile i costi sulla concorrenza (ad esempio costringendo i "suoi alleati" ad acquistare armamenti americani). Anche il governo tedesco sta cercando di trarre vantaggio dall'"era dell'armamento" annunciata a marzo dalla presidente della Commissione europea von der Leyen e di sfruttare il programma di armamento dell'UE SAFE, con i suoi prestiti agevolati ai paesi membri, a vantaggio delle proprie industrie belliche. Allo stesso tempo, sta sviluppando la ricerca militare in stretta collaborazione con la ricerca civile e sovvenzionando i "beni a duplice uso" (dual use), ossia con merci ed investimenti del settore civile che possono essere funzionali al settore militare. Il suo obiettivo dichiarato è quello di uscire dalla crisi in cui versa l'economia tedesca, sotto pressione inflazionistica dalla fine delle forniture energetiche russe a prezzi vantaggiosi. Questo orientamento strategico è visto con occhio critico anche dagli economisti borghesi. Il direttore dell'IfO, Fuest, ha dichiarato al quotidiano Handelsblatt: "Il valore aggiunto nei settori in crescita non viene generalmente realizzato sui mercati, ma finanziato attraverso le imposte e i contributi sociali. Ciò frena la propensione agli investimenti e rende la Germania più povera". E Holtemöller dell'Istituto Leibnitz per la ricerca economica di Hall avverte: "Dal punto di vista economico, le spese militari sono piuttosto spese di consumo (...) Sebbene le spese per la ricerca possano generare effetti di ricaduta, ciò non avviene automaticamente e riguarda solo una piccola parte del bilancio" (Berl. Ztg. del 5.9.25).

Come marxisti, sappiamo che nel capitalismo la "creazione di valore" si basa sul plusvalore ottenuto dallo sfruttamento dei lavoratori e che nel processo di accumulazione capitalistico una parte di questo plusvalore deve essere convertita in capitale da reinvestire (anziché essere consumata individualmente o dallo Stato). Se lo Stato avvia ora una produzione militare su larga scala, ciò si basa innanzitutto su una massiccia ridistribuzione del plusvalore esistente. Le aziende produttrici di armi realizzano enormi profitti a spese dell'aumento della spesa pubblica, mentre l'accumulo statale di attrezzature militari che non possono più essere utilizzate nella produzione aumenta il deficit pubblico. Questo tipo di "consumo statale" di armi in attesa di essere utilizzate sottrae capitale al settore produttivo dell'economia. Questo aumento delle sproporzioni nell'economia restringe ulteriormente il quadro della produzione di plusvalore. Mentre le aziende produttrici di armi godono di profitti extra indotti dallo Stato, la produzione e la realizzazione di plusvalore da parte della società nel suo complesso vengono ridotte. Il capitale e lo Stato lavorano quindi per aumentare il tasso di plusvalore, intensificando lo sfruttamento. Mentre il bilancio della difesa non conosce limiti, in tutti gli altri settori si deve risparmiare. Le attuali spese militari hanno ormai raggiunto livelli senza precedenti e i preparativi per la guerra sono in pieno svolgimento. Come abbiamo scritto sul nostro giornale (n.9/2025):

"Il 18 marzo 2025, il Bundestag tedesco ha deciso una sospensione del freno all'indebitamento per un importo di 500 miliardi di euro 'per investimenti aggiuntivi nelle infrastrutture e per investimenti aggiuntivi per raggiungere la neutralità climatica entro il 2045', nonché per un importo illimitato (‘whatever it takes’) per le spese militari. Il quotidiano Handelsblatt del 16 marzo 2025 prevede già un nuovo indebitamento fino a 1,7 trilioni di euro nei prossimi dieci anni! In sostanza, si tratta di una massiccia campagna di riarmo senza precedenti. Infatti, anche gli investimenti nelle infrastrutture potrebbero rivelarsi, a un esame più attento, parte del programma di riarmo: in caso di guerra con la Russia, la Germania dovrebbe infatti fungere da zona di schieramento militare e hub per il trasporto delle truppe verso l'Europa orientale. Con ponti autostradali a rischio di crollo, una rete ferroviaria fatiscente e un'infrastruttura energetica carente, ciò non è possibile. E con un sistema sanitario che è già sull'orlo del collasso in caso di una grave epidemia influenzale, difficilmente sarà possibile curare decine di migliaia di feriti gravi (o anche di più!) e amputare arti. (Die Zeitenwende – die Kriegsvorbereitungen sind im vollen Gange)”.

Naturalmente, l'enorme spesa pubblica per le forze armate e le infrastrutture è allo stesso tempo una manna per la borghesia: ma è una pia illusione che possa far uscire l'economia dalla crisi. E questo è un altro aspetto dell'interventismo statale: stimolare l'economia attraverso una spesa pubblica elevata, che comporta un debito pubblico in continuo aumento. Il passaggio a un'economia di guerra non è quindi solo una preparazione alla guerra, ma anche un programma di stimolo economico letteralmente aggressivo e una strategia di gestione delle crisi da parte dello Stato nella fase imperialista, che mette in ombra i "classici" programmi di stimolo economico, anch'essi finanziati con il debito. Ma un finanziamento a debito non è una reale valorizzazione del capitale, non risolve la caduta del saggio medio di profitto, non fa riprendere l’accumulazione del capitale. Crea piuttosto posizioni di rendita, quindi improduttive. In termini teorici: lo Stato redistribuisce plusvalore, non ne crea di nuovo; quindi, non risolve la crisi di valorizzazione; le spese militari non aumentano il plusvalore totale, quindi non possono risollevare il saggio di profitto medio. La spesa a debito per la militarizzazione non risolve l’enorme squilibrio tra capitale investito in macchine e mezzi di distruzione e capitale destinato ai produttori, ossia ai salariati… anzi esaspera questo squilibrio. “In ogni crisi la società soffoca sotto il peso delle proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non può utilizzare, ed è impotente davanti all'assurda contraddizione che i produttori non hanno niente da consumare perché mancano i consumatori” (Engels, Anti-Dühring,Terza Sezione: Socialismo. II. Elementi teorici). 

Oltre all’aspetto teorico, anche gli esempi storici simili alla fase attuale lo dimostrano: alla vigilia delle due guerre mondiali, né l’interventismo statale dei primi del Novecento né il keynesismo sono riusciti a far uscire il capitale dalla crisi, ma in entrambi i casi è stata necessaria la distruzione di guerra. Il capitale cerca, rifugiandosi nell’economia di guerra, di uscire dalla crisi in cui si trova la produzione industriale “pacifica”, anche perché è l’unico settore che può assorbire l’enorme massa di capitali che non trovano altra valorizzazione… Ma è costretto a farlo proprio perché negli altri settori non c’è possibilità e capacità di valorizzazione, non perché abbia la certezza e la garanzia di uscire in questo modo dalla crisi; e perché la crisi è a livello globale e quindi tutti cercano di avvantaggiarsi sui concorrenti imperialistici con ogni mezzo, di scaricare sui concorrenti la crisi. La guerra commerciale tende perciò alla guerra guerreggiata. Si tratta di necessità storiche che si impongono oltre le possibilità, capacità e volontà dei burattini borghesi.

Nel frattempo, è già diventato chiaro, molto più rapidamente di quanto si pensasse, chi dovrà pagare tutto questo. In primo luogo, i più poveri tra i poveri, i cosiddetti "parassiti sociali", ma in generale i costi della guerra saranno trasferiti, come sempre, sulla popolazione dipendente dal salario e, come sempre, i proletari serviranno da carne da cannone quando la situazione si farà seria e inizierà il grande massacro (sì, in Ucraina, in Russia e in Medio Oriente è già iniziato e nella periferia lo è comunque).

Non solo l'imperialismo è ancora attuale, ma anche la resistenza contro lo sviluppo sopra descritto è più necessaria che mai. La domanda è: come?

Innanzitutto, è necessaria una chiara comprensione della situazione attuale in cui ci troviamo (l'imperialismo) e del ruolo del "proprio" Stato. Il movimento pacifista borghese non è in grado di farlo, e quindi può solo criticare i fenomeni e le degenerazioni di questo sistema e rimane inevitabilmente limitato al livello delle manovre diplomatiche e degli appelli agli Stati borghesi e alle loro istituzioni (compresa l'ONU). Anche l'iniziativa "Mai più guerra" ha elaborato un ampio catalogo di richieste al governo federale per la manifestazione del 3 ottobre dal titolo "No alla politica di guerra e alla militarizzazione - Sì alla pace e al disarmo".

Ciò è sbagliato per diversi motivi: alimenta illusioni sulla democrazia e sullo Stato borghese, secondo cui l'attuale governo soddisferebbe queste richieste pacifiste se ci fosse una pressione sufficiente da parte della piazza, o l’illusione che un altro governo potrebbe fare di meglio. Ma questo significa ignorare il carattere bellicista dell'imperialismo e il ruolo dello Stato, che si prepara con determinazione alla guerra ed è pronto a combatterla, indipendentemente dal governo in carica. La politica imperialista, il riarmo e la guerra non possono essere fermati con appelli pacifici e buone intenzioni. 

L'unico modo per opporre una resistenza efficace ai preparativi di guerra e alla guerra stessa è quello di rompere il quadro della politica borghese, che inevitabilmente si colloca all'interno della logica imperialista, perché non può esistere un imperialismo pacifico.

A tal fine, è necessario che la classe operaia moderna riprenda coscienza della propria forza. Ciò non è però possibile dall'oggi al domani, ma solo attraverso una ripresa generalizzata della lotta di classe. Solo allora la classe operaia, e solo la classe operaia, avrà la forza di mandare all'aria i piani dei guerrafondai. Non è stringendo patti con lo Stato, ma attraverso scioperi su larga scala, bloccando la produzione e causando gravi danni economici al capitale, che si potranno sventare i piani di guerra. In prospettiva, è necessario rimettere all'ordine del giorno la lotta per una società senza classi, il comunismo, perché solo superando il capitalismo nella sua fase imperialista si potrà porre fine una volta per tutte alla guerra. Senza rivoluzione, la storia dell'imperialismo continuerà, una guerra seguirà l'altra e prima o poi ci sarà un nuovo massacro mondiale… fino a quando l'umanità si autodistruggerà?

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  • Curdi palestinesi(Il Programma comunista, n°7, 1975 )
  • Dove va la resistenza palestinese? (I)(Il Programma comunista, n°17, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (II)(Il Programma comunista, n°18, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (III)(Il Programma comunista, n°19, 1977)
  • Il lungo calvario della trasformazione dei contadini palestinesi in proletari(Il Programma comunista, n°20-21-22, 1979).
  • In rivolta le indomabili masse sfruttate palestinesi ( E' nuovamente l'ora di Gaza e della Cisgiordania)(Il Programma comunista, n°8, 1982)
  • Cannibalismo dello Stato colonialmercenario di Israele(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Le masse oppresse palestinesi e libanesi sole di fronte ai cannibali dell'ordine borghese internazionale(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • La lotta delle masse oppresse palestinesi e libanesi è anche la nostra lotta- volantino(Il Programma comunista, n°13, 1982)
  • Per lo sbocco proletario e classista della lotta delle masse oppresse palestinesi e di tutto il Medioriente(Il Programma comunista, n°14, 1982)
  • La lotta nazionale dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°12, 1982)
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  • Il ginepraio del Libano e la sorte delle masse palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1984)
  • La questione palestinese al bivio ( Il programma comunista, n°1, 1988)
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  • Una diversa prospettiva per le masse proletarie (Il programma comunista, n°5, 1993)
  • La questione palestinese e il movimento operaio internazionale ( Il programma comunista, n°9, 2000)
  • Gaza, o delle patrie galere (Il programma comunista, n. 2, 2008)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • A Gaza, macelleria imperialista contro il proletariato ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • Il nemico dei proletari palestinesi è a Gaza City ( Il programma comunista, n°1, 2013)
  • Per uscire dall’insanguinato vicolo cieco mediorientale (Il programma comunista, n° 5, 2014)
  • Guerre e trafficanti d’armi in Medioriente (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medioriente-Volantino (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • L’alleanza delle borghesie israeliana e palestinese contro il proletariato (Il programma comunista, n°6, 2014)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario  ( Il programma comunista, n°3, 2021)
  • A fianco dei proletari e delle proletarie palestinesi! ( Il programma comunista, n°5-6, 2023)
  • Il proletariato palestinese nella tagliola infame dei nazionalismi ( Il programma comunista, n°2, 2024)
  • Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese” ( Il programma comunista, n°4, 2024)
  • Gaza: nessuna illusione ( Il programma comunista, n°1, 2025)
  •   Opuscolo: “Medio Oriente: cronaca di una tragedia proletaria”