DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Le rivolte nelle carceri italiane, termometro della tensione sociale

Il capitalismo, sistema criminale che produce delinquenza

Le società precapitalistiche non hanno conosciuto la carcerazione sistematica e di massa: questa è una caratteristica distintiva della “civiltà” capitalistica, sempre più urbanizzata - ossia concentrata in metropoli, focolaio del crimine. La “civiltà” borghese è sempre più refrattaria a qualsiasi valore umano che sia di intralcio alla valorizzazione del capitale, al dio denaro: “Il capitale fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi” [1].

Proprio in quel capitolo de Il Capitale, da cui è tratta la precedente citazione, Marx mostra storicamente come la nascita del capitalismo, ossia "La cosiddetta accumulazione originaria", non sia dovuta alle virtù dell’onesto grande lavoratore e buon risparmiatore, come raccontano gli apologeti della civiltà borghese: “Se il denaro ‘viene al mondo con una voglia di sangue in faccia’, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro. […] E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco. […] I padri dell’attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti ‘volontari’ e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti. Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato. […] La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. […] I vari momenti dell’accumulazione originaria […] poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica. Un uomo che si è fatto una specialità del cristianesimo, W. Howitt, così parla del sistema coloniale cristiano: ‘Gli atti di barbarie e le infami atrocità delle razze cosiddette cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a soggiogare, non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata’. La storia dell’amministrazione coloniale olandese – e l’Olanda è stata la nazione capitalistica modello del secolo XVII — ‘mostra un quadro insuperabile di tradimenti, corruzioni, assassini e infamie’” [2].

Il capitalismo, quindi, è un sistema criminale dalle origini, e produce sistematicamente la criminalità: non solo la delinquenza degli stati borghesi e dei grandi capitalisti, veri e propri schiavisti, ma anche la delinquenza a cui costringe la massa dei nullatenenti. La ricchezza di pochi si fonda sulla espropriazione, sul furto e sullo sterminio di massa e quindi sulla miseria delle masse, e questa miseria delle masse le costringe alla delinquenza per sopravvivere. Ma mentre l’atto criminale del grande capitalista genera onori di stato e onorificenze, la delinquenza delle masse genera il sistema delle carceri di massa, sconosciuti alle società precapitalistiche.

La legge borghese protegge il grande criminale e reprime chi ruba per fame, facendo della repressione stessa dei senza riserve una fonte di profitto. La legge penale è stata costruita a protezione della proprietà della classe dominante. La legge penale diventa un’arma della proprietà terriera contro i contadini impoveriti: la legna del bosco diventa “proprietà” nel momento in cui è tolta ai poveri. La borghesia, che prima ha espropriato i contadini, fa poi della legna un oggetto di proprietà privata e criminalizza la sopravvivenza stessa dei poveri. Il diritto penale, come ogni altra branca del diritto, è modellato sulla base dei rapporti di produzione dominanti. La legge punisce non il crimine in sé, ma ciò che minaccia la proprietà privata borghese. Così, rubare un pezzo di pane diventa più grave del defraudare i lavoratori del loro salario. Quando si costringe l’essere umano a vivere in tuguri, a condividere letti con estranei, a nutrirsi come una bestia... non ci si deve stupire se si comporta come una bestia. Il crimine è allora solo il riflesso naturale di una condizione disumana.  La borghesia ha fatto del crimine un affare, e della punizione un’altra fonte di profitto. Il crimine si sviluppa parallelamente allo sviluppo dell’industria e del commercio. La concorrenza genera esclusione, la miseria porta al crimine. Più si sviluppa la ricchezza sociale, più crescono le leggi penali. Il capitale ha bisogno del crimine: lo crea, lo disciplina e lo sfrutta. Piuttosto che garantire l’esistenza ai poveri, come nelle società precapitalistiche, il capitale le imprigiona nelle case di lavoro – esempio delle workhouses inglesi, istituite con la New Poor Law del 1834 – e questo processo originario, come mostreremo, si estende poi a tutto il mondo capitalistico in maniera sistematica e come sua caratteristica distintiva.

“Pure una casa di lavoro è una prigione; chi non compie il suo tanto di lavoro non riceve da mangiare: chi vuole uscire, deve chiedere un permesso che può essergli negato, secondo la sua condotta o l'opinione che l'ispettore ha di lui; è proibito fumare come l'accettare regali dagli amici e dai parenti all'infuori della casa; i poveri portano una uniforme della casa di lavoro e sono senza protezione in balia all'arbitrio dell'ispettore. Perché il loro lavoro non faccia concorrenza all'industria privata, si danno ai poveri per lo più delle occupazioni quasi inutili; gli uomini battono pietre, ‘tanto quanto un uomo forte può fare con sforzo in una giornata’; le donne, i fanciulli e i vecchi tirano le gomene dei bastimenti, non mi ricordo più a qual fine insignificante. Affinché i ‘superflui’ non si moltiplichino o i genitori ‘demoralizzati’ non possano esercitare influenza sui loro figli, si dissolvono le famiglie; il marito viene mandato in questa, la moglie in quella, i figli in una terza ala, e possono soltanto vedersi a tempi determinati, di raro ripetutamente ed anche soltanto se si sono diportati bene secondo quanto giudica l'impiegato. E, perché il miasma del pauperismo sia completamente chiuso in queste Bastiglie innanzi al mondo esteriore, gli inquilini delle stesse possono soltanto a piacere degli impiegati ricevere visite nel parlatorio; in generale sotto la loro sorveglianza o con il loro permesso possono aver rapporti con gente del di fuori” [3].

In tutte le fasi della società capitalista, esiste una popolazione eccedente rispetto ai bisogni del capitale, un esercito industriale di riserva. La sua parte più derelitta, il “lumpenproletariat”, è spesso oggetto di criminalizzazione e disciplinamento attraverso il carcere. Così la società borghese crea la delinquenza come suo stesso sottoprodotto. La società borghese, fondata sull'appropriazione privata dei mezzi di produzione, genera inevitabilmente una massa di diseredati per i quali il crimine diventa spesso l'unica via di sopravvivenza. Non è l'individuo a essere corrotto, ma è la società che lo corrompe.

Già alle origini del capitalismo, è chiaro questo processo. Il sistema penale inglese è un perfetto esempio del modo in cui la borghesia punisce coloro che essa stessa ha condotto al crimine. L'effetto reale della detenzione è quello di trasformare il prigioniero in un nemico ancora più pericoloso della società, e spesso in un delinquente abituale. L’aumento della criminalità è proporzionale all’aumento della miseria e alla disgregazione delle condizioni di vita. Il proletariato è costretto a vivere in condizioni tali che la degradazione morale, e con essa il crimine, diventano quasi inevitabili.

Ipocrisia della morale borghese

“Quando in una determinata forma di organizzazione della società, nel corso del suo sviluppo, la delinquenza si presenta come fatto permanente dei rapporti fra gli uomini, solo un apologeta in mala fede di questa stessa organizzazione può presentare la delinquenza come una anormalità ‘paurosa e inverosimile. Se in una società determinata la delinquenza diviene un fatto permanente, chi non vuole fare l'apologia di questa società deve riconoscere il carattere in essa necessario della delinquenza. Il cattolicesimo, ad esempio, come espressione della società feudale, ha sempre considerato il delinquente come una conseguenza della natura umana corrotta dal peccato. La società borghese non solo è infinitamente più ipocrita, ma è direttamente interessata, dal punto di vista dello sviluppo della produzione capitalistica, alla diffusione della delinquenza. L'apparente assurdo della società borghese in materia, uno degli infiniti assurdi del capitalismo, fa sì che la borghesia possa diffondere la delinquenza solo illudendosi continuamente di poterla sopprimere. Le pagine di Marx che ora riporteremo, chiariscono meravigliosamente la funzione ECONOMICA della delinquenza nella società borghese” [4].

Scrive Marx: «Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali, ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest'ultima branca di produzione e l'insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni di diritto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto ‘merce’ sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come afferma un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale, procura al suo stesso autore.

“Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e ha impiegato nella produzione dei suoi strumenti una massa di onesti artefici.

“Il delinquente produce un'impressione, sia morale, sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un  ‘servizio’ al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali e con ciò legislatori penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi, e perfino tragedie, come dimostrano non solo La colpa del Mullner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo e il Riccardo III. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva così questa vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo in una certa misura la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile la lotta contro il delitto assorbe un'altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali ‘elementi di compensazione’ che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di ‘utili’ generi di occupazione.

“Le influenze del delinquente sullo sviluppo delle forze produttive possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbero mai giunte alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirlo quanto all'onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto con i mezzi sempre nuovi con cui si dà l'assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, e così esercita un'influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (strikes) sull'invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l'albero del peccato, non è forse in pari tempo l'albero della conoscenza? Il Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705) aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni, ecc.,  e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: ‘Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione...; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e..., nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta’. Senonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese” [5].

Il sistema delle carceri di massa, peculiarità della società borghese

Lo stato borghese è quindi, sin dalle origini, lo strumento politico e armato di controllo della classe lavoratrice e delle masse di senza riserve. Questo stato si serve quindi di corpi di polizia, magistrati e carceri per poter esercitare il proprio dominio e perseguire l’espropriazione dei lavoratori liberi e l’estorsione di pluslavoro dai salariati. Una parte della popolazione lavoratrice diventa regolarmente “eccedente”, un peso morto da disciplinare, sorvegliare e punire. La borghesia, attraverso le sue leggi, i suoi tribunali e le sue prigioni, si protegge come classe dominante. Non punisce il furto in quanto tale, ma il furto della sua proprietà borghese. Ecco perché i tribunali sono indulgenti verso i capitalisti e spietati verso gli operai.

Quando Lenin deve restaurare il concetto di stato borghese, deformato dalla traditrice socialdemocrazia, sottolinea proprio l’aspetto repressivo dello stato e quindi, la funzione delle carceri: Da Stato e Rivoluzione, Capitolo I, Paragrafo “Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc.”: “...Nei confronti dell'antica organizzazione gentilizia [prima delle società divise in classi, n.d.r.] - il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini..."  Questa divisione a noi sembra ‘naturale’, ma essa richiese una lunga lotta con l'antica organizzazione per clan o per stirpi.  

“...Il secondo punto è l'istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza sé stessa come potere armato. Questa forza pubblica particolare è necessaria perché un'organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi... Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la società gentilizia....  

“Engels sviluppa la nozione di questa ‘forza’, chiamata Stato, forza che è sorta dalla società ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.   Abbiamo il diritto di parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perché il potere pubblico proprio di ogni Stato ‘non coincide più direttamente’ con la popolazione armata, con la sua ‘organizzazione armata autonoma’” [6].

“I tribunali borghesi sono uno strumento per opprimere le masse lavoratrici. Essi puniscono chi ruba per fame, ma non chi sfrutta il lavoro altrui. I giudici parlano in nome della giustizia, ma sono pagati per difendere il potere della borghesia” [7].

Il carcere non è altro che l'istituzione attraverso cui la classe dominante neutralizza coloro che, per necessità o ribellione, si oppongono all'ordine costituito. Non si tratta di correggere, ma di reprimere. La legge penale borghese non tutela la vita o la dignità dell'uomo, ma la proprietà privata. Chi ruba per fame è un criminale; chi sfrutta il lavoro altrui è un cittadino rispettabile.

Alle origini del capitalismo, Marx ed Engels furono testimoni della riforma carceraria britannica, quando venivano costruiti i primi penitenziari. Storicamente, durante l'ascesa del capitalismo in Inghilterra, le carceri servivano generalmente come luoghi temporanei in cui detenere i criminalizzati, in attesa delle decisioni su come punirli. Le due principali modalità di punizione penale erano: l'umiliazione pubblica, la tortura e la pena capitale o, in secondo luogo, la deportazione nelle colonie americane e, dopo la Guerra d’Indipendenza americana, in Australia. La situazione iniziò a cambiare con la riforma carceraria negli anni Settanta del Settecento e in seguito. Questi cambiamenti furono simboleggiati dall'apertura del penitenziario di Pentonville nel 1842, che divenne un modello per i decenni successivi. Piuttosto che subire solo l'umiliazione pubblica e le punizioni corporali, i prigionieri dovevano essere isolati dalla società e riabituati al mercato del lavoro capitalista. Il carcere diventa quindi, non solo un mezzo per infliggere punizione, ma ben di più: laboratorio sociale in cui si sperimenta la sorveglianza, l’isolamento, il controllo. È una replica in miniatura della fabbrica, dove la disciplina del corpo prepara alla disciplina del lavoro. Nacquero quindi le workhouses, case del lavoro, istituite con la legge sui poveri (New Poor Laws, del 1834), dove si era costretti a lavorare in condizioni disumane.

E oggi? Basti guardare alla nazione-modello della civiltà capitalista: gli Stati Uniti d’America. Qui il sistema carcerario ha raggiunto livelli inimmaginabili nelle società precapitalistiche quanto a cifre della criminalizzazione, detenzione, repressione, tortura e sfruttamento della classe lavoratrice. Gli USA sono un esempio lampante della carcerazione di massa nella civiltà capitalistica: hanno la maggiore popolazione carceraria al mondo, con oltre 2,3 milioni di proletari e sottoproletari in prigione, questo significa che il tasso di detenzione negli Stati Uniti è il più alto al mondo: circa 751 persone in prigione ogni 100.000 abitanti. Gli USA, pur avendo meno del 5% della popolazione mondiale, ospitano circa il 25% della popolazione carceraria globale. Naturalmente, le minoranze etniche, come gli afroamericani, appartenenti principalmente al proletariato, hanno tassi di detenzione significativamente più alti rispetto al resto della popolazione – 5 volte maggiori! Latinos e afroamericani sono circa un terzo degli americani, ma più della metà (56%) della popolazione carceraria.

Il sistema carcerario è anche privatizzato e quindi serve all’estorsione sistematica di lavoro. Nel 2020, i due giganti delle carceri private negli Stati Uniti, Correctional Corporation e GEO Group, hanno registrato fatturati rispettivamente di 1,9 e 2,3 miliardi di dollari. Nel 2024, i profitti sui carcerati si sono pressoché confermati, con leggera tendenza all’aumento: Correctional Corporation ha avuto un fatturato di 2 miliardi di dollari, GEO Group 2,4 miliardi. Le carceri private americane sono macchine per fare profitto, con il sangue e le lacrime di chi sta scontando la pena. Dopo gli americani, in questa speciale classifica sulle carcerazioni di massa, troviamo la Russia, la Cina e il Brasile: ulteriore prova della loro natura di società pienamente capitalistiche, che meriterebbero quindi anch’esse, come gli USA, tutti gli onori dovuti alla civiltà borghese.

Ma anche nella piccola Italietta, imperialismo straccione, ci si impegna per non essere da meno del fulgido esempio americano: d’altronde, il padrone americano ha spesso indicato la strada che gli stati vassalli avrebbero poi dovuto percorrere! E abbiamo quindi le carceri che esplodono: negli anni ’70 del secolo scorso, il tasso di detenzione in Italia era di 25 carcerati ogni 100 mila abitanti, da allora è sempre aumentato, fino a oltre 100 carcerati ogni 100 mila abitanti tra il 2010 e il 2014. Ma poi l’Italia è stata costretta a prendere provvedimenti perché condannata, già nel 2013, dalla Corte Europea dei Diritti Umani, per trattamenti inumani dei detenuti a causa del sovraffollamento. La sentenza si basava sulla carenza di spazio per ogni carcerato: meno di 3 metri quadri (Sentenza Torreggiani). L’Italia incominciò a perdere le cause e a dover pagare risarcimenti negli anni immediatamente successivi alla sentenza: ci fu quindi una drastica riduzione nel 2015, con il tasso di carcerazione che crollò a 75 carcerati ogni 100 mila abitanti. Ma da allora, a causa della serie di crisi economiche che si sono succedute, il tasso di detenzione è comunque sempre aumentato, fino ad arrivare a valori molto prossimi a quelli che portarono alla Sentenza Torreggiani: 96 detenuti ogni 100 mila abitanti nel 2024, con tendenza all’aumento.

La componente straniera carcerata costituisce circa il 30% della popolazione carceraria, nonostante gli stranieri costituiscano poco meno del 10% della popolazione totale in Italia. Sono sempre i reietti della civiltà a subire il carcere: un recluso su 10 ha una diagnosi psichiatrica grave. I carcerati si trovano in galera principalmente per reati contro il patrimonio, ossia legati a piccoli furti e droga. Nello stesso tempo, tutta una serie di riforme ha cancellato o depenalizzato i reati tipici della classe borghese: falso in bilancio, frode fiscale, abuso d’ufficio, traffico di influenze, etc. Non ci stupiremmo se si abolissero formalmente anche i reati di genocidio, tortura e strage di stato, già aboliti sostanzialmente. Non è aumentata la criminalità dei diseredati, ma è aumentata la repressione contro chi delinque per sopravvivere, inasprimento delle pene per i proletari e depenalizzazione dei reati tipici dei borghesi. Risultato: sovraffollamento, torture, suicidi, rivolte nelle carceri. E stiamo osservando gli stessi fenomeni anche in Francia – segno evidente di una crisi sociale latente, di una polveriera pronta a esplodere. Le carceri infatti riflettono il rapporto antagonista tra le classi, tra lo Stato della borghesia e la classe dei proletari e senza riserve.

Le rivolte carcerarie in Italia nel 2020

Dal 2020, è esplosa una stagione di rivolte nelle carceri italiane con numerosissimi episodi, che ha avuto poi una ripresa nel 2024 e nel 2025: già 7 rivolte quest’anno, nonostante sia entrato recentemente in vigore il Decreto-legge che introduce inasprimenti delle pene per il reato di rivolta in carcere e resistenza passiva.

Cosa accadde nel 2020? Il contesto immediato era quello dell’emergenza Covid, in cui la prescrizione principale della propaganda di governo era quella del “distanziamento”. Distanziamento che è impossibile nelle carceri, che soffrono di sovraffollamento cronico. Nel marzo 2020, nelle carceri italiane c’erano oltre 60mila detenuti. Questo nonostante una capienza ufficiale di 50mila, ma in realtà ancora più bassa, poiché molti posti non sono disponibili, in quanto interessati da lavori di ristrutturazione. Appena si registrarono i primi casi di contagio, l’amministrazione carceraria proibì le visite dei familiari. In pratica, le rivolte furono il risultato più naturale e ovvio dei problemi cronici del sistema carcerario, resi solamente più evidenti dall’emergenza Covid. Si pensi ad esempio a un altro indice della tensione e invivibilità nelle carceri, i suicidi: già dal 2018 si registravano più di 60 suicidi all’anno, cifre che poi tenderanno ad aumentare drammaticamente anno per anno.

La prima rivolta avviene la sera del 7 marzo nel carcere di Salerno, ma ha durata breve e viene sedata nel giro di poco tempo. Le proteste violente esplodono verso ora di pranzo del giorno successivo, in particolare a Modena: un gruppo di un centinaio di detenuti inizia a spaccare tutto quello che gli capita a tiro – estintori, sbarre, oggetti di metallo, pietre e molte altre armi di fortuna – , costringendo gli agenti di polizia ad arretrare, mentre alcune sezioni del carcere vengono date alle fiamme. Molti cercano di evadere, scavalcando i primi muri di cinta, per poi venire bloccati. I giornali ci raccontano che viene assaltata anche l’infermeria del carcere, dove sarebbero stati depredati metadone e psicofarmaci. Più o meno in contemporanea, nuove rivolte scoppiano negli istituti penitenziari di Frosinone e Napoli Poggioreale, mentre dal tardo pomeriggio e nei giorni successivi si allargano a decine di altri istituti. Alla fine, secondo la relazione finale della commissione ispettiva del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) saranno 57 le carceri coinvolte nei disordini: ma, secondo altre fonti, furono oltre 79 le carceri coinvolte nelle proteste, su un totale di 189 istituti penitenziari, per un totale di 7517 detenuti partecipanti alle rivolte e 9 milioni di euro di danni.

Nella maggior parte degli istituti, il copione è lo stesso di Modena, tra spazi dati alle fiamme, barricate, assalti all’infermeria e sequestri di personale penitenziario. A Foggia, riescono a evadere 77 detenuti. Nel corso e nelle ore successive alle rivolte, migliaia di detenuti sono poi trasferiti dalle carceri in cui si trovavano ad altri istituti, anche a centinaia di chilometri di distanza, con l’obiettivo di allentare la tensione. Ma in alcune occasioni le rivolte scoppiano anche nelle carceri di destinazione, come a Rieti, dove la rivolta, già scatenatasi il giorno precedente, riesplode il 9 marzo, quando i detenuti trasferiti dal carcere di Frosinone sono già arrivati.

Alla fine degli scontri si contano i morti: 13 detenuti, tutti casualmente morti per overdose!!!

Chi sono le vittime di questa strage? Hafedh Chouchane, tunisino 36enne, è il primo detenuto a essere trovato morto l’8 marzo nel carcere di Modena. È ora di cena circa, ma le versioni sul luogo e sull’orario del suo ritrovamento non coincidono. Con il passare delle ore, vengono trovati morti nello stesso istituto, durante i trasferimenti da Modena o negli istituti di destinazione, altri otto detenuti: Slim Agrebi, Erial Ahmadi, Ali Bakili, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Lofti Ben Mesmia, Salvatore Piscitelli, Abdellha Roua. La strage non è finita. La mattina del 10 marzo, nel giorno successivo alla rivolta, vengono trovati morti nel carcere di Rieti Carlo Samir Perez Alvarez, Marco Boattini e Ante Culic. A Bologna, muore invece un altro detenuto, Haitem Kedri. 13 morti, la peggiore strage carceraria della storia Repubblicana Italiana. Tutto nel giro di poche ore e, secondo la versione data sin dall’inizio dalle istituzioni, ribadita dalle autopsie effettuate e confermata dalla relazione della commissione appositamente istituita, la causa è sempre la stessa: overdose. Ma guarda! Le vittime, nel caos della rivolta e dell’assalto alle infermerie, si sarebbero impossessati di grossi quantitativi di psicofarmaci e metadone. In alcuni casi, la causa della morte è il metadone stesso, in altri il mix letale di sostanze. E i tempi dei decessi sono variabili: qualcuno muore nel giro di poco tempo, per altri passano due giorni. Secondo l’Osservatorio Diritti, un giornale online che si occupa di diritti umani, al carcere Sant’Anna, terminata la rivolta, c’erano decine di detenuti da visitare: la situazione venne definita da “campo di guerra”. Una dottoressa testimoniò, sempre secondo Osservatorio Diritti, di aver visitato 40 detenuti in circa due ore: tre minuti a testa.

Noi comunisti siamo fortemente dubbiosi sulla ricostruzione ufficiale e sulle cause di queste morti, e sono tanti gli interrogativi che ancora oggi rimangono in piedi. Il primo dei temi non chiarito fino in fondo è quello relativo all’accesso all’infermeria. Nel caso di Modena, la procura dice che il metadone e gli altri farmaci si trovavano sottochiave, ma questa versione non coincide con le testimonianze delle due infermiere. A Rieti, alcune testimonianze dei detenuti rivelano che la chiave dell’armadietto con i medicinali era incustodita nel gabbiotto delle guardie, che intanto erano scappate. Questo ha facilitato l’accesso dei detenuti ai medicinali e in effetti anche la relazione della commissione ammette che, nel carcere laziale, ambulatorio e farmacia erano facilmente accessibili per i detenuti. Cinque detenuti, in una lettera firmata, avanzano dubbi sulla morte di Salvatore Piscitell, una cosa molto rara nelle carceri, visto che denunciare porta sempre a punizioni e vendette da parte dello Stato e del suo braccio armato: “Lo hanno trascinato fino alla cella. Lo hanno buttato dentro come un sacco di patate… Lo hanno picchiato di brutto. A Modena era troppo debole. Non è riuscito a resistere a quelle botte”. Piscitelli arriva nel carcere marchigiano verso ora di pranzo del 9 marzo, giorno successivo alla rivolta di Modena. I medici scrivono che è in buona salute, non c’è niente di particolare da rilevare, eppure dopo poche ore muore. Un primo rapporto dice che muore in cella, un altro in ospedale: perché queste versioni discordanti? Sarebbe stato massacrato di botte dagli agenti in più occasioni. Ad Ascoli, “emetteva dei versi lancinanti”, qualcuno sentì un agente dire ‘fatelo morire”.

Altri aspetti sono poco chiari: il fatto che i detenuti abbiano continuato ad assumere sostanze per ore, anche a rivolta conclusa. Sotto al materasso di alcuni dei morti sono state in effetti trovate pasticche e siringhe – ma sarebbe stato alquanto facile per il personale carcerario costruire queste “prove”. E diverse testimonianze di detenuti e personale confermano che non sono state fatte perquisizioni nelle celle a rivolta terminata. “Dovevano mandarci il personale, darci modo di fare perquisizioni cella per cella, metterci in condizione di poter lavorare bene. Non è stato così”, ha spiegato un agente di Rieti. Altri detenuti si sarebbero drogati durante i trasferimenti in pullman verso altri istituti, dal momento che prima della partenza, secondo le testimonianze, non avrebbero ricevuto né perquisizioni, né visite mediche (che pure sono obbligatorie). A voler credere alla versione dello Stato, chi era già in condizioni precarie per l’assunzione di droga potrebbe essere morto proprio per lo stress psicofisico di un viaggio lungo centinaia di chilometri in assenza di supporto sanitario.

Ma per quanto le autopsie confermino l’overdose come causa del decesso, molti corpi presentano segni di violenza più o meno marcati. Bilel Methani, 37 anni, è uno dei primi a essere trovato morto a Modena, l’8 marzo sera: presenta ematomi, ecchimosi ed escoriazioni al naso, alla bocca e in altre parti del corpo. Slim Agrebi, quarantenne, viene constatato morto verso le 22 e non vengono appuntate lesioni sul suo corpo: solo in un esame successivo, vengono rilevate escoriazioni ed ecchimosi. A Ghazi Hadidi, 36 anni, mancano invece due denti. Anche chi è sopravvissuto presenta segni di violenze: è il caso di un detenuto di Rieti, finito in coma durante la rivolta e risvegliatosi mesi dopo, con un fascicolo sanitario che parla di fratture costali multiple e punti di sutura in testa. Ma nonostante l’omertà dello Stato e della propaganda dei mass media, nel giugno 2021, a quasi un anno e mezzo di distanza dalla strage, vengono diffusi i video dei pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, uno di quelli interessati dalle rivolte del 2020. Testimonianze di veri e propri linciaggi sistematici: calci, pugni, sputi, persone catturate nel sonno, prese e trasferite da agenti irriconoscibili nel loro assetto di guerra. Il video delle torture in carcere mostra il corridoio dell’orrore: detenuti costretti a sfilare inginocchiati e pestati a sangue. E di fronte a tali immagini, molte delle testimonianze emerse sulla strage occorsa tra Modena, Rieti e Bologna hanno assunto più concretezza, confermando le denunce dei detenuti sulle spedizioni punitive avvenute nei momenti successivi alla rivolta. A Rieti, per esempio, esattamente come mostrato nel video di Santa Maria Capua Vetere, numerosi detenuti avevano raccontato, non creduti, che per giorni erano stati costretti a percorrere corridoi umani di agenti in tenuta antisommossa che li picchiavano con pugni, calci e manganellate.

Altre testimonianze sulle azioni punitive di queste squadracce di poliziotti sono arrivate anche da altri istituti. I video di Santa Maria Capua Vetere, perfettamente corrispondenti a quei racconti, hanno dato un’immagine concreta a tutte queste accuse, rendendo visibile un metodo di repressione tanto diffuso quanto tenuto nascosto. Nel novembre 2022, è partito il processo a carico di 105 agenti penitenziari, accusati di violenze e torture per gli episodi di Santa Maria Capua Vetere. È l’unico processo in corso che prova a far luce su quanto successo, per quanto sia relativo a un carcere dove non ci sono stati decessi. I restanti processi in tutta Italia sono a carico dei detenuti, imputati per la devastazione delle carceri durante le rivolte ed evasione. Per il resto, sui tredici morti si è giunti ad archiviazioni o richieste di archiviazione. Eppure, si moltiplicano le condanne, i processi e le indagini per tortura a carico di agenti penitenziari per episodi precedenti o esterni alle rivolte del 2020, come a San Gimignano, a Ivrea, a Torino, a Modena e molti altri. E in questi ultimi anni gli episodi di tortura testimoniati nelle carceri si sono moltiplicati, come ad esempio nel carcere minorile Beccaria di Milano, dove le numerose rivolte sono proporzionali alle torture subite. Il Beccaria… ‘dei delitti e delle pene”… della borghesia! Il solco tra i buoni propositi della società capitalistica nascente e la sua cruda realtà diventa un baratro dell’orrore.

Le cause della rivolta secondo la borghesia

Secondo uno schema ricorrente, di cui si fanno portavoce i pennivendoli, attraverso tutti i mass media, le rivolte sarebbero da attribuire ad una “strategia occulta” e a un “disegno premeditato”. I detenuti avrebbero eseguito gli ordini e applicato le direttive provenienti dalla criminalità organizzata, mafia e camorra. Presentare una simile versione serve a scaricare le responsabilità dello Stato borghese e quindi della classe dominante. Ma sono proprio loro – le classi dirigenti e dominanti – a essere stati condannati più volte, e anche recentemente, per le condizioni disumane delle carceri e le torture a cui sono sottoposti i detenuti.

Ossia, lo Stato borghese e la classe dominante non rispettano la legge, che invece impongono con la repressione più disumana ai disperati, a chi lotta per sopravvivere. La versione della propaganda borghese serve a screditare le ragioni dei detenuti e occultare le cause, motivatissime, delle loro proteste; inoltre, si vuole legittimare la repressione nei confronti dei contestatori che, assimilati tutti al grande crimine, meritavano la più severa delle punizioni. Di conseguenza, quello delle “rivolte organizzate dalla camorra e dalla mafia” divenne in un batter d’occhio uno stereotipo generalizzato e con ampia diffusione su tutti i mass media.

Naturalmente, ben minore diffusione è stata poi data alla relazione finale della commissione ispettiva del Ministero della Giustizia, del luglio del 2021, che ha analizzato attentamente i fatti accaduti in quel marzo del 2020. Bene, secondo la relazione della commissione ispettiva non è stata riscontrata in alcun modo la minima traccia di una regia della “criminalità organizzata e nemmeno una matrice politica anarchica o insurrezionalista”. E si aggiunge che, a determinare le proteste, sarebbero stati la “paura della pandemia, il rifiuto delle misure limitative della socialità e, tranne la rivolta di Salerno, lo spirito di emulazione delle altre rivolte alimentato dall'aspettativa dei benefici penitenziari”.

Ripresa delle rivolte nel 2024 e 2025

Come abbiamo già sottolineato, l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a risarcire detenuti per le condizioni della loro detenzione giudicate disumane e degradanti, riconducibili principalmente agli spazi detentivi ristretti, che non rispettano gli standard previsti. Mentre altre condanne recenti della stessa Corte hanno riguardato il reato di tortura – sentenza del 4 luglio 2024, sul caso A.Z. Per evitare condanne e risarcimenti, nel 2013 è stato adottato il sistema detentivo delle “celle aperte” e della “vigilanza dinamica” della polizia penitenziaria. Ai soggetti detenuti in media e bassa sicurezza (detenuti comuni) era concessa l’apertura delle celle per almeno 8 ore al giorno fino a un massimo di 14, la possibilità di muoversi all’interno della propria sezione e fuori di essa e di usufruire di spazi più ampi per le attività; contestualmente, la polizia penitenziaria non era più chiamata ad attuare un controllo statico sulla popolazione detenuta, ma un controllo incentrato sulla conoscenza e l’osservazione della persona detenuta.

Nel luglio 2022, dopo i numerosi casi di rivolta e a causa della insufficienza del personale, è stato ripristinato il regime a “celle chiuse”, che ha peggiorato la vita in galera. È stato un moltiplicatore di sofferenze e violenze. Il sovraffollamento persiste e si aggrava, i suicidi toccano il loro massimo nel 2022, con 85 disperati che preferiscono togliersi la vita piuttosto che continuare a sopportare la tortura di Stato. D’altronde, lo Stato ha risposto alle rivolte e alle proteste del 2020 con misure esclusivamente repressive: ad esempio, l’istituzione dal maggio 2024 di un corpo della polizia penitenziaria, GIO, specializzato nella repressione delle rivolte. Le soluzioni al sovraffollamento proposte dal governo sono incentrate sulla costruzione di nuove carceri e nuovi reparti nelle carceri esistenti, e quindi non offrono una risposta nell’immediato.

Ne consegue che, persistendo e incancrenendosi gli stessi problemi, si arriva allo stesso risultato del 2020: riesplodono le rivolte nell’estate del 2024, ma questa volta non c’è l’emergenza sanitaria del Covid. L’emergenza – anche nei suoi aspetti igienico-sanitari – ha radici puramente sociali e di classe! Il primo episodio di questa nuova serie di rivolte si ha il 4 luglio, a Firenze, dopo che un detenuto di vent’anni si era suicidato nel carcere di Sollicciano: battiture delle sbarre, roghi di suppellettili in varie celle, l’esposizione alle finestre di uno striscione: “Suicidio/Carcere/Aiuto/Help”. Il carcere di Sollicciano è noto da tempo per le pessime condizioni igienico-sanitarie e il grave sovraffollamento: al 30 giugno, erano presenti 565 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 497 posti. In alcune parti della struttura, manca anche l’acqua corrente. Ma le condizioni di Sollicciano sono simili a quelle di tutte le altre carceri, e quindi funge solo da miccia in un ambiente già esplosivo: il 10 luglio, scoppia la rivolta a Viterbo, anche qui dopo la morte di un detenuto, ufficialmente a causa di un malore. Una cinquantina di detenuti si asserragliano in una sezione, danneggiano il reparto, lanciano oggetti e bottiglie incendiarie autoprodotte contro gli agenti. L’11 luglio, è la volta del carcere di Trieste: oltre cento detenuti provocano incendi e danneggiamenti per denunciare le condizioni igienico-sanitarie giudicate insostenibili. Per sedare la rivolta, questa volta serve l’irruzione della polizia antisommossa, che provoca almeno otto ricoveri tra feriti e asfissiati da gas lacrimogeni. Lo stesso giorno la protesta divampa anche nel carcere di Cuneo, mentre il 12 luglio è la volta delle rivolte dei detenuti di Brissogne, in Valle d’Aosta, e di Vercelli. In entrambi i casi, i detenuti si rifiutano di rientrare in cella al termine dell’ora d’aria e deve intervenire ancora una volta la polizia dall’esterno. La rivolta scoppia anche alle Vallette di Torino, dove i detenuti bruciano coperte e lenzuola e rompono i sanitari, chiedendo attenzione e “indulto o amnistia subito” tramite video pubblicati su TikTok. Le proteste continuano nel carcere torinese anche tra il 17 e il 20 luglio, quando circa 250 detenuti si rifiutano di rientrare in cella dopo l’ora d’aria. Nella notte tra il 26 e il 27 luglio, una forte protesta scoppia nel carcere di Prato. I detenuti rimuovono le telecamere e le luci dal reparto, poi danno fuoco ad alcuni indumenti e si barricano nelle celle, ostruendone l’ingresso con le brande di ferro. Il 27 luglio, è la volta del più grande penitenziario di Roma, il Regina Coeli, dove circa un’ottantina di detenuti ha dato il via a una rivolta, appiccando il fuoco e distruggendo numerose celle. Nei due giorni successivi, le proteste, con modalità analoghe, si diffondono anche a Terni, Biella, Pescara e poi nuovamente a Cuneo, dove alcuni detenuti occupano un’intera sezione, rompendo le telecamere di sorveglianza e frantumando i vetri dei gabbiotti degli agenti della penitenziaria. Un padiglione viene danneggiato a tal punto da essere dichiarato inagibile. Il 30 luglio, a Velletri, la rivolta – alimentata dal sovraffollamento di un carcere che ospita 594 detenuti a fronte dei 412 posti disponibili – è talmente forte che devono intervenire polizia, carabinieri e nucleo mobile della penitenziaria per sedarla. Il sistema carcerario capitalista fa un’altra vittima il 30 luglio: aveva solo 25 anni, fu la sessantunesima vittima dall’inizio dell’anno, in un sistema penitenziario che ogni giorno palesa la propria insostenibilità, caratterizzato da continui suicidi e rivolte sempre più frequenti. Il giovane si è impiccato in una cella del reparto isolamento di Rieti dove era stato rinchiuso a seguito delle proteste scoppiate nei giorni precedenti, quando circa 400 detenuti si erano rifiutati di rientrare nelle rispettive celle per due giorni e due notti, lanciando una sorta di autogestione carceraria.

L’ondata di suicidi ha contribuito ad alimentare le proteste e rivolte che si sono susseguite a catena nell’estate del 2024. Il sovraffollamento, la denunciata mancanza di servizi e progetti di reinserimento, le strutture invivibili, sono i soliti problemi cronici che hanno fatto scattare la scintilla della rivolta. Suicidi quasi quotidiani, torture, rivolte, condizioni di invivibilità, sovraffollamento e mancanza di sufficienti percorsi di reinserimento sono problemi storici delle carceri italiane, acuiti da un sovraffollamento tornato ai massimi. Nel 2024, sono 14.500 i detenuti che superano i posti disponibili nelle carceri patrie. Le associazioni che si occupano di carcere continuano a chiedere che la questioni carceri non si affronti più come una emergenza perenne, ma per quello che è: un disastro sociale ormai strutturale.

Il 7 agosto, il Parlamento approva il cosiddetto “Decreto carceri” che secondo gli stessi esperti e osservatori borghesi non inciderà minimamente sull’emergenza sovraffollamento e suicidi, in quanto la misura più concreta è l’assunzione di mille agenti penitenziari in due anni. Il Decreto mette al centro ancora gli strumenti repressivi piuttosto che la prevenzione, la rieducazione e socializzazione, al punto che anche Forza Italia lo ritiene inutile e voleva modificarlo proponendo la liberazione di 10 mila carcerati. E infatti le rivolte proseguono: il 14 agosto, a Pescara 5 detenuti si sono barricati in cella distruggendola e appiccando il fuoco. A Ferragosto, nella Casa circondariale Lorusso e Cotugno a Torino una decina di detenuti si rifiuta di rientrare nelle celle, scatenando proteste anche in altre aree del carcere. A Biella, sempre in Piemonte, i detenuti hanno battuto contro le porte delle celle per partecipare a distanza a una manifestazione di protesta contro le carceri organizzata da un gruppo anarchico, la Cassa Antirepressione delle Alpi Occidentali. A inizio agosto, c’erano state altre due grosse proteste sia nel carcere Lorusso e Cutugno che al Ferrante Aporti, l’istituto penale minorile di Torino. Il 17 agosto: a Bari, 70 detenuti hanno sequestrato un infermiere e picchiato un poliziotto; a Roma, al Regina Coeli, alcuni detenuti si sono rifiutati di entrare nelle celle, invivibili a causa delle temperature eccessive, hanno bruciato dei materassi e rotto alcuni tavoli. Circa 30 detenuti sono stati poi trasferiti in altri istituti penitenziari.

I dati aggiornati al 16 dicembre 2024 riferiscono di un affollamento medio effettivo arrivato al 132,6% (62.153 persone detenute, a fronte di una capienza effettiva di circa 47.000 posti). Con picchi del 225% a Milano San Vittore, 205% a Brescia Canton Monbello, 200% a Como e a Lucca, 195% a Taranto e a Varese del 194%: sono gli 59 istituti con un tasso di affollamento superiore al 150%. Evidentemente, nulla ha potuto il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, nominato a settembre 2024. Se nelle carceri italiane si contano, nel 2024, mille posti disponibili in più rispetto al 2016 – ma con 8 mila detenuti in più – da quando è entrato in carica il governo Meloni, la capienza effettiva è ulteriormente diminuita, perché sono aumentati i posti da sottrarre alla capienza regolamentare per inagibilità o manutenzioni. E con il nuovo Ddl Sicurezza, entrato in vigore ad aprile 2025, sono in arrivo 16 mila anni di carcere contro persone già detenute, alle quali sarà peraltro escluso l’accesso alle misure alternative.

In questo contesto, nel 2024, 88 persone si sono tolte la vita in carcere. Mai si era registrato un numero così alto, superando addirittura il tragico primato del 2022. Oltre ai suicidi, il 2024 è stato in generale l’anno con il maggior numero di decessi in carcere: 243. Un dato confermato anche dal Garante nazionale dei detenuti che nel focus aggiornato al 20 dicembre mostra una tendenza crescente dei decessi in carcere (esclusi i suicidi) dal 2015: nel 2018 per esempio, quando il numero dei detenuti aveva nuovamente superato dopo cinque anni la soglia dei 60 mila, i morti (esclusi i suicidi) furono 174.

Non stupisce quindi che, nonostante il nuovo Decreto Sicurezza abbia introdotto pene più severe per il reato di rivolta in carcere e il nuovo reato di resistenza passiva, le rivolte siano continuate anche nel 2025.

Le carceri sono una polveriera. Ben scavato vecchia talpa!

Nei primi paragrafi di questo articolo, abbiamo voluto mostrare come il sistema carcerario di massa abbia le sue origini nella nascita del sistema capitalistico e ne caratterizzi lo sviluppo in modo sistematico. All’accumulazione allargata del capitale e della ricchezza corrisponde la crescita proporzionale della miseria e della popolazione carceraria.

Se si guarda alla storia delle rivolte nelle carceri italiane, prima degli episodi recenti degli ultimi anni, le stagioni delle rivolte in carcere sono coincise con periodi storici di grandi scioperi e combattività operaia: i grandi scioperi degli anni 40 del secolo scorso, che hanno avuto il loro apice nel 1943 e le lotte operaie dal ’68 e per tutti gli anni ’70. Furono proprio le rivolte degli anni ‘70 a portare alla riforma del sistema carcerario. Nel 1975 si arrivò alla tanto attesa riforma dell’ordinamento penitenziario. Si attuò così, ma solo formalmente, dal punto di vista legislativo, il principio costituzionale che prevede pene orientate al recupero del condannato e al rispetto del senso di umanità (sic!). Il precedente regolamento risaliva al 1931 (legge fascista), ancora permeato da logiche di punizione e isolamento totale dal resto della società. Nei proclami della propaganda borghese, l’Italia cercò di imboccare una via più attenta ai diritti dei detenuti e alle loro prospettive di reinserimento.

Ma sono i dati relativi al mutamento della popolazione detenuta, che mostrano la sostanza della continuità tra regime fascista e democratico: ossia nel carattere classista e repressivo del sistema carcerario, oltre le vuote proclamazioni di buoni propositi. La popolazione carceraria ha sempre più un profilo di emarginazione e vulnerabilità, conseguenza della criminalizzazione dei migranti e della miseria, riflesso dell’acuirsi della crisi economica e il progressivo smantellamento dello stato sociale. S’è susseguita una serie di leggi che ha reso la nostra giustizia severa con i reietti sociali e indulgente con chi ha maggiori possibilità economiche e relazionali. Negli effetti pratici della politica di classe, le carceri sono sempre più considerate una discarica sociale. Sono le borghesissime Camere penali a parlare di: “polveriera sociale delle carceri italiane”, descrivendo le prigioni come “luoghi ormai invivibili” in cui spesso manca tutto. Su 99 istituti ispezionati dall’associazione Antigone in quasi un terzo non erano garantiti i 3 metri quadrati a testa a cui si ha diritto, in 48 non c’erano le docce, in 6 si dorme guardando il wc sistemato in un angolo tra le brande, in 9 c’erano celle senza riscaldamento, in 47 celle senz’acqua calda. D’altronde, c’è persino un magistrato di sorveglianza che sostiene che l’acqua calda non sia “un diritto essenziale garantito al detenuto, ma una fornitura che si può pretendere solo in strutture alberghiere”.

Riguardo al nuovo reato di rivolta e resistenza passiva contenuto nel ddl Sicurezza appena varato, “di eventi simili fino al 9 dicembre del 2024 ne abbiamo contati solo nelle carceri per adulti ben 1397. Sono classificati come forme di protesta collettiva (tra cui battitura delle sbarre, rifiuto di rientrare nelle celle o sciopero della fame). Eventi in cui non si faceva male nessuno e che fino ad oggi erano puniti con sanzioni disciplinari” [8]. Supponendo che a ogni protesta collettiva abbiano partecipato tre reclusi, e supponendo di applicare le condanne previste nel ddl entrato in vigore ad aprile 2025, considerando una “media di 4 anni di carcere l’uno, sono dunque in arrivo 16 mila anni di carcere contro persone, già detenute, alle quali sarà peraltro escluso l’accesso alle misure alternative. Una ricetta perfetta per far definitivamente esplodere il nostro sistema penitenziario e seppellire in carcere migliaia di persone, selezionate ovviamente tra i più vulnerabili (minori, persone affette da problemi psichici, tossicodipendenti)” [9].

La repressione è evidente se si guarda alle carceri minorili. Anche in questo caso la crescita dei carcerati e quindi delle rivolte, non è dovuta all’aumento della criminalità ma all’inasprimento delle pene conseguente al decreto Caivano, varato nel settembre 2023. Al 15 settembre 2024, erano 569 i ragazzi e le ragazze detenuti negli Istituti penali per minori. A ottobre 2022, erano 392. L'aumento in due anni è stato del 48%, che però si scontra con una diminuzione delle segnalazioni e delle denunce – nel 2023 diminuite del 4,15%. In 12 carceri minorili su 17 si supera la capienza massima e sono aumentate esponenzialmente le proteste per chiedere migliori condizioni. Su 889 ingressi avvenuti dall'inizio dell'anno, il 49% riguarda minori stranieri. Di questi, il 78% proviene da Paesi africani e molto spesso si tratta di minori stranieri non accompagnati. Il decreto Caivano ha portato anche al trasferimento dei giovani nelle carceri per adulti. Il trasferimento dagli istituti per minorenni alle carceri per adulti comporta per chi lo subisce un cambio radicale e scioccante, interrompendo il già difficile percorso educativo e rendendo la reintegrazione sociale ancora più problematica. I ragazzi e le ragazze che hanno commesso reati in minore età potrebbero rimanere negli Istituti per minori fino ai 25 anni. Visto il sovraffollamento, i trasferimenti in strutture per adulti sono stati 123 nel 2024, mentre si erano attestati a 88 nel 2023 e a 58 nel 2022.

Le conclusioni che si devono trarre da questo processo di repressione contro i reietti della società borghese hanno evidenti e molteplici similitudini con la repressione contro i migranti, di cui abbiamo parlato nel numero scorso di questo giornale [10]. Come i migranti, i carcerati fanno parte dell’esercito di riserva, prodotto dallo stesso sviluppo del capitalismo. La produzione in massa di migranti e carcerati ha la sua origine comune nella espropriazione dei contadini e artigiani, nella schiavizzazione, colonizzazione e sterminio di intere popolazioni, all’origini del capitalismo e nella riduzione della popolazione alla condizione di lavoratori salariati, senza riserve, con un processo che si cronicizza nei paesi capitalisticamente più maturi e nelle crisi economiche. Come nel caso dei migranti, l’emergenza stessa è prodotta esclusivamente dal sistema dominante, non c’è aumento dei reati ma aumento della repressione. Come nel caso dei migranti, autori anch’essi di rivolte recenti nei CPR, la borghesia colpisce in maniera mirata i carcerati, ossia proprio i settori del proletariato che hanno osato reagire, anche se in maniera spontanea e disorganizzata: il reato di rivolta e resistenza passiva si applica sia nelle carceri sia nei centri di detenzione amministrativa e di concentramento dei migranti.

Come nel caso dei migranti, si vorrebbe isolare i carcerati dal resto del proletariato, in questo caso bollandoli come seguaci della criminalità organizzata, strumenti di mafia e camorra. Come nel caso dei migranti, la borghesia risponde alle contraddizioni che essa stessa ha creato con decreti speciali orientati alla repressione e criminalizzazione, in anticipo rispetto all’esplodere della lotta di classe, con l’illusione di evitare l’esplodere della bomba sociale.  Si isolano migranti e carcerati dal resto del proletariato e della società, ma questo isolamento è la base di ogni rivolta.

Se negli anni ‘40 e ’70 del secolo scorso, le lotte operaie e le rivolte nelle carceri erano in stretta correlazione, oggi il rapporto è meno diretto: le rivolte nelle carceri non avvengono, purtroppo, in un contesto di combattività proletaria. Ma la borghesia ha presente questa correlazione. La borghesia ha presente la correlazione deterministica tra inasprirsi della crisi, aumento del numero dei carcerati e tendenza alla lotta di classe. E quindi agisce in anticipo, nel disperato tentativo di evitare quel risultato, conseguenza del suo stesso dominio di classe. Le carceri sono quindi, se non espressione della combattività proletaria più in generale, come negli anni ‘40 e ‘70 del secolo scorso, un termometro della tensione sociale latente, che preannuncia o perlomeno minaccia l’esplodere imminente.

Noi non abbiamo nulla da aggiungere e da modificare al nostro solito programma, all’appello all’unione del proletariato, contro tutte le divisioni indotte dalla borghesia.  Non si illuda la borghesia di evitare l’esplodere della lotta di classe con le sue misure sempre più repressive. Le rivolte che proseguono, nonostante i decreti recenti di matrice apertamente classista e fascista, mostrano che la borghesia, proprio nel tentativo di far calare la tensione sociale, in effetti può solo alimentarla, creando le condizioni per crisi ancora maggiori.

«Hai lavorato bene, brava talpa». Così Hegel riprendeva una frase che Amleto rivolgeva al fantasma del padre… Così Marx la riprende nel 18 Brumaio: “La lotta sembra dunque essersi calmata perché tutte le classi, egualmente impotenti e mute, si inginocchiano davanti ai calci dei fucili. Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. […] E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l'Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!”.

La dialettica materialista ci insegna a non guardare solo alla superficie dei fenomeni, al clamore che suscitano le apparenze esteriori e violente, ma al movimento sotterraneo delle determinanti economiche e storiche. La repressione continua dei migranti, come quella dei carcerati, prepara e alimenta la reazione di tutto il proletariato. La vittoria della borghesia, che appare schiacciante, prepara la sua sconfitta. La rivoluzione sta nuovamente facendo il suo lavoro sotto la superficie.

La rivoluzione proletaria avrà anche l’effetto di svuotare le carceri dai disperati che il capitalismo ha costretto a delinquere per sopravvivere, e si riempiranno dei borghesi che si oppongono alla dittatura del proletariato e che sono i veri criminali, i veri assassini. E solo nella società comunista si potrà finalmente eliminare, insieme al denaro, alla merce, alle classi, allo stato e alle nazioni, anche questo orribile strumento di oppressione: le carceri di massa.

 

[1] Karl Marx, Il Capitale, Libro I, capitolo 24: La cosiddetta accumulazione originaria, citando T. J. Dunning, Trades’-Unions ecc. sulla Quarterly Review.

[2] Ibidem.

[3] Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845

[4] “Il capitalismo trasuda delinquenza”, il programma comunista, n. 7/1964.

[5] Karl Marx, Teorie sul plusvalore.

[6] Lenin, Stato e Rivoluzione.

[7] Ibidem.

[8] Rapporto Antigone, dicembre 2024.

[9] Ibidem.

[10] “Si intensifica la repressione contro il proletariato migrante”, Il programma comunista, n. 2/2025.

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  • Dove va la resistenza palestinese? (III)(Il Programma comunista, n°19, 1977)
  • Il lungo calvario della trasformazione dei contadini palestinesi in proletari(Il Programma comunista, n°20-21-22, 1979).
  • In rivolta le indomabili masse sfruttate palestinesi ( E' nuovamente l'ora di Gaza e della Cisgiordania)(Il Programma comunista, n°8, 1982)
  • Cannibalismo dello Stato colonialmercenario di Israele(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Le masse oppresse palestinesi e libanesi sole di fronte ai cannibali dell'ordine borghese internazionale(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • La lotta delle masse oppresse palestinesi e libanesi è anche la nostra lotta- volantino(Il Programma comunista, n°13, 1982)
  • Per lo sbocco proletario e classista della lotta delle masse oppresse palestinesi e di tutto il Medioriente(Il Programma comunista, n°14, 1982)
  • La lotta nazionale dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Sull'oppressione e la discriminazione dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°19, 1982)
  • La lotta nazionale delle masse palerstinesi nel quadro del movimento sociale in Medioriente(Il Programma comunista, n°20, 1982)
  • Il ginepraio del Libano e la sorte delle masse palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1984)
  • La questione palestinese al bivio ( Il programma comunista, n°1, 1988)
  • Il nostro messaggio ai proletari palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1989)
  • Una diversa prospettiva per le masse proletarie (Il programma comunista, n°5, 1993)
  • La questione palestinese e il movimento operaio internazionale ( Il programma comunista, n°9, 2000)
  • Gaza, o delle patrie galere (Il programma comunista, n. 2, 2008)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • A Gaza, macelleria imperialista contro il proletariato ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • Il nemico dei proletari palestinesi è a Gaza City ( Il programma comunista, n°1, 2013)
  • Per uscire dall’insanguinato vicolo cieco mediorientale (Il programma comunista, n° 5, 2014)
  • Guerre e trafficanti d’armi in Medioriente (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medioriente-Volantino (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • L’alleanza delle borghesie israeliana e palestinese contro il proletariato (Il programma comunista, n°6, 2014)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario  ( Il programma comunista, n°3, 2021)
  • A fianco dei proletari e delle proletarie palestinesi! ( Il programma comunista, n°5-6, 2023)
  • Il proletariato palestinese nella tagliola infame dei nazionalismi ( Il programma comunista, n°2, 2024)
  • Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese” ( Il programma comunista, n°4, 2024)
  • Gaza: nessuna illusione ( Il programma comunista, n°1, 2025)
  •   Opuscolo: “Medio Oriente: cronaca di una tragedia proletaria”