Solo qualche mese fa, nel commentare l'esito delle elezioni presidenziali americane, concludevamo sottolineando che negli Stati Uniti esiste da tempo “una situazione sociale spesso drammatica, che investe un po’ tutti i settori del mondo del lavoro e tutte le regioni del vasto Paese. Le lotte si sono moltiplicate negli anni, a volte condotte da sindacati ufficiali che hanno spesso una storia vergognosa alle spalle ma che subiscono una forte pressione da parte dei lavoratori, e a volte espressione di organizzazioni di base che sono un po’ una novità nelle vicende complesse del secondo dopoguerra. È molto semplice: i lavoratori del Paese simbolo dello strapotere imperialista sono con l’acqua alla gola e non ne possono più”.
E ricordavamo la sequenza di lotte e agitazioni sprigionatesi da diversi settori del mondo del lavoro, dai portuali ai lavoratori della Boeing, da quelli dell'industria alimentare ai minatori di carbone dell'Alabama, dai carpentieri agli installatori e manutentori telefonici, dalla manodopera di Amazon a quella dei settori dei servizi e della cosiddetta gig economy, e così via (v. “Qualche parola intorno alle elezioni USA”, il programma comunista, n.1/2025)
Puntualmente, a cercare di nascondere e mistificare questa situazione di profonda crisi sociale, è scesa in campo la demagogia populista e reazionaria (l'asso nella manica del potere borghese in tutte le sue vesti) che indica negli “immigrati” la causa di tutti i mali e su di essi abbatte la propria scure. Ed è successo quel che sappiamo: arresti e deportazioni di massa di cosiddetti “illegali” da parte del potere statale e, in risposta, manifestazioni che, da Los Angeles, nel cuore di un'area da sempre di forte immigrazione latino-americana e asiatica, si sono diffuse in altre metropoli dell'Ovest e poi, via via, hanno toccato città come Detroit, Chicago, New York. A quel punto, come riflesso immediato (diremmo pavloviano!), la reazione statale con l'invio massiccio di Guardia Nazionale e marines.
Non stiamo a fare la cronaca di quanto sta succedendo, perché i media ne sono pieni, spesso all'insegna del solito sensazionalismo. Ricordiamo solo che questo è soltanto l'ennesimo capitolo di una lunga storia di eruzioni sociali che da sempre ha contrassegnato la realtà statunitense, fin dalla Guerra Civile che ha completato la formazione del mercato nazionale e definitivamente immesso il Paese nel girone infernale del capitalismo e infine dell'imperialismo: le forti lotte operaie a cavallo di '800 e '900 con ripetuti episodi di quasi guerra civile, le ricorrenti esplosioni nei ghetti afro-americani schiacciati dal doppio peso dell'emarginazione e del razzismo, il diffuso fermento proletario negli anni '30 del '900, le vaste mobilitazioni (giovanili e non) degli anni '60, fino alle più recenti rivolte contro le perduranti violenze poliziesche.
Nel magma incandescente di queste rivolte, piccole o grandi che siano, attuali o future, represse con cieca brutalità o spentesi via via per il concorso dei soliti pompieri ultra-democratici e istituzionali, risalta sempre la necessità drammatica e urgente, non solo di superare ogni barriera etnica, nazionale, religiosa, culturale, linguistica, e di schierarsi su un vero fronte di classe organizzandosi dentro e fuori i luoghi di lavoro per difendere le proprie condizioni di vita, ma soprattutto che rinasca un organo direttivo politico, capace di raccogliere, unificare e dirigere l'energia che da esse si sprigiona verso l'unico obiettivo possibile (la lotta teorica e pratica per il comunismo), se si vuole evitare di ricadere in un pallido, esangue e inerme riformismo democratico, complice inevitabile di ulteriori bagni di sangue, repressioni e distruzioni, sofferenze quotidiane. La necessità, insomma, del partito rivoluzionario.
giugno 2025