DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Vita di Partito

Parigi. 3 maggio scorso, Assemblea alla Bourse de Travail di rue du Chateau d’Eau, indetta da alcune sigle che si occupano della condizione dei proletari immigrati:  la riunione è cominciata con una certa emozione dovuta all’assassinio, una settimana fa, in una moschea, di un militante africano “sans papiers”, in omaggio al quale è stato scritto un testo intitolato: “Nous sommes tous Aboubacar!”. Questo ci introduce al tema e ambiente generali dell’assemblea: antifascismo e antirazzismo, collegati e naturalmente democratici. Noi abbiamo reimpostato la questione da un punto di vista classista elementare, suscitando lo stupore sorridente dei partecipanti (che, tra l’altro, mostravano di aver sentito per la prima volta questa parola così strana ed esotica: “proletari”!)… Abbiamo ricordato, anche sul filo di un’attualità che tutti i presenti conoscevano, la duplice natura della borghesia democratica, che non esita mai ad alternarsi o mescolarsi col fascismo, “in caso di bisogno”: democrazia blindata!
Ultimo esempio, l’espulsione, il 18 marzo all’alba e con enorme violenza poliziesca (mille sbirri sul piede di guerra, numerosi feriti, ecc.), degli occupanti del teatro Gaîté Lirique, con i loro “solidali” e anche semplici presenti: la borghesia e il suo Stato non potevano sopportare che quest’occupazione riuscita desse un esempio e un incoraggiamento notevoli a tutti i proletari (a quanto pare, ne hanno parlato perfino negli Stati Uniti!). Siamo in una guerra di classe, perché i proletari (“senza tetto”, “senza diritti”, “senza patria”...) hanno almeno, dalla loro parte, il numero e il coraggio, e così hanno mostrato, ancora ultimamente, di cercare di organizzarsi, anche se, per il momento, soprattutto su un piano locale: la possibilità di vivere tra fratelli di classe, per conquistare la possibilità di vivere da esseri umani… Bisogna forse aggiungere che la repressione, spedendo gli espulsi ai quattro angoli del Paese, crea senza saperlo i suoi “becchini”: oggi la provincia infatti vive queste lotte, e anche in città piccole appaiono comitati che si occupano di solidarietà attiva, e nuovi alloggi precari (mille ginnasi) sono stati conquistati... 
Ci è stato possibile diffondere i nostri volantini e prendere più volte la parola. Pur non negando la necessità di lottare contro i nemici aperti (la riunione era dedicata a “razzismo e fascismo”), abbiamo insistito sul bisogno di denunziare pure i nemici nascosti e i falsi amici, fra l’altro la democrazia, senza dimenticare i partiti e le direzioni sindacali, cosiddetti “di sinistra”. L’impostazione classista delle nostre proposte d’azione consiste (in mancanza della possibilità di indire scioperi di fabbrica) nel rafforzare ed estendere il movimento esistente, tra l’altro andando a visitare i foyers di lavoratori immigrati, per ottenere da loro una solidarietà attiva con i proletari “senza tetto” e “senza documenti”: proletari ancora più oppressi di loro. Negli anni Settanta, il lungo “sciopero degli affitti” dei Foyers Sonacotra (cui il nostro partito aveva partecipato con funzioni anche direttive e organizzative) era stato notevole: ma l’anno scorso, senza poter ancora mirare a un tale risultato, abbiamo potuto notare la possibilità di creare almeno un inizio di simpatia e di conoscenza con gli “inquilini” dei Foyers, che all’inizio non avevano la minima idea della situazione dei “senza tetto”.
A parte questi nostri interventi “immediati”, la maggior parte delle nostre parole ha consistito nella denuncia del nazionalismo e della preparazione, materiale, diplomatica e ideologica, della terza guerra mondiale, che non si potrà fermare con nessun pacifismo, ma solo con la rivoluzione, come ha mostrato l’esempio dei bolscevichi della buona epoca. Anche se siamo stati gli unici a parlare in questo senso, queste nostre parole risultavano proprio a tono con certe preoccupazioni attuali dei presenti, riallacciandosi alla recente festa nazionale del 14 luglio 2024, quando avevano approfittato dell’occasione per organizzare, in margine al corteo ufficiale, una “sfilata internazionalista”, in cui i partecipanti erano vestiti da “tiratori senegalesi”, per ricordare la repressione armata contro quelli che avevano creduto di meritare la riconoscenza della Francia, combattendo in prima fila. 
Quest’anno si ricomincerà con lo stesso tipo di sfilata. Noi invece abbiamo approfittato dell‘ambiente antifascista dell’assemblea per denunziare un altro massacro significativo della Francia democratica: quello di Sétif, dell’8 maggio 1945, che tutti nella riunione sembravano ignorare o aver dimenticato (vedi la nota, in altra pagina del giornale): il fatto di essere stati gli unici a parlarne ci ha permesso di ricevere, in margine all’assemblea, il ringraziamento sentito di un algerino che non aveva dimenticato… Sarà dunque bene, il prossimo 14 luglio, far sentire la nostra voce, antimilitarista perché anticapitalista e antidemocratica. 

Roma. Il 15 marzo 2025, in occasione della manifestazione indetta dalle forze politiche e sindacali di regime, la sezione romana al completo ha partecipato alla contromanifestazione “Una piazza per la pace”, indetta da Potere al Popolo e Rifondazione Comunista, con concentramento a Piazza Barberini. Presenti diverse sigle del mondo politico e sindacale: PaP, RC, Fronte comunista, Rete dei comunisti, Risorgimento socialista, Sinistra anticapitalista, PCI, OSA, CARC, Comitato donne lavoratrici immigrate e italiane, BDS, Ecoresistenze, Osservatorio contro la militarizzazione, Comitato di solidarietà con la Palestina, USB, CUB, Area alternativa in CGIL… con immancabile sventolio di bandiere arcobaleno e palestinesi. Nell’occasione, i compagni hanno distribuito il volantino preparato centralmente per l’occasione e l’ultimo numero de “il programma comunista”.

Da piazza Barberini è poi partito un corteo, aperto dallo striscione di PaP “Non un euro per la vostra guerra”, fino a Santa Maria Maggiore dove la manifestazione si è sciolta. Partecipanti 10.000 persone secondo gli organizzatori, intorno ai 5000 secondo noi. Lungo il percorso non è mancato il solito rito del rogo delle bandiere dell’Unione Europea.

Nel complesso, una manifestazione abbastanza eterogenea ma accomunata dall’incapacità di intravedere negli ultimi avvenimenti, apparentemente così imprevedibili, la continuità di quel filo rosso che unisce la normalità dello sfruttamento capitalista alla “eccezionalità” della guerra. Nel nostro editoriale del n.2, abbiamo titolato: “Il ‘nuovo ordine mondiale’ è il disordine del capitalismo in crisi”, un capitalismo che si prepara alla guerra, a un nuovo “bagno di giovinezza”! Lo diciamo da sempre e con fermezza: soltanto la conquista del potere da parte del proletariato rivoluzionario potrà spezzare gli anelli di questa catena infernale.

Nelle stesse ore, in Piazza del Popolo, si svolgeva la kermesse interventista dei guerrafondai europeisti in appoggio al progetto di riarmo europeo da 800 miliardi di euro. Con pelosi e penosi distinguo, hanno partecipato intellettuali borghesi con l’elmetto, altri con pruderie e vocazione alla “buona morte” (degli altri naturalmente!), giornalisti… ops!, pennivendoli della peggior specie, illusi federalisti e, ovviamente, pacifisti che gettano la maschera e mostrano il loro vero volto. Ma non l’avevamo già visto quest’ignobile tradimento? Lo scopo, più o meno camuffato, è sempre quello: preparazione ideologica alla guerra, alla costruzione del consenso, alle inevitabili politiche di contenimento e repressione delle lotte proletarie.

Per non farci mancare nulla, sempre quel giorno, a Piazza Bocca della Verità, si è svolto il presidio indetto da Italia Sovrana e Popolare: nazionalisti, sovranisti e rosso-bruni hanno dato il “meglio” di sé, blaterando di “sovranità nazionale” e “potere popolare”… corroborando i presenti con massicce dosi dell’inno di Mameli! Non sprecheremo altre parole...

Il Primo Maggio, la sezione ha poi partecipato al corteo (organizzato dal S.I.Cobas, più altre sigle dell'antagonismo politico ed alcuni elementi di Che Fare?, del P.C. dei lavoratori...), contro "sfruttamento, precarietà, riarmo, carovita" e per la sempre immancabile parola d'ordine della “Palestina Libera!”. Tra i circa 300 partecipanti abbiamo diffuso, in un buon clima politico, sia il volantino che il giornale riallacciando contatti con simpatizzanti persi da tempo.

Cagliari. In tutte le occasioni che la situazione offre (manifestazioni contro il decreto sicurezza, il 25 aprile, Primo maggio, questione ambientale o contro le esercitazioni militari), abbiamo continuato l’opera di diffusione della nostra stampa, nonostante la lotta di classe sia ancora a uno stato embrionale e di bassissima tensione. Al momento, le prospettive di lotta sono di carattere interclassista e “popolare”: in particolare, in Sardegna queste problematiche si manifestano come opposizione al business del falso green delle multinazionali, alle esercitazioni militari e alla presenza delle basi NATO. Ad esempio, anche quest’anno, ai primi di maggio si è svolta in Sardegna l’esercitazione militare “Mare aperto 2025”, principale evento addestrativo della Marina Militare Italiana, in cui sono state schierate anche le portaerei Cavour e la portaerei da assalto anfibio Trieste; inoltre, recentemente, si sono svolte manifestazioni di piazza “in difesa della democrazia e della pace”, in opposizione al Decreto sicurezza appena varato e contro il riarmo dell’Europa. Sono chiaramente movimenti e manifestazioni piccolo-borghesi, caratterizzati da un forte democratismo, localismo, pacifismo e riformismo. Interveniamo con i volantini e il giornale, portando le nostre posizioni, per cercare soprattutto giovani con le orecchie aperte alle risposte rivoluzionarie, elementi estranei rispetto alle organizzazioni e ai dominanti partiti piccolo-borghesi, ma che scendono in piazza perché non ci sono altre occasioni di lotta. Recentemente, come abbiamo riportato nei precedenti numeri del giornale, abbiamo anche preso la parola. Questo, come ci aspettavamo, ha scatenato la reazione delle organizzazioni e della platea piccolo borghese. I democratici, che cinque minuti prima, nei loro discorsi, si ergevano a difensori del libero pensiero contro la censura fascista e sostenitori del “confronto costruttivo delle differenti opinioni”, quando poi sentono parlare di rivoluzione, di “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, fanno di tutto per disturbarci, interromperci, impedirci di parlare. Gli stalinisti e post-stalinisti di qualunque generazione sono i più accaniti nell’ostilità alle voci rivoluzionarie: il solo accennare alla dittatura del proletariato provoca in loro la più aperta difesa della dittatura democratica borghese. La elementare e basilare parola d’ordine “i proletari non hanno patria”, scatena in loro una reazione scomposta che fa emergere tutto il nazionalismo camuffato da “Europa dei popoli”, “Difesa della Costituzione”, “Sardegna libera”, “Due popoli due Stati”… Tutto ciò non ci spaventa: la conquista della influenza sul proletariato e sulle mezze classi proletarizzate ed in via di proletarizzazione deve passare inevitabilmente per la lotta contro l’opportunismo di ogni risma. È necessario sbugiardare le false parole battagliere, mostrando che in realtà vogliono solo imbellettare il capitalismo per… conservarlo.

Una situazione simile abbiamo sperimentato, ancora una volta, nelle assemblee dei lavoratori: in realtà, assemblee pilotate dai sindacati confederali, che si svolgono in teleconferenza e in cui ai lavoratori raramente viene data la parola. Alla minima critica verso la prassi sindacale confederale, i sindacalisti della Triplice si mostrano come i più feroci sbirri in difesa dell’azienda, minacciando di sanzioni disciplinari e conseguente licenziamento i lavoratori e i nostri compagni che hanno il coraggio di attaccarli.

Nonostante gli sforzi dell’opportunismo di silenziarci, i nostri volantini e il nostro giornale hanno avuto una diffusione ampia, soprattutto tra i giovani. Naturalmente, in assenza di una lotta di classe aperta, ciò che possiamo fare con loro è riannodare il filo rosso e ribadire le lezioni dell’esperienza di tutta la lotta di classe passata.

Berlino.
Ogni mese, teniamo un incontro pubblico, al termine del quale discutiamo con i presenti. A febbraio, il tema era e per caso siamo capitati proprio nel giorno in cui il leader del "Partito dei Lavoratori del Kurdistan" (PKK), Öcalan, ha sciolto l’organizzazione. La nostra posizione (la loro incapacità di offrire una prospettiva "socialista" come hanno fatto finta di fare in passato o di risolvere la cosiddetta "questione curda") veniva verificata dalla realtà in un modo molto brutale, considerate la loro collaborazione e sottomissione all'imperialismo turco e a partiti dichiaratamente fascisti. Forse per questa attualità, nel nostro incontro pubblico è successo che uno spettro diverso di posizioni (quelle "classiche" anti-imperialiste della “sinistra diffusa”) s’è trovato a doversi stropicciare gli occhi sia per quanto abbiamo esposto sia per l’esplodere di ogni prospettiva delle loro posizioni. Ma va sempre bene se le nostre posizioni si confrontano con la realtà effettiva: così, abbiamo potuto spiegarle bene, nel nostro rapporto e nella discussione.

Ad aprile, abbiamo trattato un’altra volta il tema della guerra: il camino dal cosiddetto neo-liberalismo all’economia di guerra, criticando l’ideologia dominante all'inizio che adesso, sempre più, dichiara che occorre la guerra e sta instaurando progressivamente un’economia di guerra. Anche in questo incontro, abbiamo notato che c'è un interesse crescente alle nostre posizioni.
Inoltre, siamo in contatto con lavoratori e sindacalisti che conducono lotte o tentativi di difendersi: alla Volkswagen (purtroppo, l’esito di quella lotta è stato un disastro), nel servizio pubblico, nel facility management della clinica Charité, e in altre situazioni.

Il Primo maggio, siamo stati presenti sia a Berlino sia a Zurigo, dove abbiamo diffuso il volantino e il giornale, ma anche discusso con i partecipanti.
Infine, siamo stati molto impegnati con il nuovo numero di "Kommunistisches Programm", che presenta molti articoli riguardanti la guerra, la critica all'ideologia dell'antifascismo, la questione curda, lotte e conflitti sociali come alla Volkswagen ecc.

INTERNATIONAL COMMUNIST PARTY PRESS
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NOSTRI TESTI SULLA "QUESTIONE ISRAELE-PALESTINA"
  • Israele: In Palestina, il conflitto arabo-ebreo ( Prometeo, n°96,1933)
  • Israele: Note internazionali: Uno sciopero in Palestina, il problema "nazionale" ebreo ( Prometeo, n°105, 1934)
  • I conflitti in Palestina ( Prometeo, n°131,1935)
  • Gli avvenimenti in Palestina (Prometeo, n°132,1935)
  • Israele: Fraternità pelosa ( Il programma comunista, n°21, 1960)
  • Israele: Il conflitto nel Medioriente alla riunione emiliano-romagnola (Il programma comunista, n°17, 1967)
  • Israele: Nel baraccone nazional-comunista: vie nazionali, blocco con la borghesia ( Il programma comunista, n°20, 1967)
  • Israele: Detto in poche righe ( Il programma comunista, n°18, 1968)
  • Israele: Spigolature ( Il programma comunista, n°20, 1968)
  • Israele: Un grosso affare ( Il programma comunista, n°18, 1969)
  • Incrinature nel blocco delle classi in Israele(Il Programma comunista, n°17, 1971)
  • Curdi palestinesi(Il Programma comunista, n°7, 1975 )
  • Dove va la resistenza palestinese? (I)(Il Programma comunista, n°17, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (II)(Il Programma comunista, n°18, 1977)
  • Dove va la resistenza palestinese? (III)(Il Programma comunista, n°19, 1977)
  • Il lungo calvario della trasformazione dei contadini palestinesi in proletari(Il Programma comunista, n°20-21-22, 1979).
  • In rivolta le indomabili masse sfruttate palestinesi ( E' nuovamente l'ora di Gaza e della Cisgiordania)(Il Programma comunista, n°8, 1982)
  • Cannibalismo dello Stato colonialmercenario di Israele(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Le masse oppresse palestinesi e libanesi sole di fronte ai cannibali dell'ordine borghese internazionale(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • La lotta delle masse oppresse palestinesi e libanesi è anche la nostra lotta- volantino(Il Programma comunista, n°13, 1982)
  • Per lo sbocco proletario e classista della lotta delle masse oppresse palestinesi e di tutto il Medioriente(Il Programma comunista, n°14, 1982)
  • La lotta nazionale dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Sull'oppressione e la discriminazione dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°19, 1982)
  • La lotta nazionale delle masse palerstinesi nel quadro del movimento sociale in Medioriente(Il Programma comunista, n°20, 1982)
  • Il ginepraio del Libano e la sorte delle masse palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1984)
  • La questione palestinese al bivio ( Il programma comunista, n°1, 1988)
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