Berlino. Il 10, l’11 e il 12 gennaio sono stati tre giorni intensi di lavoro internazionale, presenti compagni e giovani simpatizzanti da Austria, Germania, Italia e Svizzera. Il 10 gennaio, presso la nostra sede, i compagni tedeschi hanno tenuto una conferenza pubblica dal titolo: “La Lotta contro la guerra richiede la lotta contro l’opportunismo”. In sintesi estrema: non basta essere genericamente “contro tutte le guerre”, e non è nemmeno sufficiente mostrare che la guerra è un prodotto naturale del capitalismo giunto alla sua fase imperialista. Solo la rivoluzione comunista potrà porre fine definitivamente alle guerre. Per questo, la nostra parola d’ordine, “Trasformare la guerra imperialista in guerra civile”, serve a smascherare i chiacchieroni e i traditori. Essa spaventava la maggioranza dei socialisti riuniti a Zimmerwald nel 1915 e l’anno dopo a Kienthal, svelandone la natura di rivoluzionari a parole e riformisti nei fatti. Ed è la nostra lezione per l’oggi, di fronte agli innumerevoli inviti a fronti comuni e comitati per la pace. Compito del partito è di partecipare, nei limiti delle sue forze, a tutte le manifestazioni contro la guerra: ma lo fa per unire il fronte di lotta dal basso, verso il disfattismo contro la propria borghesia e il suo Stato, e non certo per sancire unioni con altre organizzazioni politiche che si limitano all’idealistica opera di risveglio delle coscienze, agli appelli puramente verbali e interclassisti.
La mattina dell’11, presenti i compagni e simpatizzanti, si è seguita la traccia del nostro quaderno “Partito di classe e questione sindacale”, di cui i compagni tedeschi stanno ultimando la traduzione. I simpatizzanti hanno posto domande concrete su quello che è il problema costante della tattica. Cerchiamo di riassumerle. “Come si conquista l’influenza sulle masse senza fare concessioni nei contenuti?”. In Svizzera, ci si è ritrovati nella situazione concreta della chiusura di una fabbrica: operai e sindacati hanno proposto l’autogestione, nell’illusione di salvare il posto di lavoro. La risposta dei comunisti deve essere unificante e uscire dalla prospettiva della singola fabbrica: aumento del salario e riduzione dell’orario di lavoro, salario pieno a licenziati e disoccupati. Contro l’isolamento nella singola fabbrica e tutte le divisioni create dai padroni e dai loro agenti nel seno della classe, le nostre rivendicazioni tendono a creare un fronte di lotta ampio. Altra domanda: “Ma il salario integrale a licenziati e disoccupati è il reddito di cittadinanza?”. No! Il reddito di cittadinanza è una concessione con cui lo Stato cerca di anticipare e deviare la combattività proletaria, il salario integrale a licenziati e disoccupati, senza distinzione, ad esempio, tra cittadini e clandestini, è una conquista dei proletari che li allena alla lotta, li unifica e gli fa comprendere chi sono i nemici. È facile prevedere che i tentativi di autogestione falliranno, ma i comunisti non hanno bisogno di imparare dall’esperienza dell’oggi: conoscono già l’andamento futuro della lotta. Compito del partito è proprio quello di impedire alla classe di ripetere sempre gli stessi errori. Ancora: “Che cosa rispondere alle richieste di riduzione del salario per evitare i licenziamenti?”. Non è sufficiente rispondere che i capitalisti privatizzano i profitti e socializzano le perdite: noi non chiediamo semplicemente che venga “ridistribuita la ricchezza”, come vorrebbero le mezze classi e la parte più intelligente della borghesia nella speranza di impedire l’esplodere della bomba sociale. Noi lottiamo per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, indipendentemente dalle compatibilità con economia aziendale e statale, e in prospettiva rivendichiamo l’intero possesso dei mezzi di produzione e della ricchezza. Non esiste una formula magica, organizzativa o di volontà, che possa farci guadagnare il consenso tra le masse: la capacità del partito di cambiare la storia non è mai slegata dalle condizioni oggettive, determinate dalle contraddizioni sempre crescenti prodotte dal capitalismo e indipendenti dalla volontà del partito. Le condizioni oggettive mettono in movimento la classe, la costringono a difendersi sul piano economico: il partito deve agire in questo movimento per portare la classe verso obiettivi politici – il superamento del modo di produzione capitalistico. In particolare, abbiamo rimandato i simpatizzanti al nostro opuscolo “Per la difesa intransigente delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato”. La nostra condanna dell’opportunismo non è di ordine idealistico e morale: esso è espressione degli interessi delle mezze classi, che subiscono le contraddizioni del capitale e sono via via proletarizzate. D’altra parte, il partito, mentre opera per strappare il proletariato alla influenza della piccola borghesia, non è indifferente alle rivendicazioni che vanno oltre il rapporto tra capitale e lavoro, ma si pone l’obiettivo di impostare la lotta nel senso puramente classista, per evitare che i proletari subiscano l’influenza delle mezze classi. “Qual è la giusta impostazione del fronte unico?”: il fronte unico non significherà mai inter-gruppi e alleanze con altre organizzazioni politiche, ma è espressione della tattica dell’estensione e unificazione del fronte di lotta proletario, dal basso, tenendo inevitabilmente conto delle condizioni oggettive, del livello di combattività. Altra domanda: “Che cosa si intende per ‘utilizzo delle organizzazioni immediate come cinghia di trasmissione?’”: questa tattica è stata confusa e deformata dall’opportunismo, che si è servito delle organizzazioni immediate per veicolare i propri interessi. Queste e altre domande rimandano al necessario lavoro di formazione teorica e pratica dei simpatizzanti, nella loro progressiva integrazione nel partito, senza fretta e con la massima serietà e passione.
Nel pomeriggio dell’11, i lavori si sono concentrati sul tema del centralismo organico. Il nostro modo di organizzarsi può apparire come una completa novità per i giovani che si avvicinano. Il centralismo organico non è né una ricetta pronta per l'uso né un sistema di codici di comportamento cui adeguarsi. Il processo di preparazione rivoluzionaria della nostra classe non è una questione di forme di organizzazione che –metafisicamente – dovrebbero di per sé accelerare e/o indirizzare il movimento di classe. Si tratta invece di un metodo di lavoro che va precisato nella pratica, sia all'interno della nostra comunità militante che nei confronti del mondo nel quale dobbiamo operare “per rivelare la classe a sé stessa”. La prassi del centralismo organico si può realizzare solo liberandosi dai formalismi e dalla visione teorica della contrapposizione rigida tra partito storico e partito formale: ossia, partecipando attivamente al lavoro dell’organo rivoluzionario, alla preparazione rivoluzionaria. È attraverso questo lavoro, pur nelle condizioni sfavorevoli, che si opera una selezione naturale dei compagni più adatti a svolgere funzioni collettive. Il centralismo è sempre stato attuato e difeso, sin dalle origini, dal comunismo scientifico; il termine “organico” è espressione della invariante ostilità al principio democratico, da sempre una caratteristica del marxismo rivoluzionario. L’organicità è nella adesione, condivisione e difesa di elementi invarianti (teoria, fini, principi, organizzazione) da parte di tutti i militanti, sia alla base che al vertice. Il centralismo organico non è un’invenzione della Sinistra comunista “italiana”: la necessità del partito, la sua centralizzazione e la negazione del principio democratico, anche come strumento organizzativo, sono da sempre i fondamenti dei comunisti. In questo, fondamentalmente, è il senso della militanza oggi. Chi si avvicina a noi deve essere disposto ad accettare le difficoltà di questo duro lavoro minoritario e oscuro in condizioni ancora controrivoluzionarie, e la militanza non è il continuo confronto di tesi opposte, ma contributo collettivo a un programma definito. Il lavoro teorico interno è lavoro collettivo condiviso, di difesa della continuità, e per fare questo non si richiede a ogni singolo compagno di avere una conoscenza completa del patrimonio del partito: solo il lavoro collettivo consente al partito di utilizzare il proprio enorme patrimonio di teoria ed esperienza. La differenza tra simpatizzante e militante non è di tipo scolastico, ma risiede nel grado di devozione e fiducia nell’operare del partito: non in fattori razionali, ma piuttosto di passione e convinzione nel voler contribuire al lavoro collettivo e anonimo, e la nostra stampa funge da organizzatore collettivo.
Infine, il 12 gennaio, compagni e simpatizzanti hanno partecipato all’annuale manifestazione in ricordo di Rosa, Karl e Lenin, distribuendo un volantino che sintetizza le nostre posizioni sulla guerra e tenendo un banchetto con la nostra stampa internazionale. La manifestazione era fortemente focalizzata sulla “questione palestinese”, e dunque il nostro volantino, in quanto organo di partito, era pregiudizialmente rifiutato da gran parte dei manifestanti, accomunati da programmi piccolo-borghesi e democratici. E il nostro striscione si distingueva da tutti gli altri, perché, contro le dominanti parole d’ordine nazionalista, ricordava semplicemente che “Il proletariato non ha patria”.