L'aumento dei costi di produzione, il calo del potere d'acquisto nell'UE e la crisi globale delle vendite hanno colpito l'industria più importante della Germania: il settore automobilistico. Anche il gruppo automobilistico più grande d'Europa, uno dei maggiori „datori di lavoro“ tedeschi, il Gruppo Volkswagen, ne è coinvolto: i profitti stanno crollando e le vendite sono in calo.
E, come al solito, per il padronato ed il suo Stato, mentre continuano ad arricchirsi a nostre spese con la complicità dei sindacati riformisti e collaborazionistisi, si tratta di scaricare i costi della crisi sulla classe dei salariati. Dopo tutto, siamo noi, il moderno proletariato, ad aver creato e a creare la ricchezza, come, in questo caso, i profitti generati dall'utilizzo capitalistico della nostra forza lavoro. Questa vertenza sindacale rientra nella continua lotta economica, vera e propria guerriglia tra capitale e lavoro, per strappare parte della ricchezza sociale prodotta „sotto forma“ di salario. Quanto si siesce a strappare (e in tempi di crisi, quanto si riesce a non perdere!) è una difficile questione di equilibrio sociale proporzionale alla energia che la nostra classe riesce a dispiegare facendo i conti con i vincoli degli interessi dell'economia nazionale, vincoli sui quali i rappresentanti del capitale hanno sempre il potere di definizione.
Nel settembre 2024, il Gruppo Volkswagen ha annunciato un massiccio programma di riduzione dei costi a scapito della forza lavoro. Le ragioni addotte sono il calo dei profitti, le difficoltà di vendita e il basso utilizzo della capacità produttiva della casa automobilistica. In ogni caso l'azienda è stata fino ad oggi in grado di raccogliere enormi profitti: VW ha realizzato un utile di 22 miliardi di euro nel 2022 e di ben 23 miliardi nel 2023. Secondo il bilancio 2023, gli utili non distribuiti di VW sono altrettanto elevati: 137 miliardi di euro! Inoltre, sono stati distribuiti dividendi mozzafiato agli azionisti. La ZDF (televisione pubblica, la RAI tedesca) riporta il 10 novembre 2024: "È una cifra incredibile. Tra il 2021 e il 2023, VW ha distribuito circa 22 miliardi di euro ai suoi azionisti. Solo per l'ultimo anno finanziario, la cifra è stata di 4,5 miliardi di euro". Nella prima metà del 2024, VW ha realizzato altri profitti per 10 miliardi di euro e solo nel terzo trimestre del 2024 i profitti sono crollati del 63% (fonte: VW) rispetto all'ottimo terzo trimestre dell'anno precedente. Nel corso delle prime trattative tra il sindacato IG Metall, il Consiglio di Fabbrica [1] e i rappresentanti di VW, sono stati resi pubblici alcuni dettagli sui piani dell'azienda. Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca, la VW intende chiudere tre stabilimenti, eliminare fino a 30.000 posti di lavoro, chiedere un taglio del salario base del 10% e l'annullamento di alcuni altri bonus: in totale, una riduzione del 18%. VW ha disdetto i contratti collettivi e i relativi accordi, e i licenziamenti obbligatori (cioè quelli che interessano l'azienda „senza giusta causa“ e senza un piano di ammortizzazione sociale) sono possibili a partire dal luglio 2025. Il cosiddetto „obbligo di pace“ (il periodo tra un contratto e l'altro, durante il quale non si può scioperare) è scaduto a novembre, il che significa che gli scioperi sono legalmente possibili a partire da dicembre. In vista di un nuovo contratto, IG Metall ha chiesto un aumento salariale di circa il 7%, in grado solo di compensare l'aumento del costo della vita conseguente all'impennata dell'inflazione, ma anche a questa modesta richiesta l'azienda risponde negativamente. Il 20 novembre, l'IG Metall e il Consiglio di Fabbrica dell'intero gruppo hanno annunciato di voler presentare un "piano per il futuro" che prevede importanti concessioni al Gruppo VW prima che sia stata attuata anche una sola ora di sciopero. Il piano prevede un risparmio sul costo del lavoro di 1,5 miliardi di euro, con la rinuncia operaia a ogni aumento salariale per il 2025 e il 2026 e quella dei dirigenti ai loro cospicui “bonus di risultato“. Il denaro risparmiato dovrebbe essere versato in un "fondo futuro" da utilizzare per compensare in modo flessibile la riduzione dell'orario di lavoro e "continuare a organizzare i tagli al personale in modo socialmente responsabile" (IG-M). A sostegno di questa „piattaforma“, IG-Metall annuncia una tornata di „scioperi di avvertimento“ (lo „sciopero di avvertimento“ dovrebbe servire a convincere le controparti della determinazione alla lotta del sindacato!), ma la controparte nelle tre tornate negoziali condotte a partire dal 21 novembre rifiuta perfino queste proposte di resa. E così, tra fischietti e sventolio di bandiere, retorica operaista e demagogia, questi scioperi partono: in sole tre sedi, il 2 di dicembre, solo per quattro ore, senza rompere il ritmo dei turni, senza causare il minimo danno economico!
Poi uno strano silenzio....
Abbiamo già sottolineato, in occasione della conferenza pubblica tenuta dalla nostra sezione di Berlino a fine settembre 2024, che, data la grande rilevanza della VW e dell'industria automobilistica nel suo complesso, le conseguenze di questo attacco a questa parte così importante della classe operaia non devono assolutamente essere sottovalutate. È probabile (anzi, è certo) che vi siano conseguenze negative per i dipendenti di altre aziende, per un intero settore, per intere regioni e per la struttura salariale nel suo complesso. In altre parole, sono in gioco le condizioni di vita e di lavoro di un gran numero di persone. Proprio per questo, i dipendenti VW dovrebbero promuovere una tenace resistenza e un'estesa solidarietà al di fuori del Gruppo. Se ci fosse una lotta estesa, potrebbe essere un passo importante verso una ripresa generale della lotta di difesa economica, una ripresa che dobbiamo sostenere e, se e dove possibile, promuovere.
Per poter guidare, sostenere e accompagnare con successo le lotte, è necessario innanzitutto avere chiaro il ruolo dei sindacati che sostengono lo Stato (IG Metall) e del Consiglio di Fabbrica. Per quel che riguarda VW, è tanto più importante e neccessario proprio perché esiste una tradizione pluridecennale di corporativismo e collusione tra il Consiglio di Fabbrica e i sindacati da una parte e il Gruppo VW – almeno fino ai tanti scandali pubblici che rappresentano solo la punta di questo „iceberg“ di complicità. I membri di spicco del CdF, che sono ovviamente eletti attraverso la lista dell'IG Metall, ricevono stipendi esorbitanti, tanto da essere criticati persino dai tribunali, e cambiano regolarmente schieramento: da „rappresentanti“ dei lavoratori a membri del consiglio di amministrazione del Gruppo VW. Finora, l'IG Metall è sempre riuscito a placare il più rapidamente possibile i conflitti di lavoro al tavolo delle trattative, per evitarne un'escalation. Anche questa volta si cercherà come sempre di pacificare e soffocare i conflitti al tavolo delle trattative, cavalcando la rabbia che cresce con alcune concessioni per "evitare il peggio ai dipendenti VW", imbalsamando con le parole la volontà di lottare e tutti i "discorsi di rabbia". Nella situazione attuale, è necessario che i lavoratori più attivi, incazzati e coscienti cerchino di utilizzare le strutture dell'IG Metall e dei Consigli di Fabbrica per poter condurre una lotta efficace contro gli attacchi in corso, denunciando le restrizioni nei metodi di lotta che l'apparato dell'IG-M vorrebbe imporre e cercare di rompere l'obbedienza ai funzionari. Così come è necessario denunciare apertamente ogni forma di politica e tattica di pacificazione. E' necessario utilizzare appieno la forza della lotta possibile, per uscire dal quadro predeterminato e controllabile disegnato in più di mezzo secolo dalla connivenza riformista tra Stato, padronato, sindacato... In un comparto industriale, l'azione sindacale è particolarmente dolorosa per le aziende solo quando blocca la produzione e colpisce ciò che è importante per il capitale: la produzione di profitto. Maggiore è il danno economico causato, più a lungo la produzione è ferma, maggiore è il caos , insomma, maggiore è la pressione che possiamo esercitare, maggiore è il risultato che si riesce a strappare.
Quindi, quando e se l'IG-M invita alla moderazione, alla ragionevolezza, all'autocontrollo, non fa altro che sabotare, boicottare la lotta dei lavoratori per respingere questi attacchi.
È inoltre necessario respingere fermamente qualsiasi ambizione di cogestione da parte dei sindacati o di altri gruppi che si definiscono "di sinistra". Non è nostro compito trasformare VW da produttore premium a produttore low-cost, da produttore di motori a combustione a produttore elettrico o da gruppo automobilistico a produttore di treni, né dare alla dirigenza altri consigli benintenzionati su come uscire dalla crisi industriale. È normale che un'azienda capitalista subisca di tanto in tanto processi di trasformazione e che le condizioni economiche dei mercati cambino. Ma non è un nostro problema.
Dobbiamo anche respingere ogni sorta di "logica della rinuncia" e le argomentazioni basate su "dati economici negativi". Per il capitale e i suoi rappresentanti, è una legge economica naturale intascare i profitti generati dall'utilizzo della nostra forza lavoro nei tempi delle vacche grasse e scaricarci addosso i costi della crisi nei tempi delle vacche magre. Se ci lasciamo ricattare, ad esempio rinunciando ai salari per salvare i nostri posti di lavoro, il capitale non si fermerà. Come dimostrano gli accordi annullati dal Gruppo VW, qualsiasi accordo, anche quello per salvare i posti di lavoro, può essere nuovamente annullato. Ciò significa che il padronato non si fermerà alle concessioni fatte, ma cercherà di andare avanti, finché non lo fermeremo. E questo è solo una questione di equilibrio di potere, di forza. La questione dunque è: fino a che punto permetteremo che ciò avvenga? E' importante dire "basta", stabilire un punto di non ritorno.
La lotta in VW è una lotta che ha conseguenze che vanno ben oltre il Gruppo. L'attacco della dirigenza è un attacco alla struttura salariale nel suo complesso. Se avrà successo, altre aziende si sentiranno rafforzate e incoraggiate ad aumentare la pressione sui "loro" dipendenti spaventati e rassegnati; viceversa, una vittoria della lotta operaia aumenterà il coraggio dei lavoratori di altre aziende. Poiché attacchi simili sono previsti o sono già in corso anche in altri gruppi automobilistici in Germania (ad esempio Ford, BMW, Mercedes) e oltre (ad esempio Stellantis, che comprende Fiat, Peugeot e Chrysler) e anche nell'industria delle forniture automobilistiche (ad esempio Schaeffler, Bosch e ZF), la lotta deve essere estesa anche oltre l'azienda o il gruppo. Va da sé che, all'interno del Gruppo VW, i lavoratori delle varie sedi – anche di Paesi diversi – devono essere solidali tra loro e non lasciarsi mettere l'uno contro l'altro.
Infine, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a un sistema sociale che è storicamente superato e che continua a minare le nostre condizioni di vita e di lavoro: anzi, le nostre intere condizioni di esistenza. È il capitalismo che sta inevitabilmente raggiungendo i suoi limiti e che porta a crisi economiche sempre più gravi. Gli economisti borghesi dalla mentalità ristretta di solito mettono insieme le attuali crisi economiche in modo incoerente come un "su e giù" di un sistema economico di per sé stabile, e cercano le cause della crisi negli sviluppi a breve termine. Anche se alcuni degli inneschi/pretesti della crisi, come l'alta inflazione, possono avere delle accelerazioni negli „ultimi eventi“ come la guerra in Ucraina, non possono essere visti in modo isolato dallo sviluppo generale della crisi capitalista che genera inevitabilmente conflitti. Tanto è vero che un paio delle cause scatenanti l'impennata inflattiva sono stati l'enormità del debito pubblico (caratteristica strutttturale dello Stato borghese fin dai suoi primi vagiti...) e la politica del denaro a basso costo con cui gli Stati e le loro banche centrali, soprattutto la BCE in Europa e la Fed negli Stati Uniti, hanno inondato i mercati per contrastare invano la crisi finanziaria globale del 2007/2008 e degli anni successivi. La pandemia di coronavirus, con il suo sfruttamento ideologico, economico e sociale, è stata poi un ottimo pretesto per mascherare le cause strutturali della crisi e continuare a stampare inutile denaro...
Comunque, il modo di produzione capitalistico ha manifestato la propria inevitabile instabilità nel momento in cui, a metà circa degli anni settanta del ‚900, si è esaurita la spinta espansiva partita con la conclusione del secondo conflitto interimperialistico. Da allora, con tempi e modi diversi, si è manifestata la „crisi strutturale di sovrapproduzione di merci, capitali, „esseri umani“, in un susseguirsi di rallentamenti, accelerazioni, espedienti, i cui dettagli potrete ritrovare nel lungo nostro lavoro di analisi del Corso del Capitalismo mondiale...
Il motivo per cui facciamo questa precisazione è il seguente: se si parte dal presupposto, da parte dell'economia borghese e all'interno della "sinistra" del capitale, che la crisi economica sia un fenomeno congiunturale, di breve durata, causato da una cattiva gestione, da una cattiva amministrazione e da politiche sbagliate... e altre comode e consolatorie interpretazioni, risulta allora evidente l'illusione (anzi, l'ideologica falsa coscienza dei funzionari borghesi più o meno anonimi del Capitale) che tutti i problemi possano essere risolti semplicemente sostituendo il personale alla guida e alla manutenzione della macchina (le maschere dei personaggi).
Questo ci porta e ci mantiene, soprattutto in tempi di carnevali elettorali, su quella stessa strada riformista che ostacola, rallenta, tenta di impedire la ripresa anche solo di una efficace ed efficente difesa economica.... e ci condanna a rimanere nient’altro che una massa di individui a disposizione delle esigenze del modo di produzione capitalistico, in cui le catene che ci inchiodano alla macina dell'accumulazione capitalistica sono per miracolo trasformate in gioielli e monili di cui vantarsi.
A questo ci opponiamo con una profonda e fondamentale analisi, comprensione e critica radicale delle relazioni capitalistiche. Solo così possiamo difenderci oggi dai crescenti attacchi dello Stato e del Capitale, prendendo in mano il nostro destino e lottando per le nostre condizioni di vita e di lavoro, invece di cadere nel letargo e nelle illusioni ingannevoli dei cosiddetti rappresentanti del popolo, dei governi e dello Stato. Tuttavia, dobbiamo anche essere consapevoli dei limiti che la difesa immediata e le lotte difensive inevitabilmente hanno, invece di essere illusi e poi delusi da false aspettative di successi globali e duraturi. La lotta di difesa economica ha senso proprio e solo come allenamento alla lotta politica rivoluzionaria.
In prospettiva, è quindi necessario fare un passo avanti: l'argomentazione della dirigenza VW, secondo cui gli stabilimenti sono sottoutilizzati nonostante che tutti i veicoli prodotti rimangano invenduti, dimostra che le ore di lavoro socialmente necessarie alla poduzione potrebbero essere drasticamente ridotte, che il lavoro salariato può essere superato, che il principio della massimizzazione del profitto e della crescita sempre maggiore non ha più alcun senso. Qualche anima candida ripropone anche la questione di "cosa si produce", cioè se le automobili hanno senso o se distruggono solo l'ambiente, come se nelle forme in cui si organizza il modo di produzione capitalistico fosse possibile sottoporre le forze di produzione a un'intelligente pianificazione e soddisfazione dei bisogni umani e naturali... Il capitalismo dipende da una crescita sempre maggiore, dalla produzione, dall'utilizzo del capitale e dalla massimizzazione del profitto – che è tale perché il nostro lavoro salariato crea ricchezza come valore aggiunto grazie allo sfruttamento della nostra forza lavoro. Con una produzione finalizzata solo al profitto, la questione dell'utilità si pone solo nella misura in cui tutti i beni prodotti devono trovare un acquirente da qualche parte. Tuttavia, chiunque voglia porsi la "domanda di senso" o criticare la crescente distruzione dell'ambiente può farlo solo mettendo in discussione il capitalismo in quanto tale. Crisi e guerre sempre nuove non fanno solo parte del DNA del capitalismo: più i problemi di sfruttamento del capitale diventano grandi, più la crisi strutturale diventa grave, più tutte le conseguenze negative delle crisi economiche diventano grandi e più aumenta la dinamica globale e bellica del capitalismo che, contrariamente alle spiegazioni borghesi, non è alimentata da tiranni e cattivi, ma dalle contraddizioni imperialiste interne. Tutto questo non deve portare a „teorie di sventura“ secondo le quali il capitalismo si sfalderà da solo in una bella giornata di sole come una grande ruota dentata saldamente azionata. Non c'è nessun automatismo, e la ruota del criceto continuerà a girare, per quanto cieca possa essere l'interruzione e la distruzione – l'unica eccezione sarebbe una guerra nucleare totale. Ecco perché il capitalismo può essere eliminato solo attraverso un processo globale di sconvolgimento sociale – una rivoluzione che metta fine al lavoro salariato, alla crisi, alla guerra, alla distruzione dell'ambiente e a tutte le altre condizioni di oppressione una volta per tutte e apra la strada a una società senza classi, il comunismo!
Ultima ora: accordo raggiunto alla Volkswagen... un gioco truccato sulla pelle degli operai.
Alla fine, le cose si sono svolte in modo sorprendentemente rapido. Dopo una maratona di ben otto giorni di negoziati dal 12 al 20 di dicembre, prima ancora che una vera e propria azione sindacale fosse partita, è stato raggiunto l'accordo tra IG-Metall e Volkswagen: più di 35000 posti di lavoro saranno tagliati nel giro di sei anni, cioè 35000 lavoratori saranno licenziati in modo „socialmente responsabile“ (nessuna nuova assunzione, prepensionamenti più o meno parziali, corresponsione di indennità di licenziamento...).
Groeger, il capo (o Kapò?) di IG-Metall, celebra il risultato: „I tagli ai posti di lavoro sono stati organizzati senza licenziamenti per ragioni aziendali [l'equivalente tedesco di un licenziamento in tronco senza giustificato motivo e quindi senza ammortizzatori sociali - NdR]. In origine, il Gruppo VW voleva tagliare addirittura 55000 posti di lavoro: questo è stato impedito“ (Bild Zeitung, 21/12/2024). La „sicurezza del posto di lavoro“, cioè la „rinuncia“ dell'azienda ad altri licenziamenti, resterà in vigore fino al fatidico 2030: in cambio, chi continuerà a lavorare rinuncerà agli aumenti salariali e dovrà accettare i tagli ai „pagamenti speciali“ – una perdita secca e consistente di salario reale! Lo stabilimento di Osnabrück (2300 dipendenti circa) sarà venduto, forse a una azienda del settore della difesa, mentre quello di Dresda (340 dipendenti circa) sarà „ridedicato“... a cosa? ancora da studiarsi! Si prevede un „risparmio“ per il Gruppo di 1,5 miliardi di euro all'anno e 4 miliardi a medio termine. Il programma di riduzione dei costi pur essendo principalmente a carico dei dipendenti (chi l'avrebbe mai sospettato?...) non sarà comunque risolutivo dei problemi finanziari del Gruppo. In compenso, il clan Porsche/Pieich (oh bella... ma non era solo l'italico arretrato capitalismo a essere affetto dal „familismo“ degli industriali?) è riuscito a garantire che i dividendi non vengano toccati. Perfino la stampa borghese ha mosso una velata critica: secondo la Stuttgarter Zeitung del 30/10/2024 „Il clan Porsche/Pieich ha un potere inimmaginabile nell'indusria automobilistica tedesca. Il suo patrimonio ammonta a 30 miliardi di euro. Nessuna decisione può essere presa alla Volkswagene e alla Porsche senza i membri della famiglia allargata“. Mentre la Wirtschaftswoche del 20/12/2024 tira addirittura le orecchie: „Ci vogliono molti miliardi di investimenti ogni anno per recuperare il ritardo in settori chiave come le celle a batteria, le auto definite dal software e la guida autonoma. Più soldi per gli investimenti, meno pagamenti di dividendi – questo sarebbe urgentemente necessario“. Oltre al compromesso al ribasso e all'aborto indotto a ogni tipo di agitazione e azione sindacale nelle aziende, quel che ci lascia sbalorditi, superando perfino i timori che avete letto nella parte precedente delle nostre considerazioni, è: come è stato possibile raggiungere un accordo in così breve tempo? Come e perché IG-Metall è stata così vergognosamente coinvolta in questo pessimo affare? Naturalmente sono domande retoriche, poiché le risposte sono inscritte nel ruolo, nella funzione, nell'integrazione, nella storia del sindacalismo tedesco. Dalla Repubblica di Weimar, al Terzo Reich, alla DDR, alla RFT, fino alla Germania degli ultimi trent’anni...
Per fare ingoiare alle maestranze della Volkswagen una simile merda senza opporre resistenza, non solo le trattative son state condotte „a porte chiuse“, con un sindacato che ha giocato a carte coperte con i suoi rappresentati, ma risulta evidente che l'intera vicenda, con lo scopo di scaricare tutto sugli operai, è stata ben articolata, concordata e messa a punto, come una tragica commedia, tra la Direzione, i Consigli di Fabbrica, i funzionari di IG-Metall.
Continueremo a seguire e studiare vicenda e situazione e speriamo che comunque questi lavoratori riescano a scrollarsi di dosso la paura, la rassegnazione, l'illusione inculcategli da decenni di riformismo e pace sociale alimentati con le birciole drogate del wellfare teutonico e riescano per lo meno a resistere e vendere cara la pelle.
(N.B. Questo articolo, che per motivi di spazio non abbiamo potuto pubblicare sul numero scorso, è stato scritto all’inizio dell’agitazione alla Volkswagen)
[1] In Germania, i Consigli di Fabbrica sono strutture introdotte e ben regolamentate per legge per appianare e bilanciare la microconflittualità individuale e gli interessi divergenti tra lavoratori e azienda; svolgono una funzione conciliatrice e di protezione rispetto alle irregolarità nei computi dei salari, degli straordinari, dell'ambiente e della sicurezza sul lavoro, e così via; sono strumenti che assicurano una certa „pace sociale“ e il „bene“ dell'azienda („siamo tutti sulla stessa barca, se guadagna l'azienda stan bene anche i lavoratori...“), ma la loro funzione più importante è quella di coinvolgere la classe lavoratrice in un programma di cogestione aziendale dove gli interessi dei lavoratori rimangono subordinati a quelli padronali...