DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Con la svolta che ha preso lo stupido romanzo a fumetti dello scandalo Montesi corriamo il rischio di diventare noi, povere vittime della stampa, della radio, delle conversazioni da salotto, da ufficio, da caffè, tutti cocainomani. Pare infatti che non vi siano altri mezzi, oltre gli alcaloidi o il sonno letargico, per sfuggire alla martirizzante noia della speculazione politica che i partiti di Montecitorio-Capocotta stanno, con tenacia da cimici, facendo sul caso, cioè il CASO, il CASO MAI VERIFICATO FINORA. Un altro mezzo ci sarebbe: costringere le donne degli onorevoli senatori e deputati della Repubblica a licenziare alle stampe, secondo lo stile della signorina Caglio, la biografia sessuale dei loro rispettivi mariti e compari. Se, come pretende la sinistra socialcomunista, la società deve dividersi nella classe dei casti e in quella dei peccaminosi per lussuria, allora vorremmo proprio sapere da fonte diretta come si comporta a letto Palmiro, e come ama Pietro, e come corteggia Gian Carlo. Visto che alle prossime elezioni i liberi cittadini della Repubblica saranno invitati a votare contro i corrotti e i viziosi vorremmo proprio che i candidati della Virtù e della castigatezza provassero, non diciamo con i metodi spicciativi di Origene, quel famoso dottissimo Padre della Chiesa che per sottrarsi alle insidie delle ... Wilme dell'epoca si privò volontariamente dei mezzi fisici indispensabili, ma provassero comunque la loro stoffa di incorruttibili Robespierre da letto matrimoniale.

Per un Parlamento che fino a ieri  contò fra i suoi membri un pederasta provato e altri sicuramente ne contiene di clandestini, e proprio nel settore del più acceso puritanismo sessuale, è davvero ridicolo elevare quasi a fatto storico le misere gesta erotiche di una combriccola di minorati fisici. I quali, pur essendo completamente alieni dalle vocazioni autolesioniste di un Origene, in pratica, cioè nelle pratiche amorose proprio da altrettanti Origene si comportavano, come è provato dal fatto che la povera «figlia di famiglia», come paternamente Togliatti definì in un pubblico comizio Wilma Montesi, era ancora in grado, dopo solenni Capocottature collettive, di provare con certificato medico il proprio pulcellaggio. C'è che a stendere l'attestato doveva essere il perito settore, ma ciò che dovere ci comporta? Dovremmo forse per pietà fisica verso un cadavere di donna - che è poi un puntino nella moltitudine di esseri umani che quotidianamente periscono per cause sociali - immergerci nella nauseante poltiglia dei vermi elettorali che quel misero cadavere doveva alimentare?

I rivoluzionari giacobini, che il social-stalinismo si sforza invano di emulare, mandando alla ghigliottina la Du Barry, cioè la venere delle Capocotte dei Re di Francia, non vollero certamente fare le vendette della Virtù offesa, infinitamente più classisti dei chierici di Togliatti, si dissero che se la ghigliottina era bene meritata dai rappresentanti del feudalesimo antiborghese, la stessa sorte andava imposta anche a coloro - lacchè, servitori, prostitute di lusso - che comodità e sollazzi vari avevano procurato alla nobiltà dominante. Coerentemente tagliarono la testa ai re ed alle amanti dei re.

Con ciò non si vuol tentare nessun paragone, ce ne guardiamo bene, tra Wilma Montesi con madame Maria Giovanna Becu contessa Du Barry, la quale almeno non faceva il doppio gioco con la Virtù e il Vizio. Se facessimo un tal parallelo, dovremmo pure indicare tra le teste di legno del gruppo parlamentare comunista, gli equivalenti politici dei conquistatori della Bastiglia. E allora chi di esse paragoneremmo a Mirabeau? Gian Carlo Paietta? ... Che ridere!

Ma il richiamo storico serve per dimostrare come i capi del P.C.I. stiano al di sotto persino dei rivoluzionari borghesi di un secolo fa. I Marxisti non sanno che farsene del concetto di colpa, che ha un'origine prettamente religiosa, cioè idealistica. Se, infatti, si ammette che gli uomini sono divisi in campi nemici perché divisi in classi sociali, e se si riconosce che la divisione della società in classi è l'effetto permanente dei rivolgimenti della tecnica produttiva, non si può, senza incorrere in irrimediabile contraddizione, personificare né in individui, né nella stessa classe dominante, le cause delle divisioni e degli odi sociali. La classe dominante non è tale perché decida essa stessa di esserlo: è, invece, essa stessa un prodotto delle forze economiche sociali. Ciò non toglie che tutte le infamie e le assurdità pazzesche della società capitalistica - dalla disoccupazione alla guerra - siano materialmente sostenute dalla classe dominante, la quale continuerà inevitabilmente per tale via finché non interverrà la rivoluzione a gettarla via dai posti di comando della macchina produttiva. Ora, se la classe dominante non si vuol considerare, com'è, un ostacolo materiale alla introduzione di una nuova forma di gestione delle forze produttive, ma, secondo il criterio idealistico-religioso del libero arbitrio, la si vuol vedere nelle vesti di imputata, allora rigore logico vuole che sullo stesso banco dell'accusato segga la classe soggetta, la quale, non decidendosi a fare la rivoluzione, rende possibile l'allungarsi della catena dei delitti della classe dominante!

L'opposizione social-stalinista si dimena come un ossesso per provare, se non la complicità,  il favoreggiamento accordato dal Governo Scelba ai capocottari. Quasi che ci fosse bisogno di prove scritte per saperlo! Vanno a caccia, i comunisti-questurini, di colpe e di colpevoli da tradurre davanti al giudice. Con ciò dimostrano di essere convinti, alla giacobina, che le controversie sociali e i conflitti tra le classi debbano essere risolti sottoponendo a giudizio le parti. Con criteri del tutto opposti, i bolscevichi russi, allorché scoppiò la guerra civile e divenne chiaro che lo zar prigioniero tendeva a mettersi alla testa della controrivoluzione, procedettero ad eliminare la famiglia imperiale.. I giacobini presero uguale decisione nei riguardi di «Luigi Capeto», ma, essendo dei borghesi anche se rivoluzionari, inscenarono la gigantesca montatura del processo al re e questi fu portato davanti alla Convenzione in cui l'ipocrisia dottrinaria democratica impersonava nientemeno che la Nazione.

Non intendiamo affatto, e sarebbe veramente comico, fare raffronti storici, sebbene sia indubbio che il duo Montagna-Caglio avrebbe potuto, per provata capacità di furfantesca energia e scaltrezza, reggere lo scettro del Cremlino molto meglio che l'abulico Nicola II e la squilibrata zarina sua moglie. Ma tirare in ballo fatti e partiti defunti serve a comprendere l'opera del P.C.I. I parodistici convenzionali di via Botteghe Oscure stendono da anni fulminanti atti di accusa contro la classe dominante, non perché mirino, come facevano i giacobini nei confronti dei nobili, a far fuori il maggior numero possibile dei suoi membri. Ah , no! Lo stalinismo fa il processo alla classe dominante per sceverare  i borghesi «onesti», i borghesi incensurati, i borghesi di buona condotta, e raccomandarli alla ammirazione e alla stima delle masse operaie. Da mettere alla gogna, e possibilmente spedire in galera, sia pure in celle a pagamento, sarebbero soltanto i borghesacci, i borghesi disonesti, quelli che fiutano cocaina, che si ubriacano, vanno a letto con donne che non sono le loro legittime mogli e, quando capita, ti sbudellano le loro socie di orge e te le abbandonano agonizzanti su una spiaggia deserta. In altre parole, gli operai, gli sfruttati, i morti di fame e di disperazione dovrebbero andarci piano ad elevare un benché minimo giudizio sul padrone della fabbrica e sui loro aguzzini, o sull'usuraio o sullo sparviero affarista, badando anzitutto a condurre accurate indagini, a ciò egregiamente addestrati, dai Nat Pinkerton della Unità , sulla condotta morale dei loro sfruttatori.

Con una faccia tosta difficile da trovarsi persino tra i compilatori-venditori di memoriali scandalistici, la Direzione del P.C.I., nel bel mezzo della gazzarra parlamentare attorno al caso Montesi saltava su, quasi fosse una novità, a «chiedere che finalmente all'Italia sia dato un governo diretto da uomini onesti, su cui non gravi nessun pesante sospetto di complicità ed omertà delittuose».

La Direzione del P.C.I. crede di agire rivoluzionariamente invocando ciò che non è mai mancato in Italia e nel mondo borghese, cioè appunto un «governo onesto». Bisogna intendersi sulle parole, riferendole al contenuto di classe dei rapporti cui essi alludono. Governi «onesti» lo furono i governi di Crispi, di Giolitti, di Mussolini e quelli esarchici o tripartiti del post-fascismo; lo furono perché non tradirono il mandato ricevuto dalla borghesia dominante, perché fecero onestamente il loro mestiere di corruttori e di boia del movimento operaio. Non ebbero una doppia vita, sostenendo ora gli interessi borghesi ora dando una mano al sovversivismo proletario.

Il solo reato che la borghesia condanna e reprime ferocemente è l'attentato all'esistenza del capitalismo, cioè del modo di produzione vigente che getta al proletariato le briciole della ricchezza sociale nella forma del salario e consegna nelle mani di una ristretta classe di sfruttatori masse enormi di prodotti nella forma del profitto. Da questo punto di vista, che è l'unico possibile per i comunisti rivoluzionari, tutti i governi che si sono succeduti a Roma, dall'Unità ad oggi, epoca del trionfo della signorina Caglio, hanno osservato una «buona condotta» di fronte alle leggi di classe della borghesia, compresi, naturalmente, i ministri esarchici e tripartiti in cui si celebrano le oneste nozze di stalinisti e cattolici.

La Direzione del P.C.I.  non giudica il governo dal suo contenuto di classe, ma dal modo in cui i ministri danno soddisfazione alle esigenze dei loro stomaci e dei loro organo di riproduzione: se ubriaconi, crapuloni, donnaioli o giocatori, nulla da fare, il P.C.I. si scosta disgustato, non perché scopra nel libertino sperperatore il borghese che si mangia il profitto, ma solo perché vede in esso un borghese «disonesto». Il P.C.I. non aborre dai borghesi «onesti», vale a dire dai distinti signori che, messi davanti al duro dovere di mangiarsi i profitti estorti agli operai e ai braccianti agricoli, non domandano alle infernali polverine peccaminose ebbrezze ma raggiungono lo stesso scopo bevendo spumante, che fanno fronte ai loro obblighi demografici servendosi della cooperazione delle legittime mogli, che non mettono in circolazione assegni a vuoto avendo una solida situazione economica. Il borghese ideale rimane per i  sant'occhi del P.C.I. il signore Filippo Derblay, il famoso «padrone delle ferriere» del noto romanzo, il quale, messo alla porta dalla sposa mentre scoccava l'ora X della prima notte, non si diede per questo in braccio alla deboscia, come un qualunque Brusadelli o Dado Ruspoli, ma caparbiamente si gettò nel lavoro di gestione delle sue ferriere, badando unicamente ad ammassare profitti. Ecco un modello di un borghese onesto, di capitalista di «buona condotta morale»!

Ad onta di tutti i bacchettoni ipocriti del P.C.I., i quali magari complici i festivals dell'Unità, non chiedono che di avere le stesse avventure erotiche dei frequentatori di Capocotta, che era poi nient'altro che un bordello riservato tra le migliaia di bordelli pubblici che vanta l'Italia; ad onta di tutti gli arrivisti che attendono da una vittoria elettorale del P.C.I. la possibilità di imbastire le stesse speculazioni che rinfacciano all'imprenditore Ugo Montagna; il nostro schifo più irriducibile va ai borghesi  «onesti» e ai loro ammiratori, ai sacerdoti fanatici del dio Capitale. Fossero i capitalisti altrettante copie di Filippo Derblay, fossero tutti morigerati catoni, il loro potere andrebbe egualmente distrutto.

La classe lavoratrice non deve vigilare sul «come» i capitalisti si mangiano i profitti estorti al lavoro salariato: lo scandalo non è costituito dal fatto che i salariati sono, in definitiva, quelli che pagano le prostitute di lusso che sollazzano i porci borghesi. Anche se parte del profitto del capitalista viene impiegato nella costruzione di ospizi e di orfanatrofi, lo scandalo rimane. Se proprio si vuole usare un criterio «morale», tutto il capitalismo è uno scandalo, perché dissipa e sperpera nella voragine del mercantilismo masse enormi di prodotti, di cui gli stipendi per prestazioni amorose pagate alle signorine tipo Anna Maria Caglio rappresentano un microscopico atomo. Onesti o disonesti che siano, incensurati o pregiudicati, i borghesi sono i nemici, sono la classe che si oppone alla soppressione del capitalismo. Per gettarli nella fossa il proletariato non deve premunirsi di certificati penali, ma della violenza rivoluzionaria.

Non vogliamo un «governo diretto da uomini onesti», ma un governo di giustizieri rivoluzionari. Il P.C.I. non può fornire, nonostante i nomi altisonanti del suo gruppo parlamentare, né «onesti» né tantomeno rivoluzionari.

 

Partito Comunista Internazionale
(
il programma comunista, n. 18, 1 - 14 ottobre 1954)


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