Di questi tempi (tempi duri, e sempre più lo saranno), si fa un gran parlare e scrivere di “giovani”. Se ne occupa un intero esercito di psicologi, pedagoghi, sociologi, statistici, sondaggisti, demografi, politici, giornalisti, e chi più ne ha più ne metta: l'esercito di tutti coloro che, dietro compenso, si prodigano per fare la respirazione bocca a bocca a un'ideologia pur sempre dominante, ma retrograda, asfittica e agonica, tanto quanto lo è il sistema economico-sociale che la produce. Parlano e scrivono di “disagio giovanile”, di “ritiro sociale” (hikikomori, lo chiamano in Giappone), di “Generazione Z” (come dire: “Dopo di loro, il diluvio”). E passano dalla stupefatta preoccupazione per ogni manifestazione di violenta irrazionalità, distruttiva e/o autodistruttiva, che coinvolge e travolge qualche adolescente, al retorico e ipocrita entusiasmo quando “i giovani” sembrano uscire dal vicolo cieco dell'isolamento e dell'apatia per... andare a votare, come qualche mese fa è successo in Italia e Ungheria: il “partito dei giovani”, l'hanno chiamato – ohibò, lì c'è un bel pacchetto di voti da tenere in caldo, per indirizzarli poi verso il nazionalismo, la difesa della Patria, l'intervento in guerra. Sempre naturalmente in nome di Santa Democrazia...
Oppure ancora: se qualche evento tipico del regno del Capitale (che dire? due poliziotti che ammazzano un povero Cristo che sta dando di matto, o un’intera comunità che reagisce allo scempio di una valle per la costruzione di una via ferroviaria destinata piuttosto al trasporto di armi in caso di guerra) fa sì che “i giovani” s’incazzino e scendano in strada tirando qualche petardo, oppure, come in Francia ai primi di ottobre, dilaghino sull'intero territorio nazionale in un movimento di protesta contro condizioni oggettive che generano qualcosa di più di rivendicazioni puramente “studentesche” e si scontrano a più riprese con una polizia nota da decenni per essere una delle più brutali, ecco che i suddetti signori vanno in fibrillazione: “i giovani” diventano allora “vandali”, “teppisti”, “terroristi”, “sobillati da estremisti” e via di seguito (per non parlare della più recente minaccia all’“ordine borghese” sventolata a ogni piè sospinto: i maranza! meglio non uscire la sera...). E allora, dài! In Italia, si lavora sul fascistissimo Codice Rocco, mai abrogato dalla democraticissima “Repubblica uscita dalla Resistenza”, lo si amplia, lo si tira un po' di qua e un po' di là, lo si traduce in “linguaggio moderno”... insomma, lo si caratterizza “meglio”: più vittime potenziali (tredicenni, attenti!), nuovi reati (durante le manifestazioni, badate che non vi scappino... “grida sediziose” e, se vi bastonano, ringraziate e prendetele con amore, se no è “resistenza a pubblico ufficiale”!) – due esempi, fra i tanti, della progressiva e incessante militarizzazione che caratterizza l'odierna società del Capitale, in Italia come altrove.
Ora, fra atrocità belliche sempre più estese e vicine, brutalità nei rapporti sociali e inter-personali, rimbecillimento come effetto collaterale di quella droga che sono i cosiddetti social, epidemie e pandemie con relativo “controllo sociale”, devastazioni ambientali, individualismo esasperato ed esaltato, aggressive ansie di prestazione negli atti come nelle parole, smarrimento e solitudine, rabbia repressa ed espressa per le condizioni di vita e di non-lavoro – tutti i bei doni che ci fa la società del Capitale, della ricerca del profitto a ogni costo (whatever it takes!), della concorrenza e della competizione – be', c'è da dire che proprio bene non si vive. E naturalmente a farne le spese sono poi gli strati più esposti e vulnerabili, aggiungendosi al dramma quotidiano di una problematica sopravvivenza e di una angosciosa mancanza di prospettive per la stragrande maggioranza di noi esseri viventi.
Ma “i giovani” non esistono in quanto categoria sociale o classificazione demografica: ci sono oggi, e, per ovvi motivi, non ci sono più domani. E non sono certo una classe, caratterizzata, entro la società divisa in classi, da una collocazione specifica con propri obiettivi storici. Sono invece una sorta di magma informe e in costante ebollizione e trasformazione, in cui si agitano condizioni, orientamenti, suggestioni, aneliti fra loro molto diversi e spesso contrastanti: la realtà di un giovane proletario, nativo o immigrato, che sbarca il lunario come può in uno qualunque dei metropolitani “quartieri problematici” (o, come dicono lor signori più pomposamente, “aree di disagio socio-economico urbano”) è ben diversa da quella di un giovane proveniente da una famiglia della piccola borghesia che magari studia all'università. Con tutte le conseguenze che ciò comporta. Banale, ma vero.
Per di più, decennio dopo decennio, le generazioni che si sono succedute hanno subito gli effetti paralizzanti del gas nervino ideologico diffuso a piene mani dal post-fascismo demo-fascista e demo-staliniano: la controrivoluzione in tutte le sue facce (militar-poliziesca, ideologica, emergenziale) gli ha come risucchiato l'energia psico-fisica necessaria per orientarsi e muoversi verso un futuro che non sia il sopravvivere alla giornata entro il recinto più o meno protetto delle istituzioni vigenti, o l'illusione immediatista della rivolta fine a se stessa o della creazione di un circoscritto “ghetto liberato” (e comunque costruito sullo sfruttamento altrui), o l'adesione passiva a un patetico e illusorio riformismo etico a dimensione ridotta e personale; oppure, peggio ancora, il bruciare le proprie energie giovanili nel volontariato alla Testimoni di Geova di qualche gruppo sedicente “comunista” che li sfrutta senza dar loro nemmeno una parvenza di preparazione rivoluzionaria... Oggi, poi, queste generazioni sono esposte, vittime più o meno incoscienti, alla insistente propaganda patriottica: che sia quella della propria nazione o di quella altrui, nulla cambia. Sì, tempi duri.
Naturalmente, noi ci rivolgiamo alle giovani vittime proletarie delle violenze, dei massacri, della miseria costante e crescente, delle migrazioni forzate, delle distruzioni sistematiche, del razzismo e della persecuzione quotidiana da parte delle “forze dell’ordine”, e così via: saranno loro, quei giovani proletari, spinti dall'oggettiva difficoltà quotidiana di sopravvivere, a formare, grazie al lavoro assiduo e imprescindibile del partito rivoluzionario (un lavoro politico con e nella sua organizzazione), le avanguardie di un vero movimento mondiale di lotta per il comunismo.
Agli altri “giovani”, provenienti da altre classi più o meno tartassate e immiserite, o in via di proletarizzazione, noi diciamo che solo aderendo a questa prospettiva con passione e con ragione, potranno uscire dai vicoli ciechi delle solitudini e delle angosce, dello sconcerto e delle paure, dei falsi miti e delle facili delusioni, imboccando finalmente la via della lotta di classe, della lotta rivoluzionaria per il comunismo. Perché di questo si tratta: resistere alla fretta e all'illusione delle ricette prêt-à-porter, del successo personale come ragione di vita, del risultato immediato, visibile e tangibile, e tornare a lottare, con la testa e con la pancia, con la teoria e con la pratica, indirizzando le energie fresche dell'età verso un obiettivo infinitamente più grande del piccolo cabotaggio quotidiano cui ci vorrebbe costringere (e in parte ci costringe) questa società in sanguinaria agonia – per un futuro che non è il “paese dei Puffi” o del “Mulino Bianco”, ma quello di una società finalmente senza classi.
Ed è solo lavorando in e per un partito rivoluzionario che travalica le generazioni, e contrastando così l'individualismo sterile e malato e il riformismo senza prospettive, che si può riconoscere serenamente e positivamente il dato di fatto materiale e inaggirabile: che cioè la gioventù passa, ma restano le insanabili contraddizioni economiche e sociali del modo di produzione capitalistico. E l'odio per esso non può invecchiare: deve anzi crescere!
15/10/2026