DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.
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Niente illusioni democratiche e riformiste!

Nelle settimane tra fine settembre e inizi ottobre 2026, due vasti movimenti di massa hanno occupato la scena, andando ad aggiungersi al massacro senza fine dei proletari palestinesi di Gaza e Cisgiordania e ai pantani militar-diplomatici nel Golfo Persico (con appendice, ora, nel Mar Rosso) e in Ukraina. In Spagna, la disastrosa condizione dell'abitare per la stragrande maggioranza della popolazione, con particolari effetti disastrosi per i proletari e le mezze classi in via di proletarizzazione, ha innescato ampie dimostrazioni, subito strumentalizzate dalla politica borghese in funzione elettorale. In Francia, gli studenti delle scuole superiori, sostenuti da quelli universitari e dal personale insegnante, sono scesi in piazza contro una struttura educativa dai chiari connotati classisti, scontrandosi violentemente con la polizia. In entrambi i casi, s'è trattato di avvenimenti che hanno radici ben al di là del pretesto originario o della composizione sociale di chi se ne fa interprete, investendo questioni squisitamente di classe: in pratica, come sopravvivere a stento nel regime del profitto e dello sfruttamento capitalistici.

Se infatti quello della casa è ovviamente un bisogno primario, ampiamente contrastato e negato dalla speculazione edilizia, dalla finanziarizzazione dell'economia, dall'andamento stesso del modo di produzione capitalistico, l'ordinamento scolastico rivela sempre più d'essere strumento (spesso affidato ad algoritmi) di selezione e formazione di “funzionari” ligi al dovere e al potere statale, sia per chi ne usufruisce (gli studenti, in primo luogo quelli dei quartieri immigrati e proletari, abbandonati a se stessi in edifici fatiscenti e con programmi di studio che non tengono conto della realtà circostante) sia per chi vi lavora (gli insegnanti e il personale che da tempo hanno subito l'erosione dei propri stipendi e il crescente carico di lavoro, a fronte di incessanti aumenti del costo della vita).

Sono dunque due questioni di classe, che tornano a esplodere nel cuore del cosiddetto “capitalismo avanzato” e che mostrano una volta di più il fallimento della democrazia e del riformismo, a fronte delle dinamiche materiali, oggettive, del modo di produzione capitalistico immerso nella sua ennesima crisi di sovrapproduzione.

E infatti, proprio mentre guerre, massacri, genocidi, pulizie etniche dilagano sullo scenario mondiale e si gonfiamo a dismisura bolle finanziarie destinate prima o poi a esplodere con fragore, gli ideologi della borghesia si interrogano preoccupati: “Che ne è più della nostra Santa Democrazia? Che fine ha fatto il buon vecchio Riformismo?”. Perché è chiaro che democrazia e riformismo sono stati per ottant'anni gli assi nella manica del capitalismo uscito dalla Seconda guerra mondiale, a fini di controllo sociale. Ma adesso dove sono finiti? Di recente, qualcuno ha coniato il neologismo “democratura” per caratterizzare il dominante sistema politico attuale, mentre qualcun altro ha concluso che “il capitalismo s'è portato via la democrazia” (l'economista di punta del Financial Times, Martin Wolf)! Quanto al riformismo, il welfare di keynesiama memoria sembra avere fatto il proprio tempo, anche nella sua culla britannica (con le note estensioni nei paesi scandinavi), nonostante inefficaci tentativi di rianimarlo: non c'è più trippa per gatti. Insomma, a quanto pare, gli ideologi della borghesia riconoscono che entrambi, democrazia e riformismo, hanno fatto bancarotta, e davanti ai loro occhi si profila l'ombra inquietante di un nuovo grande crollo economico, con tutto quello che si porta dietro a livello sociale e politico: e, come conseguenza, la minaccia di un ritorno sulla scena dell'aperta lotta di classe.

Per noi, lucidi critici, non c'è sorpresa e tanto meno preoccupazione. Con Marx e Lenin, abbiamo sempre definito la democrazia come uno dei metodi di dominio della borghesia, destinato, nella fase imperialista del capitalismo post-Seconda guerra mondiale, a compenetrarsi sempre più con il metodo fascista, ereditandone la sostanza se non la forma. E il riformismo, a partire dalla sua fase otto-novecentesca (Bernstein, Kautsky, Turati, Serrati, tanto per fare alcuni riferimenti individuali), s'è “modernizzato” proprio nel fascismo (l'intervento dello Stato nell'economia con funzioni regolatrici, l'integrazione dei sindacati nello Stato, tanto per fare alcuni esempi). Oggi, non a caso, molti opinionisti e analisti guardano con nostalgia al New Deal rooseveltiano come grande esperimento democratico-riformista (come per altro avvenne con la Russia del cosiddetto “socialismo reale”), non potendo coglierne le esplicite contiguità con il contemporaneo fascismo italo-tedesco – tutti scesi in campo in difesa del grande capitale, scosso dalla crisi successiva alla Prima guerra mondiale e confrontato da un proletariato combattivo, sebbene ormai ridotto a una disperata difensiva dal tradimento della socialdemocrazia e dello stalinismo.

Che cosa rimane dunque di una tanto vantata democrazia e di un tanto celebrato riformismo, mentre la crisi economica avanza, le contraddizioni interne al sistema dominante si moltiplicano, le riserve sociali si esauriscono? E' presto detto: la riforma delle “forze di polizia”, sempre più militarizzate con gli ultimi ritrovati tecnologici (la più recente delle innovazioni è costituita, in Francia, dagli scudi degli sbirri che emettono fasci di luce accecante) e l'aumento progressivo e inarrestabile delle spese di guerra, con militarizzazione della società, nazionalismi aggressivi e diffusi, progressiva reintroduzione della leva militare... In pratica, si riafferma il monopolio della violenza in mano allo Stato borghese, si chiudono gli spazi ingannevoli della mediazione e si rafforzano quelli, nudi e crudi, del manganello. E si prepara un nuovo macello mondiale.

Noi comunisti, minoritari e controcorrente, guardiamo con positivo interesse a questi movimenti di massa, con tutti i loro inevitabili limiti e anche ambiguità legate all'iniziale natura forzatamente inter-classista, e operiamo perché da essi si stacchino le avanguardie rivoluzionarie necessarie ad abbattere questo modo di produzione, ormai oscenamente sanguinario nella sua storica agonia.

 

15/10/2026

INTERNATIONAL COMMUNIST PARTY PRESS
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