Gli avvenimenti che si susseguono in Medio Oriente non ci hanno di certo trovato impreparati. Da sempre (anche da prima del 1945, come si può vedere dalle pagine del nostro Prometeo, pubblicato negli anni tra i due conflitti mondiali), abbiamo indicato quell'area come una di quelle in cui le contraddizioni capitalistiche maggiormente si fanno sentire, esplodendo in maniera sempre più ravvicinata e violenta – come succedeva con i Balcani intorno alla Prima guerra mondiale. Un’altra zona di tensioni crescenti ha poi al proprio centro l’Ucraina: e così si può dire che un’unica faglia d’instabilità sociale e politica colleghi l’Europa al Medio Oriente.
Dagli anni '90 del '900, questo processo di intensificazione delle contraddizioni è poi progredito, frutto non della malvagità o pazzia di singoli individui come l’ideologia dominante vorrebbe far credere. Una linea ininterrotta unisce tutte le guerre (una sommatoria di conflitti) che hanno visto protagonisti e coinvolti i principali imperialismi, in misura forse diversa ma con la medesima direzione: quella di scaricare militarmente, con distruzioni crescenti di merci, capitali ed esseri umani, la crisi di sovrapproduzione in cui il capitale si dibatte dalla metà degli anni '70, senza poterne uscirne. L’effetto è così quello di scardinare i vecchi equilibri senza ancora delinearne di nuovi: di qui, il senso di volatilità, di incertezza, di paura che sembra dominare la scena mondiale – il caos che tanto sconcerta e angustia politici e politologi, giornalisti e opinionisti (e la loro vittima sacrificale, la tanto osannata “opinione pubblica”!) e che si traduce in penosi dibattiti televisivi e discussioni da bar. È iI caos del capitalismo in crisi, è il mondo del Capitale!
Nessuna novità, per noi. Si acuiscono le contraddizioni fra gli imperialismi, crescono le spese militari, aumenta la propaganda bellicista a tutti i livelli. Il discorso nazionalista, patriottico, impregna l'ideologia dominante (e lo fa a tal punto che nemmeno i singoli Stati riescono ancora a costituire stabili alleanze) e si diffonde con ogni pretesto e attraverso tutti i canali: dagli appuntamenti sportivi a quelli canori, dalla pubblicità ai salotti televisivi, eccetera. Non bisogna però confondere questa “guerra generalizzata” (o “terza guerra mondiale a pezzetti”, come intendeva qualcuno) con una terza guerra mondiale già in atto: ma di certo, si prepara anche così un nuovo conflitto inter-imperialistico.
Nessuna novità. E cresce la necessità urgente di una presenza del partito rivoluzionario, con indicazioni chiare da dare alla nostra classe – una classe che giace ancora sotto il peso dei decenni e decenni di controrivoluzione, fiaccata, indebolita, dispersa, ma via via in crescita numerica e sempre più colpita da crisi economiche e sociali, oltre che da massacri sempre più diffusi e crudeli. Una classe proletaria che è internazionale nei fatti. Lo dimostra, oltre ai ben noti avvenimenti statunitensi con la furibonda e omicida aggressione ai lavoratori immigrati, un altro dato impressionante, e sempre più evidente negli ultimi anni e negli ultimi conflitti: la morte sotto i bombardamenti, in Iran come in Libano e altrove in quell’area terremotata, non solo di proletari “locali”, ma anche e forse soprattutto di proletari immigrati dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh, dallo Sri Lanka, dal Nepal, dalle Filippine, da paesi arabi e altri della cosiddetta “periferia” – che tale non è, perché il centro del Capitale è ormai ovunque.
Sappiamo bene che, sotto la spinta di contraddizioni sempre più forti e acute, che incidono sulla sopravvivenza quotidiana dei proletari e delle masse in via di proletarizzazione, questa condizione diffusa e drammatica è destinata a passare dall'apatia alla rabbia e alla rivolta. Proprio per questo, le avanguardie rivoluzionarie, il partito di classe, dovranno esserci, avendo però preparato prima il terreno perché rabbia e rivolta non si esauriscano o, peggio, non imbocchino strade auto-distruttive, e possano invece tradursi nella vera mobilitazione contro le guerre imperialiste e per l'abbattimento del modo di produzione capitalistico che le produce e alimenta. Perché, insomma, la polarizzazione sociale e politica si faccia non nel segno delle Patrie, ma in quello della lotta rivoluzionaria per la società senza classi, per il comunismo.
Di fronte alle guerre del Capitale, i nodi vengono al pettine. Gli eventi significativi in questo senso si sono moltiplicati nel tempo, assumendo contorni sempre più precisi. La “questione kurda” ne è un tipico esempio tragico (ma altri se ne potrebbero ricordare). Suddivisi in più sezioni geografico-nazionali, i kurdi – l’abbiamo mostrato molto chiaramente in un recente articolo comparso sul nostro Kommunistisches Programm e poi su queste stesse pagine – si ritrovano adesso schierati su fronti nazionali opposti. Finiranno per combattere gli uni contro gli altri, in nome di una comune Patria da creare?!
Il nazionalismo, comunque travestito, è il nemico da combattere apertamente e senza esitazione, per quanto minoritari si possa essere, al momento, rispetto a tutto lo schieramento dei “frontisti” e “campisti”, dei “patrioti democratici e progressisti” a volte anche ammantati da “socialisti”, che inoculano il veleno nazionalista nelle vene del proletariato.
Classe contro classe, dunque, e non “nazione contro nazione” o “popolo contro popolo”! Solo così si potrà uscire dal vicolo cieco del Capitale in crisi distruttiva, con le sue periodiche mattanze sanguinarie e solo apparentemente folli e incomprensibili.
20/3/2026