DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

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Il “nuovo ordine mondiale” è il disordine del capitalismo in crisi

Da giorni, mesi, anni, la guerra in Ucraina, i massacri in Medio Oriente, la vittoria elettorale di Trump e le sue immediate conseguenze, la crisi della Germania e l'esito delle sue elezioni, l'“avanzata delle destre” un po' ovunque, la constatata inesistenza politica dell'Europa, il “dibattito” sul riarmo europeo fattosi più serrato, e tanto altro ancora, hanno dato la stura a una sarabanda di riflessioni e interpretazioni fra le più disparate e fantasiose: una miseria ideologica che riduce tutto a uno scontro fra “mondo libero” e “autocrazie”, fra “progressisti” e “oligarchi”, insomma fra Bene e Male – ulteriore manifestazione dell’incapacità di condurre un'analisi materialista di ciò che sta accadendo.

Come dovrebbe essere ormai chiaro a chi ci segue, noi ci teniamo lontani dai “teatrini delle illusioni e disillusioni” politiche, dei “perché e percome”, delle “dinamiche dei flussi elettorali”, degli “...e adesso che succede?”.

Il “nuovo ordine mondiale” immaginato da alcuni e temuto da altri non è che il disordine di un capitalismo bolso e obeso in crisi, che da cinquant'anni si dibatte fra alti e bassi, impennate e sprofondamenti, senza apparente via d’uscita, che non sia la preparazione di un terzo conflitto mondiale.

La forsennata accelerazione subito impressa dal nuovo governo USA alla politica interna e internazionale non è frutto della maniacale volontà di potenza del Presidente e dei suoi accoliti. Di pari passo con gli sviluppi della crisi strutturale di sovrapproduzione di merci, capitali ed esseri umani, l’imperialismo USA ha visto progressivamente erodere il proprio predominio mondiale, a favore di altri imperialismi (anche loro “in crisi”) o ricostruiti nel tempo (la Germania, il Giappone...) o emergenti e poi emersi (la Cina, i BRICS...). Lo scontro che ha visto confrontarsi da ormai tre anni gli eserciti della Russia e quelli dell’Ucraina spalleggiata, con gradi diversi di coinvolgimento economico e militare, dagli Stati della NATO, è la riprova di questa “resistibile ascesa” del colosso imperialista USA 1. In mezzo, come sempre a partire dal 1945, il vaso di coccio Europa, nient’altro che un mercato economico ormai in affanno, segnato da spinte centrifughe corrispondenti alle esigenze dei capitali nazionali in competizione, e tutt'altro che una entità politica unitaria! L’“aggressione all’Europa”, che noi abbiamo individuato già fin dal 1949 (vedi l’articolo omonimo sul nostro organo di allora, Prometeo, n.13) e su cui abbiamo più volte scritto, non è mai cessata, attraverso le diverse fasi dell’accumulazione del capitale sviluppatasi dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale; e oggi acquista nuova forza e nuova ragion d'essere, sospinta com’è dalla crisi generalizzata del modo di produzione capitalistico. È appunto su questo scenario che si prepara una nuova carneficina mondiale 2.

Abbiamo sempre messo al suo giusto posto la corrente fanfaluca che vede la Storia come prodotto dell’“energumeno” di turno. Le misure annunciate e praticate dalla nuova amministrazione USA, che tanto scandalizzano e impauriscono le “anime belle” dei belanti democratici di tutto il mondo, sono, da un lato, l’espressione delle reali esigenze nazionali dell’imperialismo ancor oggi più forte, sebbene ampiamente ridimensionato rispetto agli scenari di cinquant’anni fa; e, dall’altro, l’effetto di politiche demo-riformiste inconcludenti e insufficienti a fronte del progredire della crisi mondiale, se non in termini di aperta repressione anti-proletaria. Al tempo stesso, quelle misure mostrano e dimostreranno l’insolubile contraddittorietà delle ricette borghesi per “uscire dalla crisi”: liberismo/protezionismo, globalizzazione/nazionalismo, eterno vicolo cieco di inflazione-deflazione-stagflazione, ecc. In un modo o nell’altro, presto o tardi, sono le leggi del capitale (la ricerca del profitto, la necessità di rimettere in moto l’accumulazione, la “regola aurea” della competizione fra capitali nazionali, la legge dello sviluppo ineguale...) ad affermarsi e a esigere il conto finale 3. I crediti vanno riscossi, i debiti vanno pagati: magari sotto forma di metalli preziosi per l'industria e terre rare… E, nei confronti degli USA, l’Europa dai molti Stati di debiti contratti sull’arco di decenni ne ha parecchi, essendone stata, decennio dopo decennio, un suddito magari brontolone, ma fedele. Come, d’altra parte, di crediti ne hanno, nei confronti degli USA, Stati come la Cina, la Germania, il Giappone…

Intanto, e proprio per questo, tutti si armano, perché, se poi queste ricette (i dazi! le prove di potenza reali o immaginarie!) non funzionano (e noi lo diciamo apertamente: non funzioneranno), be’, alle armi bisogna pur ricorrere, e la forza aperta, il pugno di ferro, bisogna pur metterli in campo. In tutti questi anni, l’industria delle armi non ha mai smesso di crescere, il commercio internazionale di armamenti, alla luce del sole o sottobanco, non ha mai smesso di funzionare a pieno regime, e tutti i conflitti più o meno recenti hanno visto impegnati in prima linea i colossi dell’industria militare, di qua e di là dei fronti bellici. Cala vistosamente l’industria automobilistica e cresce a dismisura quella militare: ci sarà pure un perché! E già si chiacchiera di riconvertire in carri armati i… suv invenduti.

Così, nella povera Europa dei tanti Stati, schiacciata fra USA, Russia e Cina, si torna a parlare, per l’ennesima volta, di una forza armata unitaria, sovranazionale: uscirà fuori dal cilindro del Cappellaio Matto? Noi ne dubitiamo: sarà, forse, solo una riedizione rabberciata della NATO, e si arenerà sugli scogli delle esigenze dei capitali nazionali; oppure, sarà espressione del tallone di ferro del capitale più forte, in grado di svettare al di sopra del caos e del disordine – e allora sì, assisteremo alla riconversione vera e propria delle economie nazionali in economie di guerra, e ci dovremo aspettare, da un giorno all’altro, lo sparo del primo cannone. Non a caso, il futuro cancelliere tedesco Merz dichiara di volersi svincolare dalla sudditanza agli Stati Uniti, e più di un governo comincia a riflettere preoccupato sullo… stato delle proprie ferrovie – cosa non secondaria, in una prospettiva di mobilitazioni guerresche, come avvenne ai primordi della Prima e della Seconda guerra mondiale.

E allora, che bisogna fare? Che si deve fare? Che si può fare?

Per ora, sembrerebbero indistruttibili le catene che imprigionano la nostra classe nelle forme in cui si organizza il modo di produzione capitalistico. Le istituzioni attraverso le quali la borghesia esercita la propria dittatura, lo Stato prima di tutto, riescono ancora a far credere che i suoi interessi particolari, di classe, garantiscano gli interessi generali. Con l'illusione di una possibile redistribuzione sociale della “ricchezza” prodotta dallo sfruttamento della forza-lavoro, con l’inganno della difesa democratica delle condizioni di sfruttamento della forza-lavoro, e con tutti gli altri artifici ideologici che smorzano l'antagonismo tra il Capitale e il Lavoro, la pratica del riformismo ha segnato i decenni – quasi un secolo! – del trionfo controrivoluzionario seguito alla sconfitta della Rivoluzione Comunista Internazionale, che si sarebbe potuta scatenare dopo la vittoria dell'Ottobre Rosso in Russia. Declinato nelle più svariate forme, il riformismo democratico sembra aver annichilito a tal punto la forza e l'antagonismo del proletariato internazionale, cancellando anche l’anelito per una diversa organizzazione sociale e la disponibilità a battersi per essa, da portare la moderna lotta di classe a un punto di non ritorno. Ammoniva, già nel 1848, il Manifesto del Partito Comunista: “La storia di ogni società sinora esistita è una storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta”.

Ciò nonostante, o forse proprio per questa consapevolezza storica, sappiamo che l'esplodere delle tragiche contraddizioni nate dal e nel progredire della crisi capitalistica sgretolerà le basi economiche su cui il riformismo ha potuto intessere la sua rete di menzogne e di oppressione. E, dapprima per tornare a difendere nell'immediato le proprie condizioni economiche (salari, stipendi, pensioni...) e sociali (casa, salute, vivibilità dei quartieri, degrado ambientale...) e poi per sopravvivere alla guerra (come in Medio Oriente: mattanze al fronte, stragi nelle retrovie...), la nostra classe sarà costretta a riprendere la lotta. Sarà infine questa lotta ad allenarla, magari anche in maniera inconsapevole, e comunque sempre grazie all’intervento e sotto la guida del partito rivoluzionario, a mettere in discussione e infine abbattere il dominio borghese.

Noi comunisti lavoriamo, come abbiamo sempre lavorato (anche negli anni della più buia controrivoluzione), per permettere alla moderna lotta di classe di rompere gli argini dei rapporti sociali borghesi e di spingersi fino in fondo: fino alla conquista proletaria del potere e al suo esercizio esclusivo.

Contro le guerre del Capitale, contro l'ordine imperialista di oggi e di domani, contro l'opportunismo politico ed economico, etnico e religioso, contro ogni manifestazione di cosiddetto “socialismo nazionale”, per l'identità e l'unità internazionalista e antinazionale della nostra classe, prepariamo e pratichiamo il disfattismo rivoluzionario e la fraternizzazione armata e combattiva fra i proletari che parlano tutte le lingue del mondo.

 

1 Al riguardo, rimandiamo al nostro articolo “La resistibile ascesa dell’ignobile ‘mondo libero’”, il programma comunista, n.1/2024.

2 La sudditanza europea agli USA si manifesta anche, molto banalmente, nella scopiazzatura dello slogan trumpiano “Make America Great Again” (MAGA), che diventa, grande pensata degli ideologi di casa nostra!, “Make Europe Great Again” (MEGA)! Tra MAGA e MEGA c’è davvero poco da scegliere!

3 Alla cerimonia d’insediamento di Trump, lo schierarsi di magnati dell’industria (soprattutto hi-tech) in bell’ordine alle spalle del neo-presidente è stata interpretata da tutti i media come l’accorrere dei grandi nomi dell’economia USA a rendere omaggio alla… nuova Maestà. O non erano lì piuttosto a ricordargli chi fosse il vero padrone e quale fosse il copione da interpretare per bene, negli anni a venire?…

 

10 marzo 2025

INTERNATIONAL COMMUNIST PARTY PRESS
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