DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Ripubblichiamo la prima parte della riunione tenuta a Milano il 7 settembre 1952, che sintetizza una delle principali linee di lotta e di condotta caratterizzanti l'azione politica del nostro partito. La nozione e la pratica dell'“invarianza del comunismo” costituiscono l'asse fondamentale intorno a cui si articola la funzione di organo-arma del partito di classe: mantenere ben saldo l'obbiettivo del superamento del modo di produzione capitalistico, attraverso il percorso storico-politico obbligato che scaturisce dalla comprensione delle dinamiche dello stesso modo di produzione capitalistico. Dinamiche da cui scaturiscono sia la lotta di classe che i suoi protagonisti: la nostra classe, il proletariato, cioè l'insieme di chi per vivere può solo vendere la propria forza lavoro; la classe nostra nemica, la borghesia, cioè l'insieme di chi concentra le risorse e i mezzi di produzione e soprattutto monopolizza i prodotti che le aziende capitalistiche sfornano a tonnellate utilizzando la nostra forza lavoro;  la classe, altrettanto nostra nemica, dei proprietari fondiari; e, per finire, la pletora degli individui che si raggruppano nelle cosiddette “mezze classi”, i ceti piccolo borghesi che nascono, vivacchiano e muoiono all'ombra del modo di produzione del moderno capitale. L'“invarianza del comunismo” è la comprensione scientifica che permette ai militanti del Partito Comunista non solo di capire e spiegare come si muove il modo di produzione capitalistico nelle sue molteplici trasformazioni senza perdersi dietro l'apparenza dei suoi fenomeni, ma soprattutto di mantenere la loro funzione di cellule dell'organo-arma della classe proletaria: cioè di esserne il cervello, il solo luogo ( e il solo modo) nel quale la classe può riconoscere se stessa e gli sviluppi della propria azione politica. Solo attraverso la rivendicazione dell'“invarianza del comunismo” il Partito Comunista può accompagnare la nostra classe negli alti e nei bassi del divenire sociale, nell'alternanza di periodi in cui è spinta verso l'impeto e la vittoria rivoluzionaria e quelli nei quali la controrivoluzione la schiaccia in una subordinazione quasi totale alle leggi del capitale, senza farle perdere l'identità e gli obbiettivi a cui è spinta. Dalla lettura di questo nostro lavoro di partito (sintetico quanto complesso), emerge infine come proprio la rivendicazione della pratica della “invarianza del comunismo” costringa i militanti rivoluzionari a un’attività quotidiana nelle file della nostra classe, che è l'esatto contrario di una ripetizione astratta e sterile di formule esteticamente perfette, così care a tutti gli imbalsamatori della tradizione rivoluzionaria.

 

I. La “invarianza” storica del marxismo

1. Si adopera l'espressione “marxismo” non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo “accompagna” in tutto il corso di una rivoluzione sociale - e conserviamo il termine “marxismo” malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari.

2. Tre gruppi principali di avversari ha oggi il marxismo nella sua sola e valida accezione. Primo gruppo: i borghesi che sostengono definitivo il tipo capitalista mercantile di economia ed illusorio il suo superamento storico col modo socialista di produzione, e con coerenza rigettano in pieno la dottrina del determinismo economico e della lotta di classe. Secondo gruppo: i sedicenti comunisti stalinisti che dichiarano di accettare la dottrina storica ed economica marxista ma pongono e difendono, anche nei paesi capitalisti sviluppati, rivendicazioni non rivoluzionarie ma identiche se non peggiori di quelle politiche (democrazia) ed economiche (progressismo popolare) dei riformisti tradizionali. Terzo gruppo: i dichiarati seguaci della dottrina e del metodo rivoluzionario che però attribuiscono l'attuale abbandono di essa da parte della maggioranza del proletariato a difetti e mancanze iniziali della teoria che andrebbe quindi rettificata e aggiornata.

Negatori - falsificatori - aggiornatori. Noi combattiamo tutti e tre, e riteniamo che oggi gli ultimi sono i peggiori.

3. La storia della sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le “ondate” del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dalla organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848. In altre trattazioni si trova richiamata la storia di tali lotte nelle tre Internazionali storiche: contro utopisti, operaisti, libertari, socialdemocratici riformisti e gradualisti, sindacalisti di sinistra e destra, socialpatrioti, e oggi nazionalcomunisti o popolarcomunisti. Tale lotta ha coperto il campo di quattro generazioni e nelle sue varie fasi appartiene non a una serie di nomi ma ad una ben definita e compatta scuola e nel senso storico ad un ben definito partito.

4. Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se, invece di trarne l'insegnamento della “invarianza”, si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in “continua elaborazione storica” e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie.

5. La negazione materialista che un “sistema” teorico sorto a dato momento (e peggio ancora sorto nella mente e ordinato nell'opera di un dato uomo, pensatore o capo storico o tutte e due le cose insieme) possa contenere tutto il corso del futuro storico e le sue regole e principii in modo irrevocabile, non va capita nel senso che non vi siano sistemi di principii stabili per un lunghissimo corso storico. Anzi la loro stabilità e la loro resistenza ad essere intaccati e perfino ad essere “migliorati” è un elemento principale di forza della “classe sociale” a cui appartengono e di cui rispecchiano il compito storico e gli interessi. La successione di tali sistemi e corpi di dottrina e di prassi si lega non più all'avvento degli uomini-tappa, ma al succedersi dei “modi di produzione” ossia dei tipi di organizzazione materiale della vita delle collettività umane.

6. Pure avendo ovviamente riconosciuto errato il contenuto formale dei corpi di dottrina di tutti i grandi corsi storici, non si nega con questo dal materialismo dialettico la loro necessità al loro tempo, e tanto meno si immagina che l'errore avrebbe potuto essere evitato da migliori pensamenti di sapienti o legislatori, e che si poteva accorgersi prima dei loro errori, e far le rettifiche. Ogni sistema possiede una sua spiegazione e ragione nel suo ciclo; e quelli più significativi sono quelli che più organicamente si sono mantenuti immutati in lunghe lotte.

7. Secondo il marxismo non vi è progresso continuo e graduale nella storia quanto (anzitutto) alla organizzazione delle risorse produttive, ma una serie di distanti, successivi balzi in avanti che sconvolgono tutto l'apparato economico sociale profondamente e fin dalla base. Sono veri cataclismi, catastrofi, rapide crisi, in cui tutto muta in breve tempo mentre per tempi lunghissimi è rimasto immutato, come quelle del mondo fisico, delle stelle del cosmo, della geologia e della stessa filogenesi degli organismi viventi.

8. Essendo l'ideologia di classe una soprastruttura dei modi di produzione, anche essa non si forma dal quotidiano affluire di grani di sapere, ma appare nello squarcio di un violento scontro, e guida la classe che esprime, in una forma sostanzialmente monolitica e stabile, per una lunga serie di lotte e conati fino alla successiva fase critica, alla successiva rivoluzione storica.

9. Proprio le dottrine del capitalismo, giustificando le rivoluzioni sociali del passato fino a quella borghese, asserivano che da quel punto la storia avrebbe proceduto per una via di graduale elevamento e senza altre catastrofi sociali, in quanto i sistemi ideologici avrebbero con una graduata evoluzione assorbito il flusso di nuove conquiste del sapere puro ed applicato; ed il marxismo dimostrò la fallacia di tale visione del futuro.

10. Lo stesso marxismo non può essere una dottrina che si va ogni giorno plasmando e riplasmando di nuovi apporti e con sostituzione di “pezzi” – meglio di rattoppi e “pezze”! – perché è ancora, pure essendo l'ultima, una delle dottrine che sono arma di una classe dominata e sfruttata che deve capovolgere i rapporti sociali, e nel farlo è oggetto in mille guise delle influenze conservatrici delle forme ed ideologie tradizionali proprie delle classi nemiche.

11. Anche potendo da oggi, anzi da quando il proletariato è apparso sulla grande scena storica, intravedere la storia della società futura senza più classi e quindi senza più rivoluzioni, deve affermarsi che per il lunghissimo periodo che a tanto condurrà, la classe rivoluzionaria in tanto assolverà il suo compito in quanto si muoverà usando una dottrina e un metodo che restino stabili e siano stabilizzati in un programma monolitico, in tutto il volgere della tremenda lotta – variabilissimo restando il numero dei seguaci, il successo delle fasi e degli scontri sociali.

12. Per quanto dunque la dotazione ideologica della classe operaia rivoluzionaria non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva “scienza”, essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principii e anche delle sue regole di azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, il Talmud, la Bibbia, il Corano, o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali “scarti”, alla enorme loro forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione.

13. Proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di “verità assoluta”, e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o della astratta ragione, ma uno “strumento” di lavoro ed un' “arma” di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per “ripararlo” né lo strumento né l'arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone.

14. Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche - e anche rarissime - epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede.

15. Per la classe proletaria moderna formatasi nei primi paesi dal grande sviluppo industriale capitalistico le tenebre sono state squarciate poco prima della mezzeria di secolo che precede la presente. L'integrale dottrina in cui crediamo, in cui dobbiamo e vogliamo credere ha avuto allora tutti i dati per formarsi e descrivere un corso di secoli che dovrà verificarla e ribadirla dopo lotte smisurate. O questa posizione resterà valida, o la dottrina sarà convinta di falso e la dichiarazione di apparizione di una nuova classe con carattere, programma e funzione rivoluzionaria sua propria nella storia sarà stata data a vuoto. Chi quindi si pone a sostituire parti, tesi, articoli essenziali del “corpus” marxista che da circa un secolo possediamo, ne uccide la forza peggio di cui lo rinnega in pieno e ne dichiara l'aborto.

16. Il carattere del periodo seguente a quello “esplosivo” in cui la stessa novità della nuova rivendicazione la rende chiara e a limiti taglienti, può essere ed è, in ragione della cronicizzazione delle situazioni, di equilibrio tale, che non si ha miglioramento e potenziamento, ma involuzione e degenerazione della cosiddetta “coscienza” della classe. I momenti – tutta la storia del marxismo lo prova – in cui la lotta di classe si riacutizza, sono quelli in cui la teoria ritorna con affermazioni memorabili alle sue origini e alla sua prima integrale espressione; basti ricordare la Comune di Parigi, la Rivoluzione bolscevica, il primo dopoguerra mondiale in Occidente.

17. Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbie da cui pochi di quelli che si affibbiano l'aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici.

18. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi mezzi-uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l'Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i Profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde a un balzo enorme nel “modo di produzione”. Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per la dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All'altro estremo della storia e dinanzi alla illuminista dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere.

19. Né mancano gli esempi dei restauratori rispetto a revisioniste degenerazioni, come è Francesco rispetto a Cristo quando il cristianesimo sorto per la redenzione sociale degli umili si adagia tra le corti dei signori medioevali, come erano stati i Gracchi rispetto a Bruto; e come tante volte gli antesignani di una classe da venire dovettero essere rispetto ai rivoluzionari rinnegatori della fase eroica di precedenti classi: lotte in Francia del 1831, 1848, 1849 ed innumerevoli altre fasi in tutta l'Europa.

20. Noi stiamo sulla posizione che tutti i grandi ultimi eventi sono altrettante recise e integrali conferme della teoria e della previsione marxista. Riferiamo questo soprattutto ai punti che hanno provocato (ancora una volta) le grandi defezioni sul terreno di classe e messo in imbarazzo anche quelli che giudicano opportunismo pieno le posizioni staliniste: questi punti sono l'avvento di forme centralizzate e totalitarie capitaliste tanto nel campo economico che in quello politico, l'economia diretta, il capitalismo di stato, le dittature borghesi aperte; e dal suo canto il procedimento dello sviluppo russo ed asiatico socialmente e politicamente. Vediamo quindi sia la conferma della nostra dottrina, sia quella del suo nascere in forma monolitica ad un'epoca cruciale.

21. Chi riuscisse a porre gli eventi storici di questo vulcanico periodo contro la teoria marxista riuscirebbe a provare che questa è errata, completamente caduta e con essa ogni tentativo di dedurre dai rapporti economici le linee del corso storico. Nello stesso tempo riuscirebbe a provare che in qualsiasi fase gli accadimenti costringono a nuove deduzioni spiegazioni e teorie, e conseguentemente alla proponibilità di nuovi e diversi mezzi di azione.

22. Uscita illusoria dalle difficoltà dell'ora è quella di ammettere che la teoria base deve restare mutevole, e che oggi proprio sia il momento di lanciarne nuovi capitoli, sicché per effetto di un tale atto di pensiero la situazione sfavorevole si capovolga. Aberrazione è poi che tale compito sia assunto da gruppetti di effettivi derisori e, peggio, risolto con una libera discussione scimmiottante lillipuzianamente il borghese parlamentarismo e il famoso urto delle opinioni singole, il che non è nuovissima risorsa ma antica scempiaggine.

23. Questo è un momento di depressione massima della curva del potenziale rivoluzionario e quindi è lontano mezzi secoli da quelli adatti al parto di originali teorie storiche. In tale momento privo di vicine prospettive di un grande sommovimento sociale non solo è un dato logico della situazione la politica disgregazione della classe proletaria mondiale; ma è logico che siano gruppi piccoli a saper mantenere il filo conduttore storico del grande corso rivoluzionario, teso come grande arco tra due rivoluzioni sociali, alla condizione che tali gruppi mostrino di nulla voler diffondere di originale e di restare strettamente attaccati alle formulazioni tradizionali del marxismo.

24. La critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l'ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un'epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il Medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l'effetto e non il motore della immensa e complessa lotta.

25. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della Chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanismo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse. Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde dell'azione collettiva è tutto.

26. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall'urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza.

E il passare dall'arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo i fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme monolitica costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello.

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