DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Luigi Repossi, uno dei cinque dell'Esecutivo formato a Livorno alla costituzione del Partito Comunista d'Italia nel 1921, è morto in questi giorni a Milano, dopo dolorosa malattia e lunga degenza in un ospedale cittadino, e con un breve cenno della stampa che ha parlato di un deputato comunista che muore dimenticato e abbandonato da tutti.

Formalmente Repossi aderiva oggi al Partito Socialista Italiano, che in mancanza di più seri connotati e in attesa di farsi smussare i pochi che per avventura conservino rilievo, ha per alcuni anni servito di illusorio rifugio a militanti delusi e sbigottiti dalla vergognosa involuzione del partito di Livorno. Ma se tanto questo partito quanto gli altri organismi che hanno nome di proletari non hanno mosso un dito per alleviare le sofferenze e addolcire la fine di questo vecchio generoso militante, esempio davvero di quei rarissimi che sempre hanno tutto dato e nulla tenuto per sé, sdegnando ogni raccolta ed archiviazione di titoli di benemerenza, e se è mancata l'ipocrita esaltazione di prammatica del defunto, la stampa antiproletaria non ha tuttavia diritto di dire che Luigi Repossi è morto per fame e per mancata assistenza, come sarebbe avvenuto se fosse stato per le ben ripiene casse di quei movimenti e per le pelose coscienze dei loro gestori, pur spesso richiamati a così primordiale dovere.

Vecchi compagni di ore e tempo degni e operai delle fabbriche di Milano che non avevano dimenticato vicende luminose di battaglie e di vittorie, sono stati vicini a Luigino negli ultimi dolenti anni e fino alle ultime ore. Anche nelle non pingui scarselle di quelli che traggono mezzi dal lavoro proprio, e non amministrano casse di organizzazioni largitrici di prepende, si sono trovate le poche lire per un pane e una medicina, e soprattutto non è mancato un sorriso di compagni e di fratelli al veterano invalido e malato, ma mai in nessun momento avaro del suo sacrificio di una lunga serie di anni, il cui spirito di autentico proletario si spinse fino a reclamare il passaggio in più umile e modesto reparto del luogo di ricovero ove veniva amorevolmente assistito.

Né mancò il saluto dei vecchi compagni di fede alla sepoltura scevra di qualunque cerimoniale, in una umida mattina dell'inverno milanese, morte e saluto sommessi, ma degni della rettilinea vita di lui.

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Queste colonne non sono fatte per l'onda dei ricordi, per la biografia degli uomini illustri e nemmeno per l'aneddotica e le note episodiche: se alla chiara regola facciamo uno strappo è solo per reazione alle speculazioni fatte da vari lati sul buon ricordo che i lavoratori hanno di Repossi: da parenti cattolici per farlo accompagnare da preti, da tipi equivoci per legare, sempre in fasi di minorata biologica coscienza, la sua limpida figura a propagande che sotto la speciosa veste antisovietica servono la magagna dei dollari.

Componente il comitato della frazione di Imola, Luigi fu instancabilmente tra gli organizzatori del nuovo partito. Alle ultime battute della contesa oratoria di Livorno egli, uomo pratico, corse fuori con un nucleo di giovani livornesi a predisporre la sala del San Marco; lasciato tutto in ordine ritornò veloce come sempre al Goldoni per essere a tempo all'esodo. Come raccontò nella sua eloquente e colorita favella, avanzando per i corridoi laterali, gli giungeva l'eco della dichiarazione finale letta alla tribuna: i delegati della frazione comunista dichiarano che la maggioranza col suo voto si è posta fuori e contro l'Internazionale Comunista; essi abbandonano la sala... Urla belluine della canea unitaria tentavano di coprire la non fievole voce dell'oratore, che saliva di tono: per costruire il partito comunista, sezione della Terza Internazionale... e l'urlo saliva a sua volta contro la voce. Luigino era giunto a tempo: ansante prese la testa del corteo, che usciva al canto dell'Internazionale, e lo condusse al S. Marco.

Nel nuovo partito Luigino condusse l'opera sindacale, che anche i critici del primo Esecutivo in Italia e fuori dovettero dichiarare un modello di applicazione del lavoro rivoluzionario tra le grandi masse proletarie. Il partito,fieramente avverso a tutti i lontani e vicini, era a viso aperto presente nei sindacati, dalle agitazioni cruente alle sale dei congressi, ove i D'Aragona, Colombino e Buozzi (oh, oggi si ha di ben peggio!) masticavano amaro sotto le sferzate di Luigi Repossi, segretario del comitato sindacale comunista, che non meno fronteggiava gli anarco-sindacalisti boicottatori della Confederazione del Lavoro. Per poco a Genova ed a Verona questa non venne nelle nostre mani, che già tenevano l'allora gloriosissimo sindacato dei ferrovieri. Luigi difese le stesse direttive nella Internazionale Sindacale Rossa di Mosca e fu il più fiero lottatore contro quel primo delitto che fu la liquidazione di esso.

Qui si tratta di una vera fase storica, che sarà in altro modo ricordata. Nella eterodossia oppositrice dei comunisti italiani della maniera di allora, più e più volte Zinoviev e gli altri dovettero fare le lodi del loro lavoro nei sindacati; l'urto avveniva allora in quanto eravamo noi gli accusatori delle minacce opportuniste nel seno della Internazionale; mentre ci battevamo per essa in prima linea in Italia: oggi portano risultati vergognosi, anche a quella vile stregua, sono presi a pedate, e per tutta risposta vanno a leccare i deretani ai capi di Mosca. Luigino era dell'altra razza.

Un altro solo ricordo. Nel primo parlamento fascista si doveva leggere la dichiarazione del partito, stesa dall'Esecutivo. Luigino era dell'Esecutivo e del Gruppo parlamentare. Cominciarono le solite eccezioni su quello che era opportuno dire e non dire alla Camera. Luigino si scocciò ben presto. Con la mia terza elementare, disse col solito riso sarcastico, sono certo qui il più fesso; ma visto che nessuno vuol farlo, leggerò io la dichiarazione.

La lesse infatti, e alla fine quelli, imbestialiti, lo levarono di peso e lo portarono fuori sbattendolo a terra. Tornò collo stesso sorriso, scherzando sul poco peso della sua persona non gigantesca, e sulla facile impresa; si accarezzò un occhio nero, si leccò il labbro tumefatto, e posò sul tavolo il foglio tutto gualcito: è stato letto, disse con calma, fino all'ultima parola.

Così Luigino, semplicemente, fino all'ultimo viaggio.

«il programma comunista» 14 febbraio - 1 marzo 1957, n. 4  

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