Memoria di classe: Lo sciopero generale inglese del 1926

Dopo la pubblicazione, nei due numeri precedenti di questo giornale, delle nostre Tesi di Lione e del Rapporto tenuto da Amadeo Bordiga al VI Esecutivo Allargato dell'Internazionale Comunista (IC), concludiamo questa prima parte dell'analisi del “biennio nero” del movimento comunista mondiale dedicata all'anno 1926 con la rievocazione dello sciopero generale inglese, l'ultimo grande sussulto del proletariato europeo, tradito e sconfitto dalla centrale sindacale (Trade Union Congress, TUC), con la complicità dell'IC e dello Stato russo, ormai in piena deriva controrivoluzionaria. L'anno successivo, come vedremo, lo stalinismo trionfante completerà l'opera, contribuendo a soffocare nel sangue il tentativo rivoluzionario del giovane e combattivo proletariato cinese.
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Tra il 3 ed il 12 maggio 1926, in solidarietà con un milione di minatori del carbone da tempo in lotta per difendere salario e occupazione, più d'un milione e mezzo di lavoratori inglesi dei trasporti, dell'elettricità, del gas, delle costruzioni e di altri settori incrociò le braccia. La paralisi fu pressoché totale: il governo dovette dichiarare lo stato di emergenza, mobilitare esercito e marina da guerra, organizzare vere e proprie squadre di crumiri. Poi, proprio il giorno in cui scendeva campo anche la cosiddetta "seconda linea"— i lavoratori dell'acciaio, dei cantieri navali, delle ferriere —, il Consiglio Generale del Trade Unions Congress (TUC, la centrale sindacale) decise di sospendere lo Sciopero Generale. 

Fu un autentico tradimento. Nonostante il coraggioso protrarsi della lotta in certi settori, gli scioperanti dovettero tornare al lavoro senza alcuna assicurazione per il futuro, i minatori vennero abbandonati a loro stessi di fronte a una serrata nei pozzi destinata a durare parecchi mesi, le rappresaglie padronali e statali si moltiplicarono culminando nella legislazione antioperaia del 1927. Il senso di frustrazione prodotto nella classe dall'improvvisa sospensione dello sciopero ebbe anche effetti a lunga scadenza, destinati a incidere in maniera particolarmente negativa soprattutto negli anni '30 travagliati da una massiccia disoccupazione.

Lo Sciopero Generale inglese del 1926 rappresentò l'ultimo sussulto del proletariato europeo negli anni di declino dopo la grande ondata rivoluzionaria del 1917-1923. E coincise (insieme al più tragico e complesso 1927 cinese) con un autentico punto di svolta del movimento comunista internazionale: il trionfo dello stalinismo come teoria e pratica della controrivoluzione.

Perché dunque lo Sciopero Generale? Come maturò, come si sviluppò, che cosa fu? Quali forze vide in campo? Quali le conseguenze?

Gran Bretagna, una potenza in declino

Se si prende L'Imperialismo di Lenin, scritto nel 1916, ci si accorge che la straordinaria ampiezza di materiale documentario utilizzato riguarda essenzialmente Germania e Stati Uniti, mentre i riferimenti alla Gran Bretagna sono poco più di un paio. La cosa è emblematica: segnala il declino ormai inarrestabile della potenza inglese, soppiantata da nuovi, più aggressivi imperialismi.

È vero che, in quegli anni, la Gran Bretagna continua a essere la prima potenza coloniale. Il suo impero è enorme e conta qualcosa come 400 milioni di sudditi. Gli investimenti oltremare ammontano a 4 miliardi di sterline. Il volume delle esportazioni di capitali è superiore agli investimenti interni ed è pari al 10% del reddito nazionale.

Ma la struttura economica, finanziaria e produttiva è vecchia, logora, rigida, legata al particolare rapporto coloniale. L'estensione dei possedimenti, base necessaria per il trapasso da colonialismo ottocentesco a moderno imperialismo, è infatti una palla al piede se non si accompagna ad una capacità produttiva, ad una vitalità ed elasticità delle strutture finanziare, che invece la Gran Bretagna dimostra di non possedere. Per esempio, sebbene la sua rete ferroviaria sia cresciuta del 100% negli anni fra il 1890 e il 1913 (grazie soprattutto all'enorme estensione dei suoi possedimenti), contro il 46% della Russia, il 25% della Germania ed il 22% della Francia, essa risulta però nettamente indietro rispetto a quella degli Stati Uniti (+145%). Soprattutto, rileva Lenin, “in questo stesso periodo di tempo lo sviluppo delle forze produttive e specialmente dell'industria mineraria e siderurgica fu notoriamente assai più rapido in Germania che in Inghilterra, per tacere della Francia e della Russia”[1]. La Gran Bretagna è dunque per Lenin un esempio dell' “imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti” (p. 546).

In un testo pubblicato pochi mesi prima dello Sciopero Generale inglese e intitolato Dove va l'Inghilterra?, Leone Trotsky disegna magistralmente la curva di questo progressivo declino[2]. A partire dagli anni '80 dell'800, la Gran Bretagna perde terreno nei confronti dei rivali americani, inglesi e giapponesi e questa crisi finisce per intaccare anche, entro certi limiti, la condizione privilegiata goduta fino allora dall'aristocrazia operaia inglese. Estesi conflitti di classe si sprigionano dal sottosuolo sociale negli anni fra il 1911 e il 1914, specie nelle miniere e nei trasporti, e solo la prima guerra mondiale ne interrompe il dilagare. Poi, fra il 1917 e il 1920, le lotte riprendono con rinnovato slancio e si arriva allo Sciopero Generale dell'aprile 1921, apertamente tradito dal TUC e in particolare dal sindacato ferrovieri. Sono gli anni in cui si assiste ad una decisa politicizzazione della classe operaia inglese, si sviluppa il movimento dei “delegati di reparto” (shop stewards), si creano i comitati “Giù le mani dalla Russia!”.

Ma la guerra ha anche l'effetto di accelerare il declino della Gran Bretagna. Cessa infatti con essa il suo “splendido isolamento”: gli sviluppi della tecnologia militare (aerei, navi, sottomarini, cannoni a lunga gittata) accrescono la sua vulnerabilità e il suo coinvolgimento nelle questioni europee ed atlantiche, mentre il centro geopolitico del resto dell'immane impero restano l'Oceano Indiano e Pacifico. Nel frattempo, si assiste anche a una progressiva erosione delle colonie britanniche da parte di nuovi concorrenti, americani e tedeschi in testa.

 Tutto ciò comporta un aumento continuo delle spese militari, che va ad aggiungersi al gigantesco debito (1 miliardo e 400mila sterline) contratto dalla Gran Bretagna con gli Usa, mentre scarse risultano per il momento le possibilità di incassare i crediti con le altre potenze alleate. Si aggrava la dipendenza dagli Usa e, a metà anni ‘20, il passaggio internazionale dalla sterlina al dollaro come misura di convertibilità segna la vera e propria fine di un'epoca, aprendo una grave crisi monetaria interna. Contemporaneamente, appare minaccioso all'orizzonte un nuovo concorrente, specie nella cantieristica navale (beffa enorme, per un'Inghilterra abituata fino a ieri a “dominare le onde”!) e nel settore carbonifero (con la fine dell'occupazione francese della Ruhr): la Germania, che ha introdotto la completa “trustificazione” dei processi lavorativi, mentre il processo di monopolizzazione britannico resta tardivo e precario.

Gli effetti di questa situazione generale — dimostra ancora Trotsky — sono una disoccupazione ormai cronica: non più un “normale” esercito industriale di riserva (elastico, capace di espandersi e contrarsi a seconda delle situazioni), ma uno strato permanente, “un indurimento gottoso dell'organismo sociale, dovuto ad un metabolismo imperfetto”[3]. Il che rende necessaria, a fini di mantenimento della pace sociale, l'elargizione di uno stabile sussidio di disoccupazione, con ulteriore aggravio delle spese dello Stato.

Così, nell'aprile 1925, la Federazione dell'Industria Britannica dichiarerà che, negli ultimi due anni, i profitti del capitale industriale sono stati così bassi da non incoraggiare gli industriali a modernizzare gli impianti: “il nostro problema nazionale non è un problema di produzione, ma di vendite”[4]. È necessario produrre più a buon mercato per battere la concorrenza e aumentare i profitti, cercando così di stimolare il processo di valorizzazione del capitale. Ma la situazione nell'industria britannica è particolarmente precaria: settori vitali come il ferro e l'acciaio, la cantieristica navale e le industrie marittime sono in disgregazione e anche peggio si trovano il tessile ed il carbone, su cui poggiano in modo particolare le esportazioni. Si verifica dunque una sfasatura tra l'economia interna (trasporti, elettricità, costruzioni) con disoccupazione relativa e relativo aumento dei salari e settori dell'export (carbone, ferro, acciaio, cantieri, tessile) dove la disoccupazione cresce e calano i salari[5]. Tre strade si aprono davanti al capitale inglese per riuscire a rivitalizzarsi: o una drastica ristrutturazione dell'industria (ma, come s'è visto, manca il denaro fresco per farla) o una riduzione delle tasse (ma i debiti ingenti, le spese per l'enorme impero, il peso del sussidio di disoccupazione la rendono inattuabile) o un taglio dei salari (ma il rischio di scatenare un'acuta conflittualità sociale è gravissimo). La classe dominante inglese si trova dunque in un autentico vicolo cieco, che segna anche — commenta Trotsky — la fine del "Liberalism" tradizionale.

La risposta operaia

Dagli inizi del secolo, la risposta della classe operaia britannica sembra ondeggiare fra storica “devozione” alle Trade Unions e linee di fuga di matrice anarco-sindacalista. Nel mezzo, pachidermico, il Labour Party fondato nel 1906, capace di assorbire e fagocitare con consumata abilità ogni spinta non chiaramente, non sufficientemente, classista.

Sono vent'anni di lotte generose. Tra il 1906 e il 1907, scioperano gli operai dei linifici e iutifici, i costruttori di caldaie, gli operai meccanici e soprattutto i minatori organizzati nella Federazione del Galles meridionale, uno dei settori più combattivi del proletariato britannico. Nel 1907, scoppia un primo sciopero nelle ferrovie, contro il rifiuto del riconoscimento del sindacato. Tra il 1908 e il 1909, la prima delle crisi ricorrenti del nuovo secolo s'abbatte sulla Gran Bretagna, con crollo dei salari e disoccupazione all'8%. E, puntuali all'appuntamento, nel 1909, scioperano i minatori contro la prassi del calcolo dei salari sulla base del prezzo del carbone. Il 1910 è un altro anno di scioperi: ancora i minatori (spesso con azioni non ufficiali) contro il sistema dei tre turni, e poi i lavoratori dei cotonifici e dei cantieri navali del Clyde e del Tyne (altri settori altamente combattivi): in questi ultimi due casi, il padronato risponde con la serrata e si ha l'intervento aperto del governo nel conflitto sociale. 

Ma sono soprattutto gli anni fra il 1911 e il 1914 quelli di grande fermento. Cresce il numero di iscritti ai sindacati (dai 2,5 milioni del 1909 ai 4 del 1913) e al tempo stesso si diffonde l'influsso del sindacalismo rivoluzionario — reazione elementare, generosa ma insufficiente, al conservatorismo dei sindacati ufficiali. È l'epoca degli IWW di origine statunitense, di Tom Mann, dell'azione diretta. Nel 1910, si ha la creazione della Transport & General Workers' Union (TGWU), primo importante esperimento di unificazione sindacale. Soprattutto, protagonisti di questi anni sono i minatori di varie zone, del Galles meridionale in particolare, come chiarirà nel 1912 l'opuscolo The Miners' Next Step, primo tentativo di delineare una strategia rivoluzionaria per la classe operaia britannica. Una breve sintesi, anno per anno, è più che eloquente.

1911: scioperi dei minatori del Galles meridionale, dei tipografi di Londra, dei marittimi (con relativo sciopero di solidarietà dei lavoratori dei docks), degli scaricatori e dei carrettieri (con prima grande vittoria), dei ferrovieri e di nuovo dei lavoratori dei trasporti, sciopero nazionale dei ferrovieri (a Liverpool, il governo fa intervenire le truppe, seguono gravi tumulti, ma l'azione si conclude con la vittoria operaia).

1912: scioperi degli scaricatori di Glasgow e Liverpool, dei lavoratori dei trasporti (che vengono sconfitti), crescita dei sindacati ferrovieri e loro fusione in un unico sindacato, diffondersi della prassi classista degli “scioperi di solidarietà”, sciopero nazionale dei minatori (tra febbraio e aprile: più d'un milione di operai in lotta per il salario minimo), altri scioperi dei minatori del Galles meridionale e dello Yorkshire meridionale.

1913-14: il movimento di lotta si diffonde in Irlanda, dove è guidato da James Connoll e Jim Larkin, e in Scozia, e si arriva alla costituzione di una Triplice Alleanza Industriale, che riunisce insieme i sindacati dei minatori, dei ferrovieri e dei lavoratori dei trasporti.

La guerra naturalmente frena questa spinta possente, anche se fra il 1914 e il 1918 si susseguono numerosi gli scioperi non ufficiali: dei lavoratori meccanici del Clyde, dei minatori dello Yorkshire e del Galles meridionali. È anche l'epoca delle lotte contro la coscrizione obbligatoria e degli scioperi degli affitti. Ed è l'epoca degli shop stewards: forti soprattutto nell'industria meccanica e navale, dirigono gli scioperi dei cantieri del Clyde, delle acciaierie di Glasgow, dei cantieri del Tyne. Dopo il 1917, sotto la spinta della Rivoluzione d'Ottobre, l'attività degli shop stewards assume un carattere più politico, ma dopo la fine della guerra il movimento rifluisce. Seguono però altri due anni di grande combattività, con aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro come obiettivi centrali: di nuovo i cantieri del Clyde, di nuovo i lavoratori di Belfast (il periodo in cui acutissima è fra l'altro la "questione irlandese"), i lavoratori dei cotonifici, i ferrovieri (con uno sciopero nazionale che dura otto giorni, appoggiato da uno sciopero di solidarietà dei tipografi), perfino i poliziotti!

I minatori scendono di nuovo in lotta nel 1920, con uno sciopero nazionale che dura dal 16 ottobre al 3 novembre: la Triplice, nata pochi anni prima per rendere più incisive le azioni del proletariato inglese, rifiuta il proprio appoggio, dimostrando tutta la propria timidezza e ossequienza nei confronti del padronato e dello Stato. Il quale, al contrario, sa individuare bene i propri nemici: è infatti in occasione di questo sciopero che viene promulgata la “Legge sui Poteri d'Emergenza" che segna una svolta nella storia dei conflitti tra capitale e lavoro in Gran Bretagna, premessa di ben più drastici e pesanti interventi statali di lì a pochi anni.

S'arriva cosi al 1921, quando, dopo alcuni scioperi dei minatori che chiedono contratti nazionali e non di settore, il movimento di lotta s'allarga sempre più coinvolgendo questa volta la Triplice. Lo scontro è aperto, lo Stato mobilita le proprie forze repressive, e a quel punto si ha il tragico “venerdi nero” dell'aprile 1921: nonostante le resistenze della base, il sindacato ferrovieri si ritira e a quel punto la Triplice lo segue. I minatori resistono fino a giugno finché, stremati e privi dell'appoggio di settori fondamentali, sono costretti a cedere. È la disfatta: i salari vengono direttamente attaccati, si arriva a elargire un puro “salario di sopravvivenza”, la disoccupazione s'impenna di nuovo. Altre lotte scoppieranno quindi di nuovo negli anni successivi: gli operai meccanici, i lavoratori edili e quelli agricoli, i marinai (sciopero non ufficiale), gli scaricatori dei porti (sciopero non ufficiale), gli operai tessili...

Intanto, nel 1920-21, erano nati i Councils of Action: espressione del movimento “Giù
le mani dalla Russia” nato al tempo della Guerra Civile e dell'accerchiamento della Russia sovietica da parte delle potenze capitaliste, questi “consigli” erano formati da attivisti di base, rappresentanti dei sindacati e del movimento cooperativo, membri del partito laburista e del partito comunista, militanti del movimento dei disoccupati (National Unemployed Workers' Movement, NUWM). Inoltre, nel 1924, s'era sviluppato il “Minority Movement”, una sorta di frazione di sinistra dentro il sindacato, più o meno direttamente ispirata dal PC britannico, e un embrionale lavoro di organizzazione dei disoccupati cominciava a dare i suoi primi frutti.

Al grande appuntamento del 1926, la classe operaia britannica si presenta dunque con una storia gloriosa, ma anche con una debolezza evidente: di fronte al blocco costituito da sindacati e Labour Party, non esiste una vera opposizione politica marxista, al di fuori di gruppi generosi ma politicamente confusi e approssimativi, come gli shop stewards o gli anarco-sindacalisti. Sarà questa una delle ragioni della sconfitta del 1926. Ma solo una: le altre saranno interamente del nascente stalinismo, che
proprio in quell'anno avrebbe celebrato il suo trionfo.

Lo Sciopero Generale del 1926

Il 30 giugno 1925, i proprietari delle miniere britanniche decidono la disdetta del Contratto Nazionale in vigore dal 1924: d'ora in poi, avranno valore solo accordi locali. Non basta: alla disdetta del Contratto Nazionale s'accompagnano tagli ai salari, la sospensione del salario minimo, un aumento degli orari di lavoro. Il 10 luglio, I minatori si rivolgono al General Council del TUC, che s'impegna ad appoggiarli, mentre la TGWU propone un embargo del movimento di carbone in caso di serrata padronale. Il 29 luglio, il Governo si pronuncia contro un ulteriore sussidio all'industria mineraria, grazie al quale mantenere i livelli salariali nelle miniere. E il giorno dopo, con un linguaggio destinato a divenire tristemente famoso in Gran Bretagna come altrove, proclama: “Tutti i lavoratori di questo paese devono accettare riduzioni salariali per aiutare a rimettere in piedi l'industria”.

A quel punto, con un mese di ritardo!, il TUC si appresta a dichiarare lo sciopero. Il 31 luglio è il cosiddetto “venerdì rosso”: di fronte alla minaccia di un moto operaio, il governo fa marcia indietro e concede un sussidio della durata di 9 mesi all'industria mineraria, previo ritiro delle richieste di
tagli salariali. Viene poi istituita una commissione (la Samuel Commission) incaricata di “investigare” sulle condizioni nelle miniere ed elaborare proposte di soluzione. Intanto, però il tempo passa. Il 29-30 agosto si riunisce la Conferenza Nazionale del Minority Movement, legato al PC britannico, mentre al Congresso di Scarborough del TUC (7-12 settembre) la base avanza la richiesta che il General Council dia mandato al TUC di proclamare uno sciopero generale. 

Mentre si discute, lo Stato fa i suoi preparativi anti-sciopero: istituisce la Organisation for Maintenance of Supplies con il compito di assicurare il controllo e la distribuzione dei rifornimenti su tutto il suolo nazionale, suddivide Inghilterra e Galles in 10 “distretti” ciascuno sotto commissario civile, crea una vera e propria rete di comitati locali composti di “volontari” incaricati di agire sia da crumiri sia da forze repressive. 

Fra il settembre e l'ottobre 1925, proprio mentre il Labour Party decide di espellere i comunisti dal proprio seno[6], la repressione s'abbatte sul PC: 12 dirigenti vengono arrestati e condannati a pene fra i 6 e i 12 mesi per reati di stampa. Fatto ancor più grave, nel novembre, 167 minatori d'antracite di Carmarthen (Galles) vengono processati per uno sciopero locale attuato nel luglio-agosto e 50 d'essi vengono condannati a pene che vanno dai 14 giorni ai 12 mesi. È evidente che lo Stato si sta attrezzando e infatti, per tutto il dicembre 1925, proseguono i preparativi anti-sciopero a livello sia centrale che locale, specie per quanto riguarda le forze di polizia ed il sistema dei trasporti, e viene elaborato un vero e proprio Piano d'Azione.

Si arriva così al marzo 1926, quando la Samuel Commission rende finalmente noto il proprio rapporto, che prevede una riorganizzazione dell'industria mineraria senza nazionalizzazione, una sospensione del sussidio all'industria, e tagli ai salari. I padroni replicano chiedendo anche aumenti degli orari e il passaggio da contratti nazionali a contratti locali o regionali. Aprile trascorre fra inutili negoziati e alla fine il padronato annuncia una serrata a partire dal 30, quando terminerà il sussidio statale all'industria.

Il 1° maggio, alla Conferenza Speciale del TUC, vengono approvate le proposte del Consiglio Generale per uno sciopero generale in difesa di salario e orario. Lo slogan dichiara: “not a penny off the pay, not a minute on the day”, non un soldo di meno nella paga, non un minuto di più al giorno. Lo sciopero è indetto a partire dalla mezzanotte del 3 maggio, e ai rispettivi sindacati è demandato di deciderne le modalità. Il governo dichiara immediatamente lo Stato d'Emergenza e in un messaggio radiofonico alla nazione il Primo Ministro proclama: “Fermi al nostro posto”. Intanto, però, proprio mentre la preparazione dello sciopero dovrebbe assorbire tutte le energie del TUC, esso riprende, sotterraneamente, i negoziati con il Primo Ministro, che continuano anche il 2 maggio.

Alla mezzanotte del 3, i turni di giorno finiscono il lavoro, quelli di notte non entrano: inizia il grande Sciopero Generale inglese del 1926. Durerà fino al 12 maggio, coinvolgendo più di due milioni e mezzo di lavoratori. La “prima linea” chiamata subito alla lotta (e questa divisione della classe in due “linee” sarà un altro fattore di debolezza) è composta, oltre che dai minatori già in azione, da lavoratori dei trasporti, tipografi (quelli del “Daily Mail” si rifiutano di pubblicare gli appelli del governo, che reagisce parlando di “sfida alla costituzione”), operai del ferro e dell'acciaio, delle centrali elettriche, dell'edilizia e dell'industria chimica. La “seconda linea” è composta dai lavoratori del settore elettrico, della cantieristica navale, dell'industria tessile, ma solo gli elettrici e gli operai dei cantieri verranno chiamati alla lotta e soltanto il 12 maggio, a poche ore dalla sospensione dello sciopero, con effetti di delusione, divisione e frustrazione che si possono bene immaginare.

Ma non è solo questa divisione interna alla classe, perseguita “strategicamente” (!!) dalla centrale sindacale, a indebolire la lotta. I preparativi per lo sciopero sono tardivi e insufficienti: mentre, come abbiamo visto, lo Stato s'è preparato fin dal settembre 1925 (nove mesi prima), solo a fine aprile 1926 il Consiglio Generale del TUC comincia a pensarci. In realtà, il grosso dell'organizzazione dello sciopero viene condotto, non a livello centrale (come sarebbe dovuto avvenire), ma a livello locale, là dove sono già attivi nuclei organizzati come i Councils of Action o dove si può contare sull'attività del piccolo PC britannico, il quale da tempo scandisce sul proprio giornale quanti giorni mancano alla fine del sussidio governativo all'industria mineraria e dunque a un'azione di sciopero (ma, come vedremo, anche l'azione del PC ha aspetti estremamente ambigui, ondeggiando fra demagogia e codismo).

Da parte sua, con ritardo, il TUC predispone un Comitato Organizzativo di Sciopero per coordinare l'azione dei vari sindacati, un Comitato di Propaganda per informare la base e contrastare la propaganda statale, un Comitato per la Distribuzione del Cibo e per i Servizi Essenziali, un Comitato per la Distribuzione dei Permessi (per la circolazione e distribuzione di cibo e materiale stampato e per la continuazione del lavoro in certi settori industriali). Ma il tutto avviene con improvvisazione e senza una vera coesione fra i vari sindacati: è netta la sensazione che il TUC punti più sulle trattative dietro le quinte con il governo (che continuano, a insaputa soprattutto dei minatori) che non sull'effettiva organizzazione e direzione dello sciopero. Per esempio, una questione così delicata come la distribuzione dei permessi è dapprima centralizzata (attraverso il sindacato ferrovieri), poi viene delegata ai comitati locali dei lavoratori dei trasporti; ma contemporaneamente se ne occupano anche i Councils of Action, e questo produce spesso gravi contrasti. Il TUC mostra inoltre la propria incapacità (o non volontà) di contrastare efficacemente le misure governative, come il sequestro e la chiusura di certi giornali genericamente favorevoli agli scioperanti. Al tempo stesso, però, a partire dal 10 maggio, esso vieta la pubblicazione di qualunque bollettino di sciopero locale, con grave danno per la coesione e informazione di base. Inoltre, approva la continuazione dell'attività delle centrali elettriche a Londra e in altre località, la cui sospensione avrebbe invece costituito una possibile carta vincente per lo sciopero. Nei porti poi, altro settore-chiave, la situazione è tutt'altro che chiara e l'attività delle squadre di crumiri organizzate dallo Stato con tanto anticipo non viene sufficientemente contrastata. Insomma, il TUC lascia che lo sciopero vada per la sua strada, ma fa ben poco per sostenerlo e tanto meno guidarlo e radicalizzarlo.

A livello locale, invece, come s'è detto, i lavoratori riescono a organizzarsi con maggiore efficacia. Qui sono attivi i Councils of Action, che data la loro composizione non risultano però sempre politicamente omogenei (alcuni sono guidati da elementi di sinistra, altri sono ossequienti alla linea sindacale ufficiale); sono attivi comitati di sciopero; sono attive sezioni sindacali. Saranno queste tre diverse realtà (i Councils, i comitati di sciopero, le sezioni sindacali locali, 500 in tutta la Gran Bretagna)[7] a condurre lo sciopero in maniera più capillare e radicale. La Conferenza Speciale d'Azione di questi organismi riunitasi il 21 marzo aveva così definito i propri compiti: distribuzione dei permessi, assistenza, picchettaggio, pubblicazione di bollettini di sciopero, organizzazione dei trasporti, invio di conferenzieri e speakers, rapporto con le cooperative, organizzazione dell'autodifesa contro le forze legali e illegali.

Per esempio, nelle combattive zone carbonifere del Fife (Scozia orientale), “l'organizzazione funzionò come un meccanismo a orologeria. Tutto venne bloccato — perfino le linee ferroviarie furono picchettate. Il Council poteva contare su un servizio di corrieri che non era secondo a nessuno in tutta la Gran Bretagna, con tre automobili (e altre tre disponibili in caso d'emergenza), cento motociclette e tutte le biciclette di cui si poteva aver bisogno. I corrieri coprivano l'intera regione del Fife, distribuendo informazioni e riportando alla centrale rapporti sullo stato dello sciopero, spedendo oratori ovunque, anche nelle località più isolate [...] Dopo le cariche della polizia contro i picchetti, i Corpi di Difesa degli scioperanti, cui avevano aderito agli inizi circa centocinquanta operai, vennero riorganizzati. Il numero dei militanti coinvolti salì a settecento, e quattrocento di questi, che erano stati sottufficiali durante la guerra, marciarono in formazione militare attraverso la città [di Methil, dove s'erano verificati gli scontri] per proteggere i picchetti. La polizia non interferì più”[8]. 

Anche in altre aree, come la Scozia occidentale, Birmingham, Glasgow, Manchester, la Black Country, la compattezza dello sciopero fu straordinaria e il livello di organizzazione dal basso elevatissimo, con comitati di mogli di minatori che controllavano i prezzi degli alimentari e si occupavano della distribuzione dei viveri alle famiglie più bisognose, e gruppi di giovani volontarie che trasportavano le copie dei bollettini clandestini nascondendole dentro le carrozzine, e con un fiorire di pubblicazioni miranti a diffondere notizie e informazioni e a tenere alto il morale degli scioperanti. Nel Galles meridionale, poi, la realtà preesistente di una diffusione capillare del marxismo nelle valli e nei villaggi, tra minatori, ferrovieri, lavoratori dell'acciaio e di altri settori (esistevano nella regione più di un centinaio di biblioteche di minatori, con i classici del marxismo pubblicati dalla casa editrice Kerr di Chicago), fece sì che lo sciopero fosse condotto in maniera agguerrita e organizzata da intere collettività, compatte e solidali. Nella parole di un responsabile minerario, l'intera regione "era in uno stato vicino alla sollevazione"[9]: non a caso, tre navi da guerra e un sottomarino rimasero alla fonda davanti a Newport e Swansea anche dopo la fine dello sciopero, mentre cinquantotto minatori d'antracite vennero arrestati e messi in prigione.

A livello locale, dunque, i lavoratori seppero esprimere un altissimo potenziale di lotta e organizzazione. Vennero organizzati picchettaggi di massa, che in certe località soprattutto minerarie coinvolgevano l'intera comunità, con turni di quattro ore e venti di riposo; la distribuzione del cibo e dei trasporti venne gestita in maniera autonoma, spesso esautorando le agenzie governative preposte. Ma le difficoltà di coordinamento generale, sia a livello centrale (da parte del Consiglio Generale del TUC) sia a livello locale (a Londra, per esempio, non si riuscì mai a creare un corpo centrale e centralizzato responsabile della conduzione dello sciopero), rimasero e furono gravi.

La risposta della base fu comunque superiore al previsto. Addirittura, il giorno successivo alla sospensione dello sciopero generale, scende in lotta un numero maggiore di lavoratori rispetto al giorno prima! Inoltre, la “seconda linea”, costretta al lavoro fino all'ultimo, scalpita per aderire all'azione e in molti casi, specie a livello locale, vi aderisce di propria iniziativa contro le indicazioni centrali. Anche aree isolate e rurali mostrano una grande compattezza e combattività. I ferrovieri, poi, quasi a voler far dimenticare il “venerdi nero” di cui la loro organizzazione era stata responsabile qualche anno prima, scendono in lotta in massa: l'80% dei lavoratori della Great Western Railway (il 98% di macchinisti e fuochisti) è in sciopero sull'arco di tutti e nove i giorni e in molti casi anche dopo. Un'inchiesta condotta durante lo sciopero mostrava che, dividendo la Gran Bretagna in tre classi (la l riguardante i due terzi delle aree e città, fino ad arrivare alla III che ne comprendeva molto poche), si aveva il seguente quadro: Classe I in sciopero al 90-100%, Classe II in sciopero con qualche cedimento, Classe III in sciopero con visibili carenze.

I rapporti che giungevano al Consiglio Generale del TUC erano espliciti e prendevano di sorpresa il bonzume sindacale: “Ovunque c'è un entusiasmo compatto. Ovunque la comprensione di questo concetto elementare: questa volta non possiamo abbandonare i minatori. Uomini con posti di responsabilità e lunghi anni di servizio hanno lasciato il lavoro con la stessa incondizionata decisione di chiunque altro. Villaggi in cui non s'era mai sentito parlare di sciopero prendono le stesse posizioni avanzate di luoghi considerati ‘centri di disordine’. Via via che giungevano i rapporti dalle varie regioni, era chiaro che tutte le critiche s'appuntavano in un'unica direzione: perché i permessi per il cibo venivano distribuiti così liberamente? Perché continuavano a funzionare le centrali del gas e dell'elettricità? Perché i camionisti venivano tenuti fuori dallo sciopero per rifornire di carbone estratto da crumiri le centrali del gas non in sciopero, lavorando fianco a fianco con i crumiri? Perché non si facevano scendere in lotta anche gli altri settori? Si badi, quest'ultima critica non proveniva da lavoratori in sciopero, ma da quei lavoratori che erano stati tenuti al lavoro. Anch'essi volevano dare il proprio contributo a quella grande avventura. Giorno e notte, a ogni ora, gli inviati nelle varie zone trovavano i comitati di sciopero al lavoro”[10].

Nell'insieme, la situazione generale si mantenne calma e ordinata. Ma ci furono disordini nelle miniere di carbone, a Plymouth durante lo sciopero dei tram, a Londra per la distribuzione del cibo (i carri armati fecero la loro comparsa a Hyde Park, dove era centralizzata la distribuzione). I più gravi si ebbero a Glasgow, uno dei centri più risoluti nello sciopero (200 arresti dopo uno scontro fra minatori e polizia), nelle regioni del Tyneside e a Doncaster. In tutto, si ebbero 1760 arresti in base alla Legge d'Emergenza, 1389 per atti di violenza e disordini, 150 per incitamento verbale o scritto, e 5000 in base alla legislazione corrente (di questi, 2500 furono di militanti comunisti, pari sostanzialmente alla metà degli  iscritti).

Quale fu l'atteggiamento dello Stato? Esso mantenne innanzitutto il controllo dei rifornimenti alimentari, tranne là dove l'azione dei Councils of Action fu sufficientemente risoluta da strapparglielo; procedette alla requisizione della carta; utilizzò apertamente la BBC come portavoce diretto e ufficiale; diede istruzioni al Board of Guardians di non pagare l'assistenza sociale agli scioperanti; reclutò circa mezzo milioni di crumiri (utilizzandone poi molto meno) specie fra gli studenti universitari e i fascisti; il 6 maggio dichiarò illegale lo sciopero; portò a 50 mila il numero degli agenti speciali di stanza a Londra, istituì sezioni di agenti civili; dispose 200 mila poliziotti di riserva fuori Londra; posizionò un incrociatore e quattro altre navi da guerra a Liverpool, tre navi da guerra nel canale di Bristol, quattro incrociatori e 20 altre navi lungo il Tamigi e dispose altre navi e truppe in varie altre località; e naturalmente ebbe la benedizione della Chiesa (il cardinale Bourne tuonò a Westminster che lo Sciopero Generale era “una sfida diretta all'autorità legalmente costituita... un peccato contro l'obbedienza che tutti noi dobbiamo a Dio” e che “tutti sono tenuti a sostenere e assistere il governo, che è l'autorità legalmente costituita del paese, e perciò stesso rappresenta, nella sua sfera specifica, l'autorità di Dio stesso”— sante parole!)[11]. Insomma, scese apertamente in guerra, riconoscendo la natura di scontro sociale assunta dallo sciopero: una lezione che tutti i proletari dovranno apprendere una volta per tutte.
 
Poi, il 12 maggio, improvvisa e incondizionata, la resa del TUC. Lo Sciopero Generale viene sospeso da un momento all'altro, proprio mentre scende in campo la “seconda linea”. Gli scioperanti sono costretti a tornare al lavoro senza termini precisi, senza garanzie a condizioni peggiori. I minatori, sostenuti da alcune categorie e comitati locali, continuano la lotta da soli per qualche settimana, prima di dover cedere essi stessi. È la disfatta: le rappresaglie non si contano e il senso di frustrazione e di impotenza è diffuso.

Il ruolo delle forze in gioco e gli insegnamenti dello Sciopero Generale
 
Il carattere di autentico pompieraggio dell'azione svolta dal Consiglio Generale del TUC fu chiaro fin dal principio. Non solo il Consiglio si rifiutò di compiere reali preparativi in previsione dello sciopero, ma durante tutto il suo corso funzionò da vero e proprio freno nei confronti della mobilitazione di massa che premeva per un allargamento e una radicalizzazione della lotta. Il 3 maggio, il Consiglio dichiarava candidamente che “la difficoltà maggiore [...] è stata di tener dentro i lavoratori di quella che possiamo chiamare la seconda linea invece di chiamarli fuori”.

Non solo. Mentre lo Stato riconosceva apertamente la valenza politica che il moto di sciopero andava assumendo, il TUC insisteva per mantenere la lotta — sia a livello di prassi quotidiana sia a livello di identità e consapevolezza — entro certi limiti economici, industriali, e di ciò cercava di convincere la controparte, in maniera belante, sulle pagine del proprio organo ufficiale dello sciopero, The British Worker: “Il Consiglio Generale del TUC desidera sottolineare che questa è una disputa puramente industriale [...]. Alla riunione speciale del TUC, non s'è menzionato (né s’è mai pensato a) alcun obiettivo politico. Risultava perfettamente chiaro che nessuno aveva in mente nient'altro che l'obiettivo industriale [...] Lo Sciopero Generale non è una ‘minaccia’ al Parlamento. Nessun attacco alla Costituzione è in corso. Imploriamo Mr. Baldwin [il Primo Ministro] di crederci”[12]. Questa passività non s'accompagnava soltanto, come già si è visto, a un'intensa attività negoziale dietro le quinte. Proprio mentre si sarebbe dovuto rivolgere il massimo di energie alla mobilitazione e all'organizzazione della lotta per allargare il movimento ad altre categorie e diffondere il senso vivo della compattezza e della solidarietà affasciando i lavoratori e rompendo barriere e localismi, il Consiglio Generale operava in senso nettamente contrario e si preoccupava di tener lontani i lavoratori dal teatro del conflitto. Così, ancora il British Worker scriveva il 5 maggio: “Il Consiglio Generale suggerisce che, in tutti i distretti in cui un numero elevato di lavoratori non ha nulla da fare, dovrebbero essere organizzati attività sportive e intrattenimenti di vario genere, in modo da tenere occupati un certo numero di lavoratori e offrire divertimento a molti di più”. E, nei giorni successivi, mentre si guardava bene dal dedicare un solo rigo agli scontri e agli arresti che si moltiplicavano ovunque, precisava ancor meglio la linea di pensiero del Consiglio Generale, invitando a organizzare “incontri speciali di calcio e cricket... attrazioni al coperto... gare di whist”, arrivando a riportare con apprezzamento autentiche perle come quelle contenute in un “Appello” del Comitato di sciopero di Cardiff: “Non smettete di sorridere... Respingete le provocazioni. Lavorate nei vostri giardinetti. Badate alle mogli e ai bambini. Se non avete un giardinetto, andate in campagna, nei parchi, nei campi da gioco. Non perdete il vostro tempo a gironzolare in centro. Andate in campagna, non c'è occupazione più salutare delle passeggiate”![13]

Ora, se per la posizione del Consiglio Generale del TUC si può parlare di aperto boicottaggio, che cosa dire del piccolo Partito Comunista Britannico, nato sei anni prima su basi molto eterogenee e politicamente spurie, sicuramente molto combattivo alla base, ma già orientato in senso centrista al vertice? Potendo contare su una rete operaia abbastanza estesa, costituita principalmente dal National Minority Movement e dal National Unemployed Workers' Movement, tutta l'azione del PC non fece che ondeggiare tra un grande attivismo locale (non privo di evidenti sfumature demagogiche: il PC arriva a parlare di “dualismo di poteri” a proposito del fatto che alcuni Councils of Action strappano la distribuzione di viveri e dei permessi alle mani delle autorità locali!) e da un evidente manovrismo al vertice e a livello internazionale, come espressione di una progressiva degenerazione dell'Internazionale Comunista. 

Fin dalla Seconda Conferenza del National Minority Movement (29-30 agosto 1925), il PC insiste infatti sulla necessità d'un forte Consiglio Generale del TUC “con pieni poteri per dirigere l'insieme delle attività dei sindacati”. Il “Programma d'Azione”, stilato nel gennaio 1926 rende ancor più esplicita quest'ambiguità di fondo, per cui si lanciano parole d'ordine di organizzazione e di lotta, ma al tempo stesso si continua a demandarne l'iniziativa al Consiglio Generale del TUC. Nemmeno quando, nel corso dello sciopero, risultano chiari l'orientamento e la pratica di puro compromesso (e infine di tradimento) del Consiglio, il PC recede da questa prospettiva: e così, con la mano sinistra scrive articoli e manifesti che mettono in guardia circa la “possibilità” di una svendita della lotta da parte del Consiglio Generale, ma con la mano destra pubblica a caratteri cubitali la parola d'ordine “Tutto il potere al Consiglio Generale”[14].

D'altra parte, come s'è detto, quest'ambiguità non era che il riflesso della svolta che l'Internazionale Comunista stava attuando in quegli stessi anni e di cui il PC britannico fu interprete obbediente e fedele. Su suolo inglese, la manifestazione più negativa di tale svolta fu proprio il ruolo giocato, nel corso dello Sciopero Generale, dal Comitato Anglo-Russo. Istituito nel 1924, il Comitato fu uno degli esempi più disastrosi della tattica di “fronte unito politico” introdotta da un'Internazionale prima vacillante sul piano della teoria e dei principi e poi sempre più asservita ad una politica di centro e infine controrivoluzionaria. E mostra quanto fossero motivate le nostre critiche a tale tattica: una tattica, che l'Internazionale e la quasi totalità dei partiti che ne facevano parte non intesero mai, come l'intendevamo noi, nell'unico modo possibile (“dal basso”: lo schierarsi dei lavoratori, indipendentemente dalla loro affiliazione politica o dalle loro idee politiche e religiose, su un fronte di lotta e intorno a specifici obiettivi classisti), ma concepirono sempre “dall'alto” (l'accordo di vertice fra partiti e organismi operai con prospettive politiche e metodi di lotta divergenti). 

Il Comitato Anglo-Russo aveva infatti come obiettivo quello di portare avanti un processo di unificazione fra la classe operaia sovietica e quella britannica, attraverso un accordo di appoggio e interazione fra sindacati sovietici (dunque, espressione di una situazione rivoluzionaria) e Consiglio Generale del TUC (schierato, come s'è visto, su posizioni ultra-moderate e di destra)[15]. Oltre a produrre un'evidente confusione (esisteva un'Internazionale dei sindacati rossi, in lotta aperta con l'Internazionale “gialla” di Amsterdam cui il TUC inglese faceva riferimento!), il Comitato Anglo-Russo finì per portare esclusivamente l'acqua al mulino del Consiglio Generale del TUC, dandogli una patente di radicalità che non aveva e suscitando ovvie perplessità e animosità fra i lavoratori inglesi. Soprattutto (e qui la cosa fu ancor più scandalosa) rimase in vita attraverso tutto lo svolgimento dello sciopero: dunque attraverso tutto il progressivo sabotaggio operato dal TUC ai suoi danni, fino al tradimento conclusivo. Si arrivò all'assurdo che, mentre i lavoratori sovietici raccoglievano attraverso i propri sindacati una cifra notevole da destinare al sostegno materiale della lotta dei loro fratelli britannici, il TUC (che sedeva nel Comitato insieme ai sindacati sovietici) la respinse sdegnosamente! Non solo, ma ci si guardò bene dal sciogliere il Comitato all'indomani dell'aperto tradimento. La sua morte ingloriosa si verificò solo anni dopo, alimentando ulteriori delusioni e spaccature all'interno di una classe operaia britannica già abbastanza frastornata e segnata dall'andamento dello sciopero e dal suo esito finale. Sopra le teste dei lavoratori che si andavano battendo con tanto vigore in quello che sarebbe stato l'ultimo grande sussulto di una fase rivoluzionaria, sopra le teste degli stessi combattivi militanti di base del piccolo PC, lo stalinismo cominciava a celebrare i suoi trionfi. I lavoratori britannici si trovarono a lottare da soli: contro il mastodontico apparato socialdemocratico rappresentato dal Labour Party e dal Consiglio Generale del TUC, essi non poterono nemmeno contare sulla presenza di un partito comunista solido e politicamente compatto. Soprattutto, a livello internazionale, furono sacrificati sull'altare della controrivoluzione ormai strisciante.

Deciso ad anteporre gli interessi dell'Urss (il blocco del carbone a seguito dello sciopero inglese danneggiava i rapporti commerciali con la Gran Bretagna) a quelli della rivoluzione internazionale, con l'opera del Comitato Anglo-Russo lo stalinismo diede infatti il proprio contributo al boicottaggio dello sciopero attuato dal Consiglio Generale[16].
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Vent'anni più tardi, in un primo bilancio critico dell'operato dell'Internazionale Comunista, sempre più assoggettata alle esigenze nazionali dello Stato russo, scrivevamo sulle pagine di quello che era allora il nostro organo teorico:

“Nel 1926, un avvenimento di grande importanza sconvolgerà sia l’analisi della situazione, data dal V Congresso dell’Internazionale (1924), sia la politica che ne era conseguita in Russia e negli altri paesi. La situazione mondiale era stata caratterizzata dalla formula della 'stabilizzazione', la quale evidentemente non escludeva la possibilità di una ripresa dell’ondata rivoluzionaria, ma – per il riflesso tattico che comportava – lungi dal facilitare l’orientamento dell’Internazionale verso una ripresa della lotta proletaria, doveva renderla prigioniera di formulazioni tattiche e di organismi, che non si modificano o rompono dall’oggi al domani. […] Ora, quando nel 1924 si era parlato di 'stabilizzazione', non ci si era evidentemente limitati ad un puro esame statistico e tecnico dell’evoluzione economica, ma, dall’indiscutibile constatazione della discesa dell’ondata rivoluzionaria in seguito alla disfatta della rivoluzione tedesca del 1923, si era fatta discendere una discussione politica che era d’altronde in perfetta armonia con le decisioni tattiche dell’Internazionale.
“Queste decisioni erano imperniate sull’obiettivo fondamentale del mantenimento dell’influenza comunista sulle grandi masse. E poiché, nella detta situazione sfavorevole, il contatto con le grandi masse non era possibile che attraverso lo sviluppo di rapporti politici con le organizzazioni socialdemocratiche che del riflusso rivoluzionario profittavano, la formula della 'stabilizzazione' comportava la tattica del noyautage delle direzioni dei partiti e dei sindacati socialdemocratici.
“Quando, nel 1926, scoppiò il gigantesco sciopero dei minatori inglesi, l’Internazionale non poteva dunque che trarre le conseguenze dalle permesse tattiche già stabilite. I capi trade-unionistici si affrettarono a stabilire accordi permanenti con i capi dei sindacati sovietici, e il Comitato anglo-russo fu costretto a esercitare la funzione che gli avvenimenti gli imponevano.
“Lo sciopero divenne generale e, se tutta l’analisi economica fatta dal V Congresso andò in frantumi, non così avvenne della tattica che ne era risultata. L’Internazionale non solo si trovò nell’impossibilità di svelare alle masse il ruolo contro-rivoluzionario dei dirigenti tradunionistici, ma dovette andare fino in fondo e mantenere la sua solidarietà con loro nel corso di tutta questa importante agitazione proletaria in uno dei settori fondamentali del capitalismo mondiale” [17].

Questi sbandamenti erano il risultato di una situazione interna all'I.C., che già abbiamo tratteggiato nelle premesse alla ripubblicazione delle nostre Tesi di Lione e dell'intervento di Bordiga al VI Esecutivo Allargato dell'IC. 

Il nostro testo sottolinea così che “nell'interesse diplomatico dello stato russo era necessario non rompere il Comitato anglo-russo, Comitato che pur aveva servito da paravento ai capi tradunionistici per sabotare lo sciopero generale, mentre ufficialmente si riconosceva in essi gli 'unici rappresentanti del movimento sindacale inglese'. Gli stessi documenti ufficiali pongono in modo inequivocabile il problema: un possente moto proletario sarà sacrificato perché così vogliono le esigenze di difesa dello stato russo”.
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Chiudiamo con queste parole la serie di articoli che abbiamo dedicato al 1926 come anno chiave nello sviluppo e nell'affermazione della controrivoluzione staliniana. L'anno prossimo sarà la volta dei tragici fatti di Cina.

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[1]     Lenin, L'Imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Lenin, Opere scelte in sei volumi, vol.II, p. 525.
[2]     L. Trotsky, Wither England? New York: International Publishers, 1925.
[3]     L. Trotsky, op. cit., p. 22. Cfr. Anche John Foster, British Imperialism and Labour Aristocracy, in Jeffrey Skelley, ed., The General Strike. 1926, Lawrence and Wishart, London 1976 (si tratta di un testo filo-PC britannico, ma utile quanto a dati e materiali documentari).
[4]     Cit. in L. Trotsky, op. cit., p. 23.
[5]     Cfr. John Foster, cit., p. 12.

[6]     Anche su questo tema, quello del noyautage (cioè,"nuotare dentro" organismi come il Labour Party), l’Internazionale ormai in via di degenerazione ha responsabilità enormi, che andranno viste più nei dettagli in altra sede.
[7]     Dopo la fine dello sciopero, in risposta a 190 questionari, vennero raccolte 131 relazioni sull’attività di singoli "gruppi d’azione". Il quadro che se ne trae è probabilmente rappresentativo della situazione di tutti e 500 i gruppi locali attivi nello sciopero: 48 si trovavano nello Yorkshire, 52 a Londra, 65 nel Lancashire; 54 erano Councils of Action, 45 comitati di sciopero, 15 sezioni sindacali, 8 comitati d'emergenza, 9 erano altre forme d'organizzazione.
[8]     In Workes’ Weekly, 173 (11 giugno 1926), cit. in Jeffrey Skelley, ed., cit., p. 88.
[9]     The South Wales Institute of Engineers, Presidential Address by D. Ivor Evans, 1946, citato in Jeffrey Skelley, ed., cit., p.241. Nella seconda parte di questo volume, gli sviluppi dello Sciopero Generale sono analizzati regione per regione, in maniera dettagliata e di particolare interesse.
[10]     "The Secret History of the Great Strike", Lansbury's Labour Weekly, 63(22/5/1926).
[11]     Cit. in Jeffrey Skelley, ed., cit., p.73-74. 
[12]     The British Worker, no.1 (5/5/1926).
[13]     Cit. in Jeffrey Skelley, ed., cit., p.82-83.
[14]     Si veda l’opuscolo del PC britannico, a firma P. Dutt, The Meaning of the General Strike, senza data, ma pubblicato immediatamente dopo la fine del conflitto. Cfr. Hugo Dewar, Communist Politics in Britain: The CPGB From Its Origins to the Second World War. Londra, Pluto Press, 1976, pp.63-66.
[15]     Sul Comitato Anglo-Russo, cfr. L. Trotsky, Critica del programma dell’IC (1928), che si può trovare nel volume L’International Communiste après Lenine. Paris: Presses Universitaires de France, 1969. Cfr anche Hugo Dewar, cit., e Michael Woodhouse and Brian Pearce, eds., Essays on the History of Communism in Britain. London: New Park Publications, 1975.
[16]     La denunzia e lo scioglimento del C.A.R. appunto a causa del tradimento laburista dello sciopero generale fu nel corso del ’26 una delle rivendicazioni dell’Opposizione di Sinistra in Urss e uno dei motivi di più violenti contrasti in seno al Partito bolscevico fino alla liquidazione anche fisica degli oppositori nel ’27 e anni successivi.
[17]     Da [Ottorino Perrone], “La tattica del Comintern. 1926-1940”, Prometeo, nn.2-3-4-6-7-8, agosto 1946/novembre 1947. La citazione che segue è tratta dallo stesso.