Rivolte per il pane in Europa? Ora ne parlano anche gli scienziati borghesi

Da decenni, il capitalismo ha speso le proprie migliori energie e pagato profumatamente le proprie migliori menti per farci credere che le rivolte per il pane erano ormai superate: solo un cattivo e lontano ricordo che mai più avremmo avuto la sorte di rivivere (per lo meno nella “ricca” Europa, dato che le cosiddette primavere arabe del 2011 avevano già smentito queste favole per allocchi).

Eppure, un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Sustainability ha riaperto il dibattito sulla sicurezza alimentare in Europa, evocando la possibilità di “rivolte per il pane” qualora shock multipli – climatici, geopolitici o informatici – colpissero le catene di approvvigionamento. Si badi bene: non si tratta di un articolo giornalistico sensazionalista, ma di un lavoro di origine accademica, ricerche condotte da un gruppo di studiosi universitari britannici e pubblicate su una rivista peer-reviewed [1]. Ora, noi comunisti nutriamo tutte le riserve del caso nei confronti delle accademie borghesi, specialmente nella fase imperialista: resta però il fatto che lo studio, basato su consultazioni tra esperti e analisi di scenario, è significativo ed eloquente, perché individua le vulnerabilità del sistema alimentare contemporaneo (filiere lunghe e centralizzate, dipendenza da importazioni, bassi redditi, scarsa resilienza logistica) e sostiene che uno shock combinato potrebbe generare tensioni sociali anche gravi.

Tuttavia, proprio nell’individuazione delle cause emerge il limite dell’impostazione, com’era ovvio aspettarsi. Infatti, i fattori che porterebbero, nella avanzatissima Europa, a rivolte per il pane non sono problemi legati a eventi imprevisti e vulnerabilità casuali, come vorrebbero farci credere gli studiosi borghesi, ma elementi strutturali del capitalismo noti da secoli, almeno a noi rivoluzionari.

Lo studio descrive bassi redditi, precarietà e concentrazione logistica come “fattori di vulnerabilità” che, combinati con “shock esterni”, potrebbero innescare disordini. Ma i bassi salari non sono incidenti: sono il risultato della dinamica del capitale, che tende a comprimere il costo del lavoro; le filiere lunghe e centralizzate non sono errori tecnici: sono il prodotto della concentrazione monopolistica e della ricerca di massima efficienza e profitto; e l’assenza di scorte è coerente con la logica del “just-in-time”, che tende a ridurre i costi, allo scopo di massimizzare i profitti, aumentando la fragilità sistemica.

La prospettiva marxista – espressa ad esempio nel nostro lavoro “Mai la merce sfamerà l’uomo” e altri articoli su grano e capitalismo e sulla teoria della rendita fondiaria [2] – chiarisce il nodo centrale: nel capitalismo, il cibo è merce, il grano è merce, e la merce non viene prodotta per soddisfare bisogni ma per valorizzare capitale. Finché il pane resta subordinato al valore di scambio, l’accesso al pane dipende dal salario. E quando il salario è insufficiente, la fame non è un’anomalia, ma una conseguenza strutturale… anche nelle metropoli dell’opulenta Europa, dove la prospettiva del proletariato è la fame! Ecco un’altra confessione a cui lo scontro con la ostinata realtà costringe gli scienziati borghesi, nonostante tutti i limiti metodologici della loro pseudo-scienza.

Il precedente del 2011 in nord Africa dimostrò che le rivolte per il pane non sono il risultato della “arretratezza” del capitalismo, ma del suo sviluppo naturale. Allo stesso modo, il discorso sulle possibili rivolte europee è spesso accompagnato da un sottinteso: la borghesia vorrebbe farci credere che le rivolte per il pane siano fenomeni tipici di aree “arretrate” o “instabili”. Da qui, il clamore che l’annuncio di possibili rivolte per il pane in Europa ha suscitato anche nei media mainstream. Le cosiddette Primavere arabe mostrarono come l’aumento dei prezzi dei cereali agisca da detonatore sociale di enorme portata: incredibile dimostrazione di leggi marxiste ormai ritenute arretrate e superate! Evidente fallimento del capitalismo e dei suoi difensori dalla cattedra! In paesi come Tunisia ed Egitto, l’impennata dei prezzi del grano e del pane – legata alla speculazione finanziaria internazionale e alla concentrazione monopolistica della produzione e distribuzione – fu la causa principale dell’esplosione di rivolte di massa. Non si trattò di “carestie naturali”, ma di crisi di accesso, legate alle leggi del mercato: il grano esisteva sul mercato mondiale, ma a prezzi incompatibili con salari stagnanti e sistemi economici dipendenti dalle importazioni. Il parallelo è evidente: se la dinamica dei prezzi e dei redditi produce esclusione alimentare nel Sud globale, non vi è alcuna legge economica che ne renda l’Europa immune. La differenza è solo di grado, non di natura.

Lo studio accademico propone anche alcune soluzioni, e qui naturalmente appare una parola ormai di moda nella fase di crisi capitalistica in cui siamo immersi: “resilienza”. Questa si tradurrebbe in pianificazione (sic!), scorte, diversificazione delle forniture. Sono misure tecniche razionali, tutte interne al sistema capitalistico, ma che si scontrano con le leggi proprie del capitale e si sono già dimostrate mille volte fallimentari. Infatti, queste presunte soluzioni non toccano la questione decisiva: finché il cibo resta subordinato alla logica del profitto, ogni miglioramento tecnico può ridurre il rischio, rinviarlo, ma non eliminarlo. Il capitalismo non pianifica: pensa al profitto a breve termine! Il processo di concentrazione monopolistica non può essere invertito!

La storia del capitalismo mostra che le crisi alimentari non sono deviazioni occasionali, ma momenti in cui si manifesta una contraddizione più profonda: produzione sociale crescente e accesso al cibo e all’acqua mediato dal potere d’acquisto individuale, con un proletariato che in proporzione ha sempre meno accesso alla ricchezza prodotta: e anche alle ricchezze naturali, prodotto della terra. Tutto è merce!

Se oggi anche un ambiente accademico britannico riconosce la possibilità di rivolte per il pane in Europa, ciò non dimostra l’imminenza della catastrofe. Dimostra piuttosto che le contraddizioni che hanno incendiato le coste africane del Mediterraneo nel 2011 non appartengono a un mondo “arretrato”, ma sono inscritte nella struttura globale del capitale. Quanto ai tempi, che cosa dice lo studio? Una parte significativa degli esperti ha ritenuto possibile, anche se non probabile, un evento di grande “disordine civile” in Europa, collegato a perturbazioni del sistema alimentare, nel prossimo decennio. Quando poi gli esperti sono stati invitati a considerare un periodo più lungo, la percentuale di chi ritiene plausibile tale evento aumenta in modo netto. La maggioranza ritiene che ci sia una probabilità “possibile” o maggiore di disordini civili collegati al sistema alimentare entro i prossimi 50 anni; oltre metà del gruppo pensa che, in questo arco temporale, la causa più probabile sarebbe una insufficiente disponibilità di cibo totale, non solo problemi di distribuzione. In pratica, lo studio non sostiene che rivolte siano certe o imminenti, ma che la plausibilità percepita aumenta guardando a orizzonti più lunghi (fino a 50 anni), poiché più tempo significa più possibilità di shock, interazioni tra cause e degrado sistemico.

Dal punto di vista marxista, non è di troppo una generazione perché si manifestino in superficie tutte le contraddizioni che stanno minando alla base la struttura della società del capitale… Non illudetevi, professori borghesi, non sarà necessario aspettare 50 anni! Ma al di là della questione tempo, che è secondaria, il punto centrale è che le cause delle rivolte per il pane non sono nei possibili shock, negli eventi casuali e imprevisti. Nessuna ottusa gestione del rischio, nessuna burocratica procedura di “risk assesment” potrà evitare le rivolte per il pane. Il problema è il fatto strutturale e ineludibile nel capitalismo che il pane è merce. E, per l’appunto, mai la merce sfamerà l’uomo!

 

[1] “Scoping Potential Routes to UK Civil Unrest via the Food System: Results of a Structured Expert Elicitation”, https://www.mdpi.com/2071-1050/15/20/14783?utm

[2] “La questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx”, https://www.internationalcommunistparty.org/index.php/it/archivio-2/raccolte-tematiche-99650?view=article&id=219:mai-la-merce-sfamera-luomo&catid=317:raccolte-tematiche; “Mai la merce sfamerà l'uomo” (raccolta di scritti apparsi negli anni 1953-1954 ne il programma comunista); “Grano e capitalismo”, il programma comunista, n. 4/2008.