I lavoratori dell'ILVA (Acciaerie Italiane) di Genova hanno sfondato le grate con le ruspe, bloccato aeroporto, autostrada e ferrovia, hanno preso i lacrimogeni in faccia da una polizia in formato G8 2001. HANNO VINTO LO STESSO !
Intendiamoci, i padroni e il loro governo non hanno paura di mille operai a Genova. Hanno paura di quello che può venire dopo, paura che il contagio si diffonda, che Taranto guardi Genova e dica: "Anche noi!"; che i portuali, la logistica, i trasporti si chiedano: "e noi cosa aspettiamo?"
QUESTO LI TERRORIZZA!
Il capitale scricchiola: crisi su crisi, guerre su guerre, debiti su debiti. I padroni lo sanno meglio di noi. Per questo mollano subito (finché possono), quando i proletari si muovono DAVVERO.
Ilva, Ansaldo, Fincantieri, Leonardo insieme in piazza con le ruspe. Il “biennio rosso” riecheggia nelle piazze come non succedeva da un secolo.
È il tempo che la borghesia si prepara alla guerra ed ha bisogno di acciaio: per questo l'Ilva non chiuderà.
La minaccia di chiusura è un ricatto che serve a terrorizzare i lavoratori e dissuaderli dal chiedere più salario. Questa vittoria significa solo (e non è poco) aver sventato un ricatto. È solo l'inizio. Ora, coraggio, unità nella lotta e rivendicazione di migliori condizioni di vita e di lavoro. Più salario, molto più salario; più sicurezza sul lavoro (perché sul lavoro non sono i padroni a morire, siamo NOI); diminuzione dell'orario di lavoro; sanità gratuita ed efficiente; più case a più basso canone…
Il governo dei padroni si prepara alla guerra e spende ogni risorsa per le armi, impoverendoci. Rispondiamo col DISFATTISMO: e togliere i soldi ai padroni è disfattismo.
NON VOGLIAMO PAGARE LE VOSTRE GUERRE E MORIRE PER IL VOSTRO PROFITTO !
Questa momentanea vittoria dei lavoratori dell'Ilva di Genova è vera vittoria solo se di essa rimangono le indicazioni: ORGANIZZAZIONE, AUTONOMIA DI CLASSE, UNITA' DEI PROLETARI.
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In poche giornate di lotta e di convinta mobilitazione, gli operai delle acciaierie di Genova hanno sollevato il sipario sulla realtà mettendo in mostra:
a) l'insipienza di uno Stato, espressione della borghesia italiana, che non vuole né può “competere” con i concorrenti europei e mondiali del settore, troppo abituata com’è a privilegi non meritati, grazie anche alle connivenze con sindacati nazionalistici;
b) il ruolo di questi sindacati, che solo ora, dopo anni di sonnecchiante e connivente interessamento, sono costretti a cavalcare le proteste con la tecnica del “chiediamo comunque un +1”;
c) la strada che sola può garantire agli operai la salvaguardia delle proprie condizioni di vita e di lavoro, e cioè la lotta organizzata e autonoma nelle sue necessità, contro le salvaguardie dell'economia nazionale, le guerre, i sacrifici, le “compatibilità con gli interessi del capitale “;
d) la necessità della solidarietà tra appartenenti al proletariato per (al momento) difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro, dimostrando così che solo l'organizzazione determinata e rivolta agli scopi proletari generali può “rovesciare” il ruolo passivo che la società borghese assegna al proletariato come carne da cannone per i propri interessi.
Da un punto di vista rivoluzionario, plaudiamo al mancato rinchiudersi in fabbrica, come invece, circa un secolo fa, fecero movimenti molto più estesi e profondi provocando così un'auto-sconfitta, con un comportamento indotto da partiti e sindacati sottomessi a una mentalità collaborazionista e parlamentare.
Con grande gioia salutiamo i combattenti di Genova, sperando che, soprattutto per loro, si sia alzato il sipario sulla realtà della società odierna! Avanti!