Il marxismo è la dottrina non solo delle rivoluzioni, ma anche, e più, delle controrivoluzioni: tutti sanno dirigersi quando si afferma la vittoria, ma pochi sanno farlo quando giunge, si complica e persiste, la disfatta.
(da “Lezioni delle controrivoluzioni”, 1951)
L’abbiamo ricordato più volte, ma è sempre bene ripeterlo: noi non facciamo della storiografia accademica. Il nostro ripercorrere, a volte in maniera forzatamente sintetica, gli sviluppi complessi e spesso contraddittori della storia del movimento comunista internazionale è parte integrante della nostra battaglia politica, del nostro faticoso lavoro controcorrente di ristabilimento della corretta impostazione comunista, a contatto con le vicissitudini della nostra classe e in opposizione ai multiformi aspetti dell’ideologia e della pratica controrivoluzionarie. Dunque, tornare al tragico biennio 1926-27 (come faremo nei prossimi numeri di questo giornale, con la ripubblicazione di testi fondamentali) significa consegnare ai compagni, ai lettori, alle generazioni future di simpatizzanti e militanti un messaggio e un’indicazione di lotta aperta e incessante e non una passiva e inerte “conoscenza dei fatti”.
È poi necessario ricordare che quel biennio non venne fuori dal nulla, non fu il prodotto di un’improvvisa malvagità di Tizio o Caio. Fu la conseguenza materialisticamente determinata di una sequenza di dinamiche precedenti che vanno comprese a fondo per evitare che si ripresentino in futuro con la loro forza disgregatrice – il che è reso tanto più urgente alla luce del fatto che di queste vere e proprie disfatte i nostri avversari di ogni colore e parrocchia si fanno invece vanto con arroganza pari alla malafede. A questa sequenza di dinamiche, possiamo solo accennare in questa sede, ma la mole di materiali al riguardo, prodotti dalla nostra corrente sull’arco ormai di un secolo, parla da sola.
La storia dell’Internazionale Comunista tocca dunque il suo culmine con il II Congresso, tenutosi a Mosca nel luglio-agosto 1920. In quella sede, furono precisate le basi teoriche, programmatiche, tattiche dell’IC. Noi (la Sinistra Comunista che l’anno dopo avrebbe fondato e diretto per un paio d’anni il Partito Comunista d’Italia-Sezione dell’IC) le avremmo volute ancora più severe e vincolanti: operammo in questo senso, e in più insistemmo invano perché fossero accompagnate da un ampio programma teorico-operativo che fungesse da fondamento di un vero Partito Comunista Mondiale. Ma quel programma non vide la luce [1].
Già al IV Congresso dell’IC (novembre 1922) si colsero i primi gravi segni di un cedimento a favore di tattiche equivoche che, con il pretesto della “conquista delle masse”, aprivano sconsideratamente a pratiche e prospettive compromissorie nei confronti della socialdemocrazia (o peggio) [2], specie nella successiva fase di riflusso del movimento operaio a livello internazionale, con la sconfitta dei moti rivoluzionari in Germania, l’avvento del fascismo in Italia, il rapporto con altre formazioni politiche... Per esempio, al posto della rivendicazione della necessità della presa del potere e dell’instaurazione della dittatura del proletariato, si coniava l’ambigua formulazione del “governo operaio” come fase intermedia; al posto della rivendicazione del “fronte unico dal basso” (organizzazione e mobilitazione dei proletari su questioni concretamente economico-sociali, indipendentemente dalla loro affiliazione politica), si opponeva disastrosamente il “fronte unico dall’alto” (accordo fra vertici sindacali e politici); e si premeva sempre più affinché il PCd’I giungesse a una ricomposizione anche organizzativa e infine a una fusione con il carrozzone opportunista del PSI guidato dal massimalista Serrati.
In sintesi, l’Internazionale
tendeva [… ] sempre più a cercare nelle situazioni – purtroppo giudicate per lo più a breve scadenza – e nel loro capriccioso alternarsi, delle ricette per capovolgere volontaristicamente i rapporti di forza, e in tale ricerca da un lato perdeva il legame fra azione pratica e scopi finali, dall’altro si precludeva la possibilità, grande o piccola che fosse, di agire come volontà collettiva, come fattore di storia, nelle situazioni stesse, mostrando in tal modo come il volontarismo si converta in determinismo meccanico, e infine in capitolazione larvata o esplicita di fronte a Sua Maestà il Fatto [3].
L’arresto e il processo nel 1923 dei compagni della direzione del PCd’I e il passaggio di questa nelle mani del Centro di Gramsci e Togliatti accelerarono lo spostamento a destra del partito, di pari passo con la progressiva involuzione dell’IC. E siamo già nel 1924 e alla morte di Lenin.
Tra il 1924 e il 1925, i contraccolpi seguiti alla fase di riflusso delle lotte internazionali e, di conseguenza, all’allontanarsi della rivoluzione in Occidente si fecero sentire in maniera cruciale dentro il Partito russo, per poi riversarsi dialetticamente sull’IC stessa che, da organo mondiale del proletariato internazionale, diventò sempre più espressione delle necessità prioritarie dello Stato russo, della Nazione russa. Si verificò così
una lunga e complessa catena di eventi, nella quale occupano un posto tutt’altro che irrilevante il processo di formazione dei partiti della III Internazionale (compreso, e perché no?, quello russo), le soluzioni date centralmente e perifericamente ai problemi tattici, i metodi adottati di organizzazione e direzione, l’inerzia di tradizioni pluridecennali, il peso delle limitate conquiste e delle devastatrici sconfitte del movimento proletario, e così via [4].
Insomma, la strada verso il “socialismo in un solo paese” era stata ormai imboccata.
Contro questo processo (un vero tracollo: dégringolade fu il termine in uso allora), la Sinistra si batté a 360° in quei pochi anni tormentati e drammatici. Nel gennaio 1926, al Congresso del PCd’I tenutosi clandestinamente a Lione, opponemmo alle Tesi del Centro le nostre Tesi, che restano la chiave per comprendere la svolta catastrofica che si preparava e al tempo stesso ponevano le basi (da un punto di vista internazionale e non banalmente localistico o nazionale) per un bilancio urgente e necessario se si voleva operare per una futura ripresa del movimento; il mese dopo, a Mosca, al VI Esecutivo Allargato dell’IC, lo scontro con lo stalinismo fu aperto e totale, come dimostra il discorso tenuto da Bordiga in quell’occasione. Sono questi i testi che ripubblicheremo nei prossimi numeri.
Ma il dramma di quegli anni non riguardò solo l’Italia e il rapporto fra PCd’I e IC. Oltre alle dinamiche interne al partito bolscevico, ampiamente trattate nell’opuscolo citato sopra, una serie di eventi vennero a mostrare che cosa significava quel tracollo per il movimento comunista internazionale. Il 1926, infatti, è l’anno dello splendido sciopero che, nel maggio, dilagò dalle miniere di carbone inglesi diventando generale e bloccando per nove giorni l’intero paese, prima di essere tradito dalle unions e sconfitto con la complicità di un’Internazionale ormai stalinizzata: l’ultimo generoso sussulto del proletariato occidentale prima della débacle [5]. Infine, fra il marzo e l’aprile del 1927, ci sarà la grandiosa impennata del giovane proletariato cinese, mandato al massacro (perché tale fu!) insieme a intere generazioni di comunisti dalle direttive scellerate dell’IC, di appoggio aperto al (e di confluenza nel) Kuomintang nazionalista – un massacro che ebbe il suo disperato epilogo nelle Comuni di Canton e di Shanghai [6].
I testi che pubblicheremo sono dunque fondamentali per continuare a trarre e applicare le “lezioni delle controrivoluzioni”: non come episodi del passato, ma come pressanti indicazioni per il presente e per il futuro. Un presente e un futuro contro cui agisce chi non vuole vedere e soprattutto non vuole che si veda.
[1] Su tutto ciò, cfr. Storia della Sinistra Comunista. Vol.II: 1919-1920, Edizioni il programma comunista, Milano 1972. Il volume riporta le Tesi con ampio commento.
[2] Cfr. Storia della Sinistra Comunista.Vol. V: Dal maggio 1922 al febbraio 1923, Edizioni il programma comunista, Milano 2017, dove sono trattate tutte le questioni di quel cruciale 1922. Fra il “peggio”, si può accennare alla cosiddetta “Linea Schlageter”, con cui il KPD tedesco, con il beneplacito dell’IC, teorizzò e cercò anche di praticare un avvicinamento alle formazioni nazionaliste che andavano costituendosi in quel tempo in Germania (discorso di Karl Radek del 20 giugno 1923; vedi al riguardo il nostro opuscolo Nazionalismo e internazionalismo nel movimento comunista tedesco, Quaderno n.n.7 del 2014).
[3] Storia della Sinistra Comunista. Vol.V, cit., p.431.
[4] Dal nostro opuscolo La crisi del 1926 nell’Internazionale Comunista e nel Partito russo, Quaderno n.8 del 2016, p.121.
[5] Cfr. “Lo sciopero generale inglese del 1926”, il programma comunista, n.3/2006.
[6] Cfr. i testi raccolti in Scritti e discorsi sulla rivoluzione in Cina 1927, Iskra Edizioni, 1977.