L’esistenza di idee rivoluzionarie in una determinata epoca presuppone già l’esistenza di una classe rivoluzionaria, sui cui presupposti abbiamo già detto quanto occorre.
(K.Marx-F.Engels, L'ideologia tedesca)
Sui presupposti del comunismo abbiamo già detto quanto occorre. Ma è sempre bene tornarci sopra.
Contrariamente a quanto sostiene la cacofonica orchestra dei mezzi di comunicazione di massa, dei maîtres-à-penser, delle accademie, dei superstiziosi profeti e fedeli di tutte le religioni e di ogni altra forma di giustificazione pratica in cui si manifestano le forme di produzione tipiche del modo di produzione capitalistico, il Comunismo non è una ideologia architettata da una consorteria di frustrati invidiosi delle ricchezze altrui, una dottrina politica tra le altre, radicalmente egualitaria, da vendere, spendere, imporre nel libero mercato monopolista delle lotte di potere della società contemporanea.
Il Comunismo è l'organizzazione necessaria della moderna lotta di classe: è il movimento che cambia lo stato di cose presente. Affonda le sue radici nello sviluppo storico delle forze di produzione del modo di produzione capitalistico, di cui sono espressione le forme di produzione borghesi.
Nasce come conseguenza necessaria del più importante scontro che sorge proprio dalla contraddizione tra lo sviluppo e le potenzialità di quelle forze produttive e le forme in cui sono ingabbiate dai rapporti politici, giuridici, sociali, religiosi (l'ideologia borghese, concreta, incarnata, predicata, praticata e subita quotidianamente): quello tra il Lavoro e il Capitale, cioè tra la necessità della classe che monopolizza le forze di produzione e i prodotti di valorizzare costantemente il capitale riducendo al minimo il costo dell'unica forza che lo valorizza, la forza lavoro, e la necessità della massa dei portatori-venditori di forza lavoro di farsela pagare quanto più possibile al di sopra del minimo necessario per vivere.
Cresce nella critica di quella economia politica che non è riuscita e non riesce a comprendere e spiegare né perché la potenza della produttività del lavoro associato nell'industria, e ormai in tutte le attività umane, si perde nella retribuzione, nella distribuzione, nel consumo privato di quel che quel lavoro produce, né che cos'è e da dove nasce il “valore” della pletora delle merci prodotte.
Si nutre del materialismo, storico e dialettico, cioè di quella conoscenza critica dei fenomeni fisici messa in moto dalle conoscenze tecniche che hanno accompagnato e accompagnano lo sviluppo delle forze produttive – conoscenza che, da un lato, ha permesso di cominciare a capire la meraviglia della biologia di cui la nostra specie è parte ed espressione e, dall'altro, ha aperto la strada per comprendere la logica e la dialettica con cui la nostra specie è spinta ad agire nel susseguirsi storico delle sue generazioni.
Si rafforza, si prova e si verifica nella misura in cui riesce a rivelare la classe a se stessa: cioè a dare una organizzazione di combattimento “a tutto tondo” alla massa dispersa e divisa dei venditori di forza lavoro – vale a dire a organizzarla in classe per sé, in quel partito politico e in quella classe dominante che allargherà i vantaggi delle forze produttive sociali, il lavoro associato, alla socializzazione della retribuzione, della distribuzione e del consumo della “ricchezza” prodotta.
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Diamo ora però la parola a Friedrich Engels, che in L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, così scrive:
“La presa di possesso di tutti i mezzi di produzione da parte della società, sin dall'apparire del modo di produzione capitalistico nella storia, è stata assai spesso sognata più o meno oscuramente sia dai singoli che da intere sette, come un ideale dell'avvenire. Ma essa poteva diventare possibile, poteva diventare una necessità storica, solo quando fossero state presenti le condizioni materiali della sua attuazione. Essa, come ogni altro progresso sociale, diventa realizzabile non già per mezzo della conoscenza acquisita che l'esistenza delle classi contraddice alla giustizia, all'eguaglianza, ecc., non già per mezzo della semplice volontà di abolire queste classi, ma per mezzo di certe nuove condizioni economiche. La divisione della società in una classe che sfrutta e una classe che è sfruttata, in una classe che domina e una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione. Sino a quando il complessivo lavoro sociale fornisce solo un provento che supera soltanto di poco ciò che è necessario per un'esistenza stentata di tutti, sino a quando perciò il lavoro impegna tutto o quasi tutto il tempo della maggioranza dei membri della società, necessariamente la società si divide in classi. Accanto a questa grande maggioranza dedita esclusivamente al lavoro, si forma una classe emancipata dal lavoro immediatamente produttivo, la quale cura gli affari comuni della società: direzione del lavoro, affari di Stato, giustizia, scienza, arti, ecc. A base della divisione in classi sta quindi la legge della divisione del lavoro. Ma ciò non impedisce che questa divisione in classi non si sia effettuata mediante forza e rapina, astuzia e inganno e che la classe dominante, una volta in sella, non abbia mai mancato di consolidare il proprio dominio a spese della classe che lavora e di trasformare la direzione della società in un accresciuto sfruttamento delle masse.
“Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull'insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle moderne forze produttive. Ed in effetti, l'abolizione delle classi sociali ha come suo presupposto un grado di sviluppo storico in cui non solo l'esistenza di questa o quella determinata classe dominante, ma in generale l'esistenza di una classe dominante e quindi della stessa differenza di classe, è diventata un anacronismo, un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l'appropriazione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e della direzione spirituale da parte di una particolare classe della società non solo è diventata superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo allo sviluppo. Questo punto oggi è raggiunto. Se il fallimento politico e intellettuale della borghesia a stento è ancora un segreto anche per essa stessa, il suo fallimento economico si ripete regolarmente ogni dieci anni. In ogni crisi la società soffoca sotto il peso delle proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non può utilizzare, ed è impotente davanti all'assurda contraddizione che i produttori non hanno niente da consumare perché mancano i consumatori. La forza di espansione dei mezzi di produzione strappa i legami che ad essi sono imposti dal modo di produzione capitalistico. La loro liberazione da questi legami è la sola condizione preliminare di uno sviluppo ininterrotto e costantemente accelerato delle forze produttive e quindi di un incremento praticamente illimitato della produzione stessa. Ma non basta. L'appropriazione sociale dei mezzi di produzione elimina non solo l'ostacolo artificiale oggi esistente nella produzione, ma anche la vera e propria completa distruzione di forze produttive e di prodotti, che al presente è l'immancabile compagna della produzione e che raggiunge il suo punto culminante nelle crisi. L'appropriazione sociale, eliminando l'insensato sciupio del lusso delle classi oggi dominanti e dei loro rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio della collettività una massa di mezzi di produzione e di prodotti. La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale, a tutti i membri della collettività una esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma che garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste.
“Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L'anarchia all'interno della produzione sociale viene sostituita dall'organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l'esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l'uomo si separa definitivamente dal regno degli animali a condizioni di esistenza effettivamente umane. La cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini e che sinora li hanno dominati passa ora sotto il controllo degli uomini, che adesso, per la prima volta, diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perché, ed in quanto, diventano padroni della loro propria organizzazione sociale. Le leggi della loro attività sociale che sino allora stavano di fronte agli uomini come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate. “L'organizzazione sociale propria degli uomini che sinora stava loro di fronte come una necessità imposta dalla natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. E' questo il salto dell'umanità dal regno della necessità al regno della libertà”.
Engels riassume infine così il cammino percorso:
“I. Società medioevale. Piccola produzione individuale. Mezzi di produzione adatti all'uso individuale, perciò rozzi e primitivi, minuscoli, di efficacia minima. Produzione per il consumo immediato sia del produttore stesso che del suo signore feudale. Solo laddove ha luogo un'eccedenza della produzione su questo consumo, quest'eccedenza viene offerta in vendita e destinata allo scambio: la produzione di merci è quindi solo sul nascere, ma già ora essa contiene in sé, in germe, l'anarchia della produzione sociale.
“II. Rivoluzione capitalistica. Trasformazione dell'industria in un primo tempo per opera della cooperazione semplice e della manifattura. Concentrazione in grandi officine dei mezzi di produzione sin qui sparsi, e quindi loro trasformazione da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali: trasformazione che non tocca in complesso la forma dello scambio. Le vecchie forme di appropriazione rimangono in vigore. Appare il capitalista: nella sua qualità di proprietario dei mezzi di produzione si appropria anche dei prodotti e li trasforma in merci. La produzione è diventata un atto sociale; lo scambio e con esso l'appropriazione rimangono atti individuali, atti del singolo. Il prodotto sociale se lo appropria il capitalista singolo. Contraddizione fondamentale da cui sorgono tutte le contraddizioni tra le quali si muove la società odierna e che la grande industria mette chiaramente in evidenza.
A. Separazione del prodotto dai mezzi di produzione. Condanna dell'operaio al lavoro salariato vita natural durante. Antagonismo tra proletariato e borghesia.
B. Crescente rilievo e progrediente efficienza delle leggi che dominano la produzione di merci. Sfrenata lotta di concorrenza. Contraddizione tra l'organizzazione sociale nella singola fabbrica e l'anarchia sociale nel complesso della produzione.
C. Da una parte perfezionamento del macchinario, diventato per opera della concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale e che equivale ad un sempre crescente licenziamento di operai: esercito di riserva industriale. Dall'altra parte estensione illimitata della produzione e del pari legge coercitiva della concorrenza per ogni singolo industriale. Da una parte e dall'altra sviluppo inaudito delle forze produttive, eccedenza dell'offerta sulla domanda, sovrapproduzione, ingorgo dei mercati, crisi decennali, circolo vizioso: qua eccedenza di mezzi di produzione e di prodotti, là eccedenza di operai senza occupazione e senza mezzi di sussistenza; ma queste due leve della produzione e del benessere sociale non possono andare insieme perché la forma capitalistica della produzione impedisce alle forze produttive di agire, ai prodotti di circolare, ove precedentemente non si siano trasformati in capitale: ciò che è precisamente impedito dal loro eccesso. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello scambio. E' provato che la borghesia è incapace di continuare ulteriormente a dirigere le proprie forze produttive sociali.
D. Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive, riconoscimento a cui è obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione dei grandi organismi di produzione e di
traffico, prima da parte di società per azioni, più tardi da parte di trust e in ultimo da parte dello Stato. La borghesia dimostra di essere una classe superflua, tutte le sue funzioni sociali vengono ora compiute da impiegati stipendiati.
“III. Rivoluzione proletaria. Soluzione delle contraddizioni: il proletariato si impadronisce del potere pubblico e in virtù di questo potere trasforma i mezzi di produzione sociale che sfuggono dalle mani della borghesia, in proprietà pubblica. Con quest'atto il proletariato libera i mezzi di produzione dal carattere di capitale che sinora essi avevano e dà al loro carattere sociale la piena libertà di esplicarsi. Ormai diviene possibile una produzione sociale conforme ad un piano prestabilito. Lo sviluppo della produzione rende anacronistica l'ulteriore esistenza di classi sociali distinte. Nella misura in cui scompare l'anarchia della produzione sociale, vien meno anche l'autorità politica dello Stato. Gli uomini, finalmente padroni della forma loro propria di organizzazione sociale, diventano perciò ad un tempo padroni della natura, padroni di se stessi, liberi”.
Dunque?
“Compiere quest'azione di liberazione universale è la missione storica del proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi oppressa e chiamata all'azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua propria azione è il compito del socialismo scientifico, espressione teorica del movimento proletario.”
Parole che ci riguardano direttamente!