DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Punti fermi: a proposito di “Classe e Partito”

“Che cosa è […], secondo il nostro metodo critico, una classe sociale? La ravvisiamo noi forse in una constatazione puramente obiettiva, esteriore, dell'analogia di condizioni economiche e sociali, di posizione rispetto al processo produttivo, di un grande numero di individui? Sarebbe troppo poco. Il nostro metodo non si arresta a descrivere la compagine sociale quale essa è in un dato momento, a tracciare astrattamente una linea che divida in due parti gli individui che la compongono come nelle classificazioni dei naturalisti. La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza.

“Anziché prendere – come secondo il vecchio metodo metafisico – una fotografia istantanea della società in un momento dato, e lavorare poi su quella per riconoscervi le varie categorie in cui gli individui che la società compongono vadano catalogati, il metodo dialettico vede la storia come una cinematografia che svolge l'uno dopo l'altro i suoi quadri; ed è nei caratteri salienti del movimento di questi che la classe va cercata e riconosciuta.

“Nel primo caso cadremmo nelle mille obiezioni dei puri statistici, dei demografi, gente – se mai ve ne fu – di corta vista, che rivedrebbero le divisioni, osserverebbero che non vi sono due classi, o tre, o quattro, ma ve ne possono essere dieci o cento o mille separate tra loro per successive gradazioni e zone intermedie indefinibili. Nel secondo caso abbiamo ben altri elementi per riconoscere questo protagonista della tragedia storica che è la classe, per fissarne i caratteri, l'azione, le finalità che si concretano in uniformità evidenti, in mezzo alla mutevolezza di una congerie di fatti che il povero fotografo della statistica registrava in una fredda serie di dati senza vita.

“Per dire che una classe esista ed agisca in un momento della storia non ci basterà dunque conoscere quanti erano, ad esempio, i mercanti di Parigi sotto Luigi XVI, o i landlords inglesi nel secolo XVIII, o i lavoratori dell'industria manifatturiera belga agli albori del XIX. Dovremmo sottoporre un periodo storico intero alla nostra logica indagine, rintracciarvi un movimento sociale, e quindi politico, sia pure che, attraverso alti e bassi, errori e successi, si cerchi una via, ma di cui sia evidente l'aderenza al sistema di interessi di una parte di uomini posti in una certa condizione dal sistema di produzione e dei suoi sviluppi.

“Così Federico Engels, in uno dei primi suoi classici saggi di tale metodo, dalla storia delle classi lavoratrici inglesi traeva la spiegazione di una serie di movimenti politici e dimostrava la esistenza di una lotta di classe.

“Questo concetto dialettico della classe ci pone al di sopra delle scialbe obiezioni dello statistico. Egli perderà il diritto a vedere le classi opposte nettamente divise sulla scena della storia come le masse corali sulle tavole di un palcoscenico; egli non potrà nulla dedurre contro le nostre conclusioni dal fatto che nella zona di contatto si accampano strati indefinibili, attraverso i quali si svolge uno scambio osmotico di singoli individui, senza che la fisionomia storica delle classi che sono in presenza l'una dell'altra venga alterata.

“Il concetto di classe non deve dunque suscitare in noi un'immagine statica, ma un'immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe.

Un partito vive quando vivono una dottrina ed un metodo di azione, Un partito è una scuola di pensiero politico e quindi un'organizzazione di lotta. Il primo è un fatto di coscienza, il secondo è un fatto di volontà, più precisamente di tendenza ad una finalità.

“Senza questi due caratteri noi non possediamo ancora la definizione di una classe. Può, ripetiamo, il freddo registratore di dati constatare delle affinità di circostanze di vita in aggruppamenti più o meno vasti, ma nessuna traccia si segna nel divenire della storia.

“E quei due caratteri non possono aversi che condensati, concretati nel partito di classe. Come questa si forma, col perfezionarsi di date condizioni e rapporti sorgenti dall'affermarsi di nuovi sistemi produttivi – ad esempio l'impiantarsi di grandi stabilimenti a forza motrice reclutando e formando le numerose maestranze – , così si comincia per gradi a concretare in una coscienza più precisa l'influenza degli interessi di tale collettività, e tale coscienza comincia a delinearsi in piccoli gruppi di essa. Quando la massa è sospinta ad agire, sono questi primi gruppi che hanno la previsione di una finalità, che sospingono e dirigono il rimanente.

“Questo processo deve essere pensato, ove ci riferiamo alla moderna classe proletaria, non per una categoria professionale, ma per tutto l'insieme di essa, e allora si vede come una più precisa coscienza di identità di interessi vada sorgendo, ma anche come questa risulti di un tale complesso di esperienze e di nozioni, che solo in gruppi limitati e comprendente elementi scelti di tutte le categorie può riscontrarsi. E la visione di una azione collettiva, che tenda a finalità generali che interessano tutta la classe, e che si concentrano nel proposito di mutare tutto il regime sociale, può solo in una minoranza avanzata essere chiaro.

“Questi gruppi, queste minoranze altro non sono che il partito.

“Quando la formazione di questo ha raggiunto un certo stadio, pur essendo sicuro che essa non procederà mai senza arresti, crisi, conflitti interni, allora possiamo dire di avere una classe in azione. Comprendendo una parte della classe, è pure solo il partito che le dà unità di azione e di movimento, perché raggruppa quegli elementi che, superando i limiti di categoria e località, sentono e rappresentano la classe.

“Questo rende più chiaro il senso della verità fondamentale: il partito è solo una parte della classe. Guardando all'immagine fissa ed astratta della società, chi vi scorgesse una zona, la classe, ed in essa un piccolo nucleo, il partito, cadrebbe facilmente nella considerazione che tutta la parte della classe, la maggioranza quasi sempre, che resta fuori del partito, potrebbe avere peso maggiore, maggiore diritto. Ma per poco che si pensi che in quella grande massa restante gli individui non hanno ancora coscienza e volontà di classe, vivono per il proprio egoismo, o per la categoria, o per il campanile, o per la nazione, si vedrà che allo scopo di assicurare nel movimento storico l'azione di insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri – è la parola – si vedrà che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze.

La classe presuppone il partito – perché per essere e muoversi nella storia la classe deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa”.

(da “Partito e classe”, Rassegna Comunista, anno I, n.2 del 15 aprile 1921, ora in Partito e classe, Edizioni Il programma comunista, 1972)

****

A questa citazione da un nostro testo basilare, possiamo aggiungere che, oggi, ai demografi si sono aggiunti i sociologi e altri demagoghi. Gli uni e gli altri crescono come muffe sui movimenti della massa dei proletari, soprattutto su quelli di difesa economica. Esaltando le rivendicazioni parziali come obbiettivi di trasformazione sociale, sono felici e compiaciuti di considerare il movimento spontaneo dei lavoratori come una sommatoria di lotte senza uno scopo politico che non sia una raccolta di diritti e vantaggi radicalmente compatibili con l'ordine economico vigente. Rappresentano, nonostante una fraseologia radicale e antagonista, l'azione tossica di una piccola borghesia intellettualoide che – autentico parassita – vive di quella parte di plusvalore che viene redistribuita dallo Stato (il capitalista collettivo!) ai suoi funzionari. Esaltano questo o quel settore della nostra classe e la loro lotta come un “nuovo soggetto sociale rivoluzionario”, purché questa mantenga i proletari nel loro ruolo di produttori di una ricchezza sociale che comunque venga ripartita, redistribuita, consumata secondo i criteri della proprietà privata borghese. Hanno in odio il concetto di partito rivoluzionario perché sanno che la determinazione di classe che questo rappresenta nel corso della rivoluzione comunista gli taglierà i viveri...

 

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