Il fenomeno migratorio nel capitalismo
“L’invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini senza proprietà che lavorano, appartiene all’era del capitale” (Marx)[1]. Le migrazioni hanno sempre caratterizzato la specie umana, ma le migrazioni in epoca capitalistica hanno un carattere particolare, distinto, legato allo sviluppo diseguale e combinato del capitale, per cui la ricchezza di una classe sociale e di certe nazioni è strettamente connessa con la miseria di gran parte della popolazione e l’estorsione di risorse di intere aree – fenomeno che avviene prima a scala nazionale e poi a scala continentale e mondiale.
Il capitalismo espropria i produttori legati ai precedenti modi di produzione, contadini e artigiani, e li riduce a proletari senza riserve, costretti a migrare verso le aree urbane ed industrializzate. Allo stesso tempo, il capitalismo deve continuamente rinnovare i suoi mezzi di produzione e questo rende sempre più superflua gran parte della popolazione, che quindi migra in cerca di sostentamento.
“Le migrazioni moderne si collegano all’origine stessa del modo di produzione capitalistico e alla sua incessante evoluzione. Allo scioglimento dei seguiti feudali in Inghilterra, alla fine del XV sec., che ‘gettò sul mercato del lavoro una massa di proletari eslege’, seguirono tre secoli di progressiva espropriazione ed espulsione della popolazione dalle campagne, in un processo che, accompagnato da legislazioni brutali contro il vagabondaggio, si completò nel XVIII sec. con l’usurpazione delle terre comuni, le recinzioni, la scomparsa della classe degli yeomen [coltivatori diretti, piccoli contadini – NdR]. La crescita della grande industria fornì le macchine per la trasformazione capitalistica dell’agricoltura e le condizioni per l’espropriazione della stragrande maggioranza della popolazione rurale. Alla radice del modo di produzione capitalistico c’è dunque la riduzione di masse enormi alla condizione di nullatenenti, messi nella necessità di vendersi come forza lavoro, e la migrazione dalla campagna inglese alle città della nascente rivoluzione industriale, da cui ebbe origine il moderno proletariato d’industria, si pone come modello originario di tutte le migrazioni successive. L’eccedenza di popolazione nelle campagne fu effetto della violenza di classe, prima privata, poi legittimata dallo Stato che legiferava per accelerare i processi di espropriazione e di espulsione (es. le Bills of Enclosures del XVII sec.), e favoriva in tal modo l’affermazione dei nuovi rapporti di produzione capitalistici. Questa eccedenza, e la povertà che ne derivava, lungi dal costituire un male d’origine destinato a risolversi con la piena affermazione del nuovo modo di produzione, se ne rivelò un elemento strutturale e necessario. Diversamente dalle forme produttive precedenti, basate sulla riproduzione semplice e con una popolazione tendenzialmente stabile, il modo di produzione capitalistico genera sovrappopolazione perché ad esso è connaturato lo sviluppo incessante delle forze produttive. Contro quel ‘babbeo’ di Malthus, per il quale la sovrappopolazione costituisce un fatto naturale e sovrastorico, Marx dimostra che la sovrappopolazione non solo è un rapporto storicamente determinato dalle condizioni di produzione, ma che ‘l’invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini senza proprietà che lavorano, appartiene all’era del capitale’[2]. D’altra parte, proprio la tendenza del capitale a sviluppare le forze produttive e ad aumentare la produttività riduce progressivamente la quota di lavoro necessario in rapporto al pluslavoro, con il risultato di rendere superflua una parte crescente delle forze di lavoro” [3].
La sovrappopolazione in epoca capitalistica come causa principale della migrazione
Per spiegare le cause del fenomeno migratorio in epoca capitalistica abbiamo voluto e dovuto ricollegarlo alle origini del capitale e alle sue leggi deterministiche, economiche. Le migrazioni sono infatti uno dei tanti processi invarianti del modo di produzione “moderno”. Inoltre, è facile respingere le argomentazioni della borghesia, piccola borghesia e aristocrazia operaia dei paesi industrializzati, secondo cui ci sarebbe il fenomeno migratorio perché ci sono… i trafficanti di uomini, chi specula sulla migrazione, mentre il rapporto causa-effetto è esattamente opposto. E d’altronde, non solo i trafficanti di uomini esistono perché il capitalismo genera inevitabilmente i migranti, ma è la stessa borghesia dei paesi industrializzati a speculare da schiavista e trafficante di uomini sulle masse dei disperati! L’articolo citato nel paragrafo precedente è di più di 20 anni fa… Quale è la situazione attuale della sovrappopolazione, ossia dell’esercito industriale di riserva? È evidente come la situazione si sia esacerbata a livelli esponenziali, e a nulla sia servita la proliferazione di muri, sempre più alti e sempre più armati e blindati, con cui il mondo libero e democratico cerca di difendere i propri privilegi.
Riportiamo alcuni dati per dare un’idea del fenomeno. Il numero di migranti nel mondo è di 280 milioni all’anno, a cui bisogna aggiungere 122,6 milioni di rifugiati [4]. A fine 2023, i rifugiati stimati erano “solo” 32 milioni, mentre è rimasto stabile negli ultimi anni il numero globale dei migranti. Nel 2024, il fenomeno dello sradicamento forzato globale (rifugiati, richiedenti asilo, sfollati interni) ha quindi raggiunto un massimo, al culmine di una crescita ininterrotta di 12 anni. La cifra equivale a un abitante del mondo su 67 (nel 2013, il rapporto era di uno su 142). Il 40% di questi 122,6 milioni di diseredati (mai così tanti) è composto di minori. La maggior parte, circa il 69%, si sposta in Paesi confinanti e solo una piccola parte inizia un lungo e pericoloso viaggio verso l’Europa, che presenta una forte carenza di canali di ingresso legali e sicuri e, anzi, continua a rendere l’arrivo sempre più complesso e pericoloso per chi fugge. Sono stati poco più di 520mila gli ingressi irregolari in Europa tra il 2023 e i primi nove mesi del 2024, mentre sono state più di 1,5 milioni le richieste d’asilo presentate nello stesso periodo.
Nel 2024, dopo quattro anni di crescita è crollato il numero di rifugiati e migranti che hanno raggiunto il “belpaese” dal Mediterraneo: nel 2024, sono arrivati complessivamente sulle nostre coste 66.317 migranti, due volte e mezzo meno che nel 2023 (157.651 arrivi) e meno anche che nel 2022 (105.131 stranieri sbarcati) [5]. I paesi di provenienza dei migranti, nell’ultimo anno, sono stati prevalentemente asiatici: il Bangladesh, primo assoluto (quasi 10.800 arrivi), seguito dalla Siria (10mila circa) e dalla Tunisia. La Libia è tornata a essere il primo Paese costiero di partenza per la traversata del Mediterraneo centrale: 41.425 migranti, ovvero il 63% del totale nel 2024. Dalla Tunisia, invece, sono arrivate 19.246 persone, ovvero il 29% del totale. Quindi, più del 90% dei migranti arriva dai paesi lager finanziati dall’Italia e dall’Europa. I dati sui morti e dispersi non sono di facile reperibilità: i governi sono riluttanti nel renderli noti. Questi i dati disponibili (fonte UNCHR) sui migranti morti nel Mar Mediterraneo negli ultimi 11 anni: 2014, 3.283 morti; 2015, 4.055; 2016, 5.136 (l’anno più tragico); 2017, 3.139; 2018, 2.299; 2019, 1.885; 2020, 1.449; 2021, 2.048; 2022, 2.406; 2023, 2.571; 2024, 2.200. Secondo altre fonti, sono 30 mila i migranti morti nel Mediterraneo negli ultimi 10 anni, con un numero non calcolabile di dispersi. La rotta più pericolosa rimane quella del Mediterraneo centrale, tra Libia/Tunisia e Italia. Le leggi nazionali e internazionali obbligherebbero le autorità nazionali a investigare sui dispersi e le “morti sospette”, come ad esempio quelle avvenute nei naufragi nel Mediterraneo. Ciò nonostante, nella pratica sono pochissime le indagini.
Questi dati mostrano come gli enormi flussi migratori non siano regolabili attraverso le politiche dei singoli governi o unioni di governi, ma si manifestino in superficie come le onde di uno tsunami, determinati fondamentalmente da fattori economici, guerre e disastri ambientali, dagli scontri a livello mondiale tra Stati imperialistici, con un risultato casuale, espressione di tanti fenomeni causali concorrenti, che nessun governo o governance sopranazionale borghese riesce a controllare.
“L’esistenza di una sovrappopolazione relativa svolge per il capitale due funzioni irrinunciabili: tiene bassi i salari (‘la costante produzione di una sovrappopolazione relativa tiene la legge dell’offerta e della domanda di lavoro, e quindi il salario lavorativo, entro un binario che corrisponde ai bisogni di valorizzazione del capitale’) e agisce come controtendenza alla legge della caduta del saggio del profitto. Questa ‘popolazione in eccesso’ è una delle condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico e nello stesso tempo ne rivela la contraddizione insuperabile: è la dimostrazione vivente che il capitale non può affermarsi e non può esistere senza generare costantemente povertà e bisogno. Fino agli anni Settanta-Ottanta i flussi migratori si erano verificati a scala nazionale o verso aree con carenza di manodopera in rapporto alle necessità di sistemi produttivi sviluppati che erano in grado di assorbire quei flussi e di assimilare nel tempo, anche se non senza conflitti, i nuovi arrivati. Nella fase attuale di sviluppo di questo modo di produzione, la questione della sovrappolazione non si pone più a scala nazionale o internazionale, ma mondiale. I migranti del nuovo millennio, proprio perché parte di un proletariato mondiale in un sistema capitalistico mondiale, per la gran parte non vedranno realizzata la speranza di una integrazione nelle ricche metropoli, ma dovranno piegarsi ad una condizione di precarietà estrema che, oltretutto, riguarda settori crescenti dello stesso proletariato occidentale. Il capitale non ha più ‘terre promesse da offrire. Trattando delle varie forme di sovrappopolazione relativa, Marx scrive che chi emigra ‘in realtà non fa che seguire il capitale migrante’. Se il polo di attrazione dell’emigrante è dunque sempre il capitale, vicino o lontano che sia, in un’epoca in cui i capitali viaggiano liberamente per tutto il pianeta, alla ricerca delle migliori condizioni per la propria valorizzazione, non c’è da stupirsi che altrettanto avvenga per il fattore base della valorizzazione stessa: la forza lavoro. Ma il massiccio flusso migratorio verso le metropoli occidentali riflette anche la tendenza degli investimenti a rifluire verso le aree di origine e la fragilità dello sviluppo delle aree emergenti. In effetti, le illusioni sulle magnifiche sorti della globalizzazione sono cadute a partire dalle crisi degli anni ‘90, ossia la cosiddetta ‘crisi asiatica’. Da allora ‘il capitale non fa che fuggire dalla periferia’ (G. Soros, La crisi del capitale globale), i cosiddetti ‘paesi emergenti’ non offrono più condizioni così favorevoli ai capitali in cerca affannosa di valorizzazione. Nemmeno il capitale trova più con facilità ‘terre promesse’ dove impiantarsi con profitto, e se ne torna a casa. Dal punto di vista delle necessità individuali, l’immigrato fugge dalla povertà, ma in una visione generale l’immigrazione non è un prodotto del sottosviluppo, cioè di società non ancora pienamente capitalistiche: il pauperismo e l’esistenza di una sovrappopolazione relativa sono figli dello stesso sviluppo capitalistico che genera in primo luogo migrazioni interne, l’abbandono delle campagne e l’inurbamento” [6]. Il capitalismo produce i propri becchini, e ora lo fa a ritmi accelerati e su scala planetaria!
La legislazione contro i migranti in Italia, breve excursus storico
Storicamente, l'Italia è stata una nazione di migranti, un ruolo che ha mantenuto fino a periodi relativamente recenti. Negli anni ’60 del ‘900, l'esodo di cittadini verso l'estero rimaneva un fenomeno significativo, nonostante proprio in quegli anni cominciassero i primi flussi di lavoratori stranieri, attratti dall’espansione economica in corso. La borghesia italiana non aveva quindi necessità di agire, e sul fronte legislativo si assistette a un lungo silenzio, che durò fino alla metà degli anni ‘80. La gestione della situazione fu affidata a continui provvedimenti di sanatoria e circolari amministrative. Solo con l’avvento della crisi economica negli anni ’70 ci fu una drastica inversione di rotta, culminata nel blocco totale degli ingressi per motivi di lavoro nel 1982. Per oltre cinquant’anni, lo Stato democratico ha regolato l’afflusso di cittadini stranieri sul proprio territorio secondo il Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza del 1931 (legge fascista) integrato da innumerevoli circolari ministeriali. Nel 1986, arriva però la Legge 943, la cosiddetta Legge Foschi, che introduce il ricongiungimento familiare, il soggiorno turistico e per motivi di studio, e soprattutto gli ingressi per lavoro su liste predisposte dagli imprenditori, e che dichiarava solennemente la piena uguaglianza fra lavoratori italiani e stranieri! Formalmente uguaglianza: ma in sostanza la legge rimase in gran parte inattuata, mentre in Italia iniziavano ad affluire sempre più lavoratori migranti. Il capitale nazionale utilizzò questa legge principalmente per soddisfare la necessità di forza lavoro ricattabile: una grande sanatoria che coinvolse oltre 100 mila migranti.
Un’accelerazione al fenomeno venne a partire dalla caduta del Muro di Berlino: gli sbarchi clamorosi degli albanesi sulle coste adriatiche e l'arrivo massiccio di maghrebini portano nei primi anni ‘90il fenomeno migratorio alla ribalta delle cronache nazionali. Il governo Andreotti rispose con la Legge 39/1990 (la Legge Martelli), che stabilì una programmazione annuale degli ingressi, funzionale alle necessità di forza lavoro del capitale nazionale. Si definirono quindi le tipologie dei permessi di soggiorno – in primis quelli per motivi di lavoro e quindi la sanatoria per i già residenti. Nello stesso anno, l’Italia aderì all’accordo di Schengen, ossia abolizione (formale) delle frontiere in Europa e un sistema comune di scambio e controlli delle frontiere esterne. Per chiudere poi nuovamente le frontiere, innalzare muri e rivestirli di filo spinato, di fronte alle varie ondate migratorie!
Una nuova ondata migratoria si ebbe infatti in seguito alla guerra nei Balcani. L’Italia divenne meta degli arrivi dalla ex-Jugoslavia, sbriciolata nel 1992: e il governo si vide costretto a mettere mano alla questione della cittadinanza. La Legge 91/1992 concesse la cittadinanza solo ai figli di stranieri nati in Italia e qui residenti fino al 18esimo anno di età, sancendo lo ius sanguinis. È la legge tuttora in vigore in Italia.
Intanto, i flussi migratori cambiano, l'immigrazione si consolida, così come il calo demografico col primo saldo negativo per gli italiani… il capitale ha quindi bisogno di forza lavoro da spremere! Si susseguono quindi il Decreto della Farnesina che introduce il permesso di soggiorno temporaneo a chi arriva dai Balcani e dalla Somalia, e la Legge Puglia 563/1995 che permette la costruzione lungo le coste della regione di strutture di prima accoglienza e soccorso (Cpsa), ma soprattutto l’impiego delle forze armate contro l’immigrazione clandestina. Il Decreto Dini 489/1995, non convertito in legge, inaugurava però l’idea di detenzione amministrativa per gli stranieri.
E siamo alla Legge Turco-Napolitano 40/1998, anche in questo caso nata sull’onda della risposta all’emergenza: le ondate massicce di migranti dall’Albania, il blocco navale tra Italia e Albania con episodi di speronamento delle carrette di disperati che causarono gravissime tragedie. La notte di Natale 1996 vi fu l'incidente più grave, rimasto per lungo tempo nel mistero: almeno 200, ma probabilmente più di 300, migranti morirono annegati nel tratto di mare tra Malta e la Sicilia, dopo lo scontro tra il cargo libanese “Friendship” e la motonave “Yohan”. Il 28 marzo 1997, la nave albanese “Kater I Rades” affondò, a causa dello speronamento da parte della corvetta della Marina militare italiana “Sibilla”: furono tratte in salvo 34 persone e recuperati 4 cadaveri, altri 52 corpi saranno estratti dopo il recupero del relitto nel mese di ottobre. Emersero già allora le “holding degli schiavisti”, vere catene di sfruttamento e affarismo, con complicità a ogni livello... della borghesia nazionale! Se si ricordasse quella pagina di storia nazionale e se bastassero le parole, si potrebbe capire perfettamente la realtà dietro la propaganda e la narrazione borghese italica ed europea, e anche chi sono i veri reali complici e alleati di chi sfrutta e lucra sulla pelle dei disperati – una storia che prosegue ancora oggi, eppure rimane in larga parte rimossa. Perché la storia degli abusi, delle violenze, del business e dei morti dei Cpt/Cie/Cpr è quasi totalmente sconosciuta, sempre meno voci hanno il coraggio di raccontarla.
Il principio fondamentale della Legge Turco-Napolitano è un sistema di pianificazione degli ingressi basato sulle necessità del mercato del lavoro, ingressi che verranno regolamentati con i “decreti flussi”, anno per anno, vincolando sempre più strettamente la permanenza in Italia al solo periodo lavorativo, principalmente per lavori stagionali nell’agricoltura e nel turismo, dopo il quale il lavoratore si impegna a ritornare al suo paese d’origine. Il testo introduce il permesso di soggiorno per gli stagionali o per la ricerca di occupazione: la carta di soggiorno arriva dopo cinque anni di residenza e l’assistenza sanitaria è riconosciuta anche a chi non ha i documenti in regola. La legge rende poi più rapide le procedure di espulsione con decreto amministrativo e istituisce i Centri di permanenza temporanea (Cpt) per chi è in attesa d'identificazione o per gli irregolari. La Turco-Napolitano è la prima norma organica sull’immigrazione, il presupposto per una sistematizzazione della materia nel Testo unico varato con il Decreto 286/1998 – a tutt’oggi il punto di riferimento normativo, aggiornato e modificato con quanto legiferato in seguito, sia perché il principio fondamentale è quello di concedere ingresso in Italia esclusivamente a chi accetta di essere spremuto della propria forza lavoro, ed esclusivamente per il tempo necessario al capitale nazionale, sia perché si introduce, seppure non in maniera sistematica, la detenzione amministrativa, ossia la possibilità di incarcerare, di fatto, chi arriva in Italia fuori dai canali predisposti dallo Stato per la ricerca e l’ingresso della forza lavoro.
Negli anni uemila, i numeri dei migranti in Italia si avvicinano a quelli di Gran Bretagna, Germania e Francia. Le scelte politiche dei governi di centrodestra modificano quindi la Turco-Napolitano in senso restrittivo. La Legge Bossi-Fini 189/2002 prolunga la permanenza nei Cpt da 30 a 60 giorni e prevede l’uso dei militari per il contrasto agli sbarchi di migranti. L’identificazione all’arrivo ora avviene tramite impronte digitali ed è consentito l’ingresso solo a chi ha un contratto di lavoro. Chi lo perde, viene espulso. Contemporaneamente, arriva però la più grande sanatoria mai effettuata, che coinvolge circa 600mila stranieri. Nel 2008, il Governo Berlusconi firma anche l’accordo con la Libia di Gheddafi, che prevede il controllo da parte libica dei flussi di migranti nel Mediterraneo in cambio di finanziamenti. Cifre mai chiarite, ma la maggior parte delle fonti parlano di circa 5 miliardi di euro.
Il “Pacchetto sicurezza” Maroni, composto dalla Legge 125/2008, da due decreti e dalla Legge 94/2009 mette in atto normative ancora più restrittive, introduce nuovi reati per gli immigrati clandestini e per chi favoreggi la loro permanenza, oltre alla nuova aggravante di clandestinità per reati di stampo penale. C'è poi l’inasprimento delle pene per chi dichiara false generalità e l’espulsione per cittadini Ue o extracomunitari colpiti da condanne di reclusione superiori ai due anni. I decreti, di fatto, restringono la possibilità del ricongiungimento familiare, introducono il reato d'ingresso e soggiorno illegale, inaspriscono la pena per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, e allungano ulteriormente i tempi massimi di trattenimento, fino a sei mesi, nei Cpt (ribattezzati Cie, Centri di identificazione ed espulsione). Come è evidente, è un processo continuo di inasprimento della repressione, che accomuna indistintamente sinistra e destra borghese.
Passa quasi un decennio, insanguinato da numerose tragedie che trasformano il Mediterraneo in un grande cimitero di migranti. Nel 2017, viene introdotta la Legge 46/2017, targata Minniti-Orlando, con la quale vengono istituite 26 Corti specializzate in materia d’immigrazione, e previste procedure più snelle per il riconoscimento della protezione internazionale e soprattutto per l’espulsione degli irregolari. Le norme in questione, però, non si applicano ai minori non accompagnati, per i quali è stata approvata una distinta disciplina (Legge 47/2017). Il governo della sinistra borghese ha inoltre potenziato la capienza dei CIE, che sino a quel momento potevano ospitare 400 persone.
Nel 2017, si ha il Memorandum Italia-Libia, l’accordo triennale (poi sempre rinnovato, da governi di qualsiasi colore), con il quale l’Italia s'impegna a fornire supporto tecnico e risorse alla Guardia costiera libica per bloccare l’immigrazione clandestina e al governo di Serraj per migliorare le condizioni dei “centri di accoglienza”, che sono in effetti veri e propri lager alla base di un sistema di tortura, estorsione e schiavizzazione dei migranti. I finanziamenti italiani s'aggiungono a quelli europei. Nei mesi successivi, viene imposto alle ong che effettuano salvataggi in mare un Codice di condotta penalizzante. È il modello inaugurato dal governo Berlusconi, poi esteso alla Tunisia e alla Turchia dai successivi governi di qualsiasi colore, e ora in fase di estensione all’Albania. Le nazioni europee esternalizzano il servizio di lager ai paesi di frontiera e passaggio dei migranti.
La ulteriore stretta repressiva dei Decreti Sicurezza Salvini
Con Salvini al Viminale, al governo con i 5 Stelle, arriva un'ulteriore stretta per i migranti. I cosiddetti Decreti Sicurezza hanno l'obiettivo dichiarato di fermare l'immigrazione e riscrivere le norme per il rilascio del permesso di soggiorno. Il certificato per motivi umanitari viene sostituito con uno per “motivi speciali”: salute, calamità nel Paese di provenienza e atti di valore civile. Si ampliano poi i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) affidati alle Prefetture e vengono ampliati i centri per il rimpatrio, Cpr, ora affidati anche a società private che hanno come scopo unicamente il profitto: è il business della reclusione dei migranti. Aumentano anche le rivolte nei Cpr e le inchieste e condanne contro le società di gestione. Oltre all’abolizione della protezione umanitaria, una delle novità più rilevanti dei Decreti Sicurezza è stata la trasformazione del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) in Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi). Nel nuovo Siproimi, sono potuti entrare solo i titolari di asilo e non, come era accaduto per anni, anche i richiedenti asilo, ovvero a chi aveva inoltrato la richiesta ma ancora non aveva ottenuto la risposta. I finanziamenti per l'accoglienza vengono tagliati di netto.
La caduta della maggioranza Lega-5stelle porta al governo Conte II, con l'ingresso del Partito Democratico e Luciana Lamorgese agli Interni. I Decreti Salvini vengono quindi smantellati, ma solo formalmente, con la modifica di alcune disposizioni, tra cui la riduzione dei termini massimi di trattenimento da 180 a 90 giorni. Ma tali termini sono prorogabili di ulteriori 30 giorni qualora lo straniero sia cittadino di un Paese con cui l’Italia ha sottoscritto accordi in materia di rimpatri. Sulla base di questi accordi si introduce un elemento ancora più marcato rispetto all’etnicità dei cittadini stranieri, privilegiando il trattenimento di coloro che provengono da Paesi terzi con i quali risultino vigenti accordi in materia di cooperazione o altre intese in materia di rimpatri. L’esempio più evidente è quello dell’accordo con la Tunisia e del meccanismo di identificazione allo sbarco, trattenimento e successivo rimpatrio rivolto ai cittadini tunisini (prassi poi ripresa dal governo Meloni). Altre modifiche rilevanti sono l’estensione dei casi di trattenimento del richiedente protezione internazionale limitatamente alla verifica della disponibilità di posti nei centri e l’introduzione della possibilità, per lo straniero in condizioni di trattenimento, di rivolgere istanze o reclami al Garante nazionale e ai garanti regionali e locali dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Ma di fatto queste norme e tutele restano solo sulla carta, non applicate, in assenza di assistenza legale per i migranti, il più delle volte abbandonati a se stessi e nemmeno informati del loro stato di detenzione.
La strage di Cutro e nuova stretta repressiva
Nel febbraio del 2023, un'imbarcazione partita dalla Turchia, il caicco “Summer Love”, che trasportava prevalentemente afgani, iraniani e siriani in fuga dalla guerra, si infrange sulla costa nei pressi di Cutro, in provincia di Crotone. A bordo vi erano circa 200 persone: 94 i corpi senza vita recuperati, tra cui 34 bambini, imprecisato il numero di dispersi. Sono da subito evidenti le responsabilità delle autorità per omissione di soccorso in mare, nonostante l’imbarcazione fosse stata avvistata e fotografata dal sistema di vigilanza europea Frontex. È tuttora in corso (febbraio 2025) il processo agli ufficiali di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, ma di fatto sono le disposizioni governative che impongono azioni di polizia e non di soccorso in casi simili. Il Ministro dell’Interno e la Presidente del Consiglio puntano il dito contro i disperati che si mettono in mare e mentono sulle segnalazioni di soccorso ricevute. Eppure, non era certo la prima volta che accadevano tragedie simili: proprio nel 2023, ricorreva il decennale della strage di Lampedusa (a ottobre 2013, un'imbarcazione libica affondò a poche miglia dal porto, causando la morte di 368 persone).
La borghesia, cinicamente, come risponde al ripetersi di queste stragi in mare? Con la criminalizzazione dei migranti. Il nuovo decreto, che introduce norme ancora più repressive, prende il nome di “Decreto Cutro”… hanno proprio la faccia come il culo! Il cosiddetto “Decreto Cutro” stringe di nuovo le maglie, rendendo più difficile ottenere la protezione speciale, che consentirebbe ai migranti di restare in Italia per ragioni umanitarie e familiari. Non è inoltre più possibile convertire la protezione speciale in un permesso per lavoro. Tra le misure previste, passa da 120 a 135 giorni il periodo massimo di detenzione nei CPR, e viene introdotta una nuova forma di detenzione alle frontiere per i richiedenti asilo. La legge elimina poi l’accesso a servizi fondamentali nei centri di prima accoglienza, come l’assistenza psicosociale, la consulenza legale e i corsi di lingua italiana: viene legalizzata la prassi di abbandono a se stessi dei migranti. In definitiva, il Decreto Cutro offre una risposta paradossale alla strage di Cutro: non è niente altro che una grande speculazione politica e repressiva che, partendo dalla vicenda drammatica del naufragio, produce un testo normativo punitivo e restrittivo delle garanzie dei richiedenti asilo e più complessivamente peggiora le condizioni delle persone migranti. Nel testo non c’è assolutamente niente che possa incidere in termini positivi sulle cause che hanno prodotto la tragedia di Cutro e simili, e quindi possa prevenire altre tragedie. Tragedie che infatti sono continuate, mietendo altre vittime… contrariamente a quello che è stato propagandato al momento della promulgazione del Decreto-Legge, che infatti introduce norme repressive anche nei confronti delle ong che operano il soccorso in mare e impone loro di effettuare un solo soccorso e recarsi immediatamente verso i porti individuati dalle autorità governative, con viaggi di più giorni, che quindi le allontanano dalle zone dei naufragi. Le norme che incidono effettivamente sul contesto che ha portato al naufragio sono solo peggiorative: in maniera sistematica e scientifica, rendono più complicate, più difficili, più ostacolabili, le operazioni di soccorso in mare. Il Decreto Cutro è stato il primo decreto-legge del Governo Meloni, che lo ha utilizzato per scopi puramente propagandistici, sulla pelle del proletariato migrante: nei fatti, rende maggiore la probabilità di situazioni di pericolosità in mare e aumenta la possibilità di eventi tragici, criminalizza i migranti e chi li soccorre.
Il nuovo Decreto Sicurezza. La criminalizzazione dei migranti non conosce limiti
Al momento in cui scriviamo, febbraio 2025, il nuovo Decreto Sicurezza – DDL 1660 – è ancora in discussione al Senato, sebbene annunciato nel 2023 e poi approvato alla Camera a fine del 2024. Il suo iter particolarmente lungo e complesso è certamente dovuto alle numerose norme repressive e ai nuovi reati che esso introdurrebbe. Qui vogliamo soffermarci sugli aspetti che mirano, ancora una volta, alla criminalizzazione e repressione dei proletari migranti. In particolare, l’introduzione di una nuova norma incriminatrice all’interno del Testo Unico Immigrazione, volta a punire gli episodi di rivolta e resistenza passiva in luoghi di accoglienza e detenzione per migranti; la modifica della disciplina del rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinta e con neonati – retta dalla dichiarata volontà di colpire proprio una specifica categoria di persone, ossia le donne straniere; la norma che vieta ai migranti l’acquisto di una scheda SIM in assenza di regolare permesso di soggiorno; la norma che incide sull’attività della Guardia di Finanza nell’ambito del contrasto al fenomeno dell’immigrazione irregolare; la norma che rende più severe le norme contro l’occupazione abusiva e colpisce anch’essa, chiaramente, i migranti, che costituiscono gran parte dei senza tetto; ed infine la norma sulla possibilità per i Servizi Segreti di infiltrarsi nelle reti di assistenza ai migranti e sindacati di base (che in base a questo stesso decreto potranno essere considerate come associazioni eversive) e quindi compiere impunemente reati allo scopo di provocare e giustificare una reazione dello Stato, legalizzando la strategia della tensione. Vediamo queste misure, punto per punto.
Il reato di rivolta e resistenza passiva. L’introduzione del reato di rivolta in strutture di accoglienza e detenzione per migranti è la novità che svela più apertamente il fascismo, finora nascosto, della repressione democratica, che abbiamo mostrato qui sopra con la storia della legislazione italiana contro i migranti. Si introduce infatti, mediante modifica dell’art. 14 del Testo Unico Immigrazione (Legge Turco-Napolitano), un nuovo reato, per punire i numerosi episodi di rivolta che si sono avuti in Italia negli ultimi anni, nei centri di detenzione per migranti. Lo stesso decreto-legge prevede anche l’introduzione di un reato gemello, l’art. 415 bis del Codice Penale, che punisce gli episodi di rivolta e resistenza passiva all’interno degli istituti penitenziari – anche in questo caso sono coinvolti i migranti, poiché costituiscono il 40 % della popolazione carceraria, e anche in questo caso lo Stato borghese vuole rispondere con il pugno di ferro a un problema pratico e attuale: l’ondata di rivolte che hanno incendiato le carceri italiane tra il 2020 e il 2024. Solo comprendendo il contesto di torture, umiliazioni, tensioni sociali e quindi le rivolte che hanno caratterizzato negli ultimi anni i centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), si comprende il significato repressivo dell’ultimo Decreto Sicurezza.
Negli ultimi anni, i 10 CPR presenti in Italia sono stati teatro di numerose rivolte e proteste, tutte scatenate dalle pessime condizioni di detenzione e dalle politiche migratorie. Dicembre 2018: rivolta nel CPR di Torino con incendi e danni significativi alla struttura, portando alla temporanea chiusura di alcune aree. Agosto 2019: CPR di Bari, i detenuti hanno protestato contro le condizioni igienico-sanitarie, incendiando materassi e danneggiando le infrastrutture. Gennaio 2020: CPR di Gradisca d'Isonzo, la morte di un giovane migrante scatena proteste sia all'interno che all'esterno della struttura. Settembre 2020: CPR di Caltanissetta, una rivolta ha portato all'evasione di diversi detenuti, mettendo in luce le pessime condizioni del centro. Maggio 2021: CPR di Torino, la morte di Abdel Latif ha sollevato violente proteste e richieste di chiusura del centro. Novembre 2021: CPR di Roma, una protesta dei detenuti contro le condizioni di detenzione è sfociata in violenti scontri con le forze dell'ordine. Febbraio 2022: CPR di Trapani, un incendio doloso ha reso inagibile parte della struttura, costringendo al trasferimento di alcuni detenuti. Ottobre 2022: CPR di Milano, una rivolta ha portato al ferimento di diversi agenti e alla distruzione di parte delle infrastrutture. Gennaio 2023: CPR di Gradisca d'Isonzo, una rivolta ha visto circa trenta migranti barricarsi sui tetti, causando incendi e scontri con le forze dell'ordine. Marzo 2023: CPR di Torino, una serie di proteste violente ha portato alla chiusura temporanea del centro. Febbraio 2024: CPR di Trapani-Milo, un incendio ha reso inagibile la sala mensa, peggiorando le già precarie condizioni igienico-sanitarie. Gennaio 2025: CPR di Roma, una protesta pacifica dei detenuti per chiedere migliori condizioni di vita è stata repressa con l'uso della violenza da parte della polizia. Gennaio 2025: nuova e più radicale protesta dei migranti nel cpr di Gradisca d’Isonzo. Le proteste sono divampate dopo che un migrante ha cercato di fuggire arrampicandosi sul tetto ed è caduto ferendosi, mentre altri migranti hanno denunciato di essere stati vittima di pestaggi. Dopo una breve pausa, la rivolta è ripresa nel giorno successivo, i migranti si sono accaniti sugli impianti idraulici ed elettrici per rendere inagibile la loro prigione, si sono poi barricati sul tetto lanciando sassi e oggetti di ogni tipo contro i poliziotti, ferendone una decina.
Ma perché queste rivolte? I migranti sono “geneticamente criminali”? A questa domanda, non facciamo rispondere i comunisti rivoluzionari (gente, come si sa, gente faziosa), ma il borghesissimo… Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, un organo del Consiglio d'Europa, che ha il compito di vigilare sui casi di tortura e di pene o trattamenti inumani o degradanti sul territorio degli Stati firmatari della la Convenzione europea per la prevenzione della tortura (in vigore dal 1987). Questa Convenzione è stata ratificata da 47 Stati membri del Consiglio e tra i firmatari vi è anche l’Italia: si tratta quindi di una borghesissima organizzazione emanante dalle stesse nazioni borghesi. Ora, questo comitato, ha condotto un’ispezione ad aprile 2024 e pubblicato conseguentemente un rapporto sui CPR in Italia – novembre 2024 – sancendo e mettendo per iscritto ciò che già tutti sapevano: maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte di agenti di polizia nei confronti delle persone trattenute nei CPR italiani, e la “pratica diffusa della somministrazione di psicofarmaci non prescritti e diluiti in acqua, come documentato nel centro di Potenza”: se sono diverse le inchieste giornalistiche che in passato hanno documentato l’uso massiccio di psicofarmaci nei centri per migranti, con il presunto obiettivo di tranquillizzare i detenuti, è la prima volta, però, che la segnalazione arriva da un organo ufficiale come il Consiglio d’Europa. Secondo il rapporto: “l’alto tasso di eventi critici e di violenza registrato all’interno dei Cpr è stato una diretta conseguenza delle sproporzionate restrizioni di sicurezza, della mancanza di valutazione del rischio individuale dei cittadini stranieri e del fatto che le persone detenute non avessero di fatto nulla per occupare il loro tempo” [7]. Si parla di circa 50mila migranti, detenuti dal 2014 al 2023, in centri “che violano i diritti umani e sono un disastro per le finanze pubbliche in uno scenario di progressiva e deliberata confusione tra sistema di accoglienza e detentivo, caos amministrativo” [8].
Se quindi ci dobbiamo soffermare su tutti i luoghi di accoglienza e detenzione per migranti è perché il reato di rivolta e resistenza passiva del nuovo Decreto Sicurezza non solo rimanda ai Centri di Permanenza per il Rimpatrio, CPR, ma ne approfitta anche per introdurre norme punitive in merito ai punti di crisi per l’identificazione, i cosiddetti hotspots: nei centri governativi di prima accoglienza, CPA; nei centri di accoglienza straordinaria, CAS; e infine nelle strutture afferenti al Sistema di accoglienza e integrazione, SAI. Appare evidente come la repressione si estenda a tutti i migranti, nelle diverse strutture in cui sono relegati durante il loro percorso in Italia: la norma del Decreto Sicurezza non si riferisce esclusivamente ai CPR – di cui da tempo vengono evidenziate le pessime condizioni –, ma estende l’applicabilità del nuovo reato a tutte le strutture dedicate all’isolamento e schedatura dei migranti: anche nei CAS (destinati ai richiedenti protezione internazionale) e nei SAI (destinati ai titolari di una forma di protezione internazionale). Si tratta dunque, in entrambi i casi, di persone formalmente regolari sul territorio italiano, in alcuni casi addirittura titolari dello status di rifugiato, beneficiari delle misure di accoglienza legate alla richiesta di protezione internazionale. La nuova norma prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni per chi, all’interno di uno di questi luoghi, partecipa a una rivolta – la pena è della reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni per chi promuove, organizza, o dirige la rivolta, mediante “atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite”. La novità risiede certamente nella scelta di incriminazione di condotte di “resistenza passiva”, sino a oggi escluse dall’area penalmente rilevante. Nell’esplicitare con più precisione quali condotte siano riconducibili alla nozione di “resistenza”, e quindi vietate, la nuova formulazione attualmente in esame al Senato è volutamente generica: “costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza”. La terminologia utilizzata, alquanto vaga, non delimita con precisione i confini delle condotte penalmente rilevanti: è ben comprensibile come un generico riferimento al “numero di persone coinvolte”, al “contesto” in cui operano i pubblici ufficiali e agli “atti necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza”, non faccia altro che aumentare l’indeterminatezza del reato, e quindi potrà punirsi qualsiasi forma di disobbedienza a un qualunque ordine impartito. Si pensi, ad esempio, alle più comuni forme di protesta pacifica, come il rifiuto del cibo o dell’ora d’aria.
La borghesia, che si inginocchia ritualmente al dettato costituzionale, lo calpesta volentieri se si tratta di punire i proletari che osano alzare la testa. In risposta alla combattività dei migranti, alle rivolte, alle numerose inchieste, anche ufficiali, che hanno individuato nelle pessime condizioni sanitarie e umanitarie le cause fondamentali delle rivolte nei centri per migranti, la borghesia risponde con l’accresciuta criminalizzazione e persecuzione. Ed è proprio in questi contesti disumanizzanti che punire la semplice resistenza passiva rischia di trasformarsi in detenzione anche per i rifugiati e richiedenti asilo. Si tratta di strutture in cui la forma di protesta pacifica è utilizzata come strumento per manifestare un disagio e tentare di comunicare all’esterno le difficoltà che gli stessi luoghi generano in chi vi è recluso: soprattutto perché è dimostrato che si tratta di luoghi in cui la detenzione è affidata a gestioni inadeguate, che pensano solo al profitto, dove è assente qualsiasi tipo di controllo giurisdizionale sulla violazione dei diritti fondamentali. Dove la polizia, braccio armato dello Stato borghese, usa il pugno di ferro e la tortura. Il reato, sottolineiamo ancora, colpirà non solo i migranti nei luoghi di detenzione, quali i CPR, ma anche quelli che si trovano in strutture che, formalmente, sarebbero dedicate all’accoglienza di migranti sottoposti alla protezione internazionale.
L’intenzione della borghesia è quindi quella di punire non solo una condotta, ma la condotta di una determinata frazione del proletariato, i migranti che osano resistere e alzare la testa, indiscriminatamente: regolari o meno! E ciò serve a veicolare in tutto il proletariato, non solo quello migrante, una lezione: ecco cosa succede a chi osa ribellarsi!
Detenzione delle donne incinte o madri. Altra norma del Decreto Sicurezza che mostra il carattere repressivo della borghesia è quella che incide sulla detenzione delle donne incinte o madri di bambini di età inferiore a un anno. Fino a oggi, valeva il rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena: per effetto del Decreto Sicurezza, varrà un rinvio solo facoltativo, a discrezione del giudice. Per le donne incinte e con neonati, la pena dovrà essere scontata, di fatto, presso le cosiddette sezioni-nido degli istituti penitenziari ordinari. La norma è puramente discriminatoria e persecutoria. Non si concilia in nessun modo con la tutela dell’interesse superiore del minore, assicurata dalla Costituzione borghese e altresì oggetto di obblighi internazionali vincolanti per l’Italia… Ma la Costituzione è per i cittadini, non per gli schiavi! Le donne, principalmente straniere, condurranno la gravidanza in carcere in assenza di assistenza medica adeguata e i bambini proletari trascorreranno i primissimi anni della loro vita reclusi, con evidenti conseguenze sul loro sviluppo psicofisico. È palese la ragione politica e di propaganda sottesa a questo intervento di legge. Infatti, come è emerso anche in sede di discussione parlamentare, la norma intende colpire la presunta strumentalizzazione della gravidanza come espediente per evitare il carcere, che sarebbe pratica comune soprattutto per le donne straniere. È lo stesso Dossier del Servizio Studi del Senato a tradire questa volontà, poiché, nell’illustrare la proposta di legge riporta una tabella recante i dati delle detenute madri “divise per nazionalità”. La tabella riportata nel Dossier evidenzia una netta maggioranza di detenute madri straniere rispetto a quelle di nazionalità italiana. Si trascura, ovviamente che il dato riportato è influenzato, come accade per larga parte della popolazione straniera in carcere, dalla difficoltà per questi soggetti di accedere alla detenzione domiciliare in assenza di regolare residenza o di domicilio stabile. Non è chiaro se in forza dell’obbligo di esecuzione della pena presso un ICAM per le donne incinte o madri di figli di età inferiore ad 1 anno, sia preclusa per il giudice, nel caso in cui non disponga il rinvio della pena (solo facoltativo), la possibilità di applicare la misura della detenzione domiciliare.
La Corte costituzionale era già stata chiamata a pronunciarsi sul rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena e aveva giudicato la scelta del legislatore non irragionevole, in quanto, durante la gravidanza e durante il primo anno del bambino, la protezione del rapporto madre-figlio in un ambiente idoneo si ritiene debba prevalere sull’interesse dello Stato all’esecuzione immediata della pena. Dunque, almeno la necessaria salvaguardia del superiore interesse del minore e il pregiudizio che ne deriva nel caso di carcerazione dei bambini sembravano fino a oggi insegnamenti da considerarsi recepiti anche dalla classista legge borghese… Indicazioni nel senso di favorire le alternative alla detenzione nei confronti delle detenute madri vengono da numerosi organismi sovranazionali; e in questo senso sembrava andare anche la recente esperienza italiana, in cui la detenzione domiciliare ha preso sempre più spazio, provocando un significativo calo dei bambini in carcere negli ultimi anni. Ma questa proposta di legge nel Decreto Sicurezza vuole porsi in controtendenza, necessaria più che per ragioni di propaganda, come prevenzione delle tensioni sociali. La borghesia agisce in anticipo sulle possibili reazioni del proletariato al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e colpisce i migranti per dividerli dal proletariato indigeno. Costi quel che costi, anche calpestando tutti i principi umanitari finora sbandierati! In termini pratici, di realizzazione della norma repressiva, sono presenti solo quattro ICAM su tutto il territorio italiano, un numero certamente insufficiente per far fronte all’aumento del numero delle detenute madri cui tende la nuova norma, con l’inevitabile conseguenza che, esauriti i pochi posti disponibili negli ICAM, l’unica alternativa sarà un aumento dei bambini reclusi nelle sezioni-nido degli istituti penitenziari ordinari, di cui sono note da tempo le pessime condizioni. Che bella, la vostra fascistissima democrazia! i bambini in galera!
Impossibilità per i migranti senza permesso di soggiorno di acquistare una sim telefonica. Nel Decreto Sicurezza, ai fini della conclusione di un contratto di servizio per la telefonia mobile, viene inserito, oltre al generale obbligo di identificazione mediante documento di identità, un ulteriore requisito per i cittadini di Stati non appartenenti all’UE: il possesso del permesso di soggiorno. Inoltre, il nuovo Decreto introduce la sanzione amministrativa accessoria – in aggiunta alla sanzione pecuniaria già prevista – della chiusura dell’esercizio o dell’attività per un periodo da cinque a trenta giorni per quelle imprese autorizzate alla vendita di schede SIM che non rispettino gli obblighi di identificazione del cliente, ivi compreso l’obbligo di acquisizione del permesso di soggiorno nel caso di cittadini di Paesi terzi. Pertanto, viene precluso ai cittadini stranieri non in possesso di regolare permesso di soggiorno l’acquisto di una scheda SIM, con la conseguenza di una forte limitazione della possibilità per questi soggetti di comunicare e dunque un evidente peggioramento, in forza di una non meglio specificata esigenza di sicurezza, della condizione di esclusione e marginalità sociale in cui già versano i proletari migranti.
Equiparazione delle imbarcazioni della guardia di finanza a navi da guerra. Anche questa norma è stata introdotta specificatamente nel vano tentativo di fermare lo tsunami delle masse di migranti. Una norma che ricalca la tendenza, sempre più evidente, di utilizzo del diritto penale come strumento per contrastare il fenomeno dell’immigrazione. La finalità è quella di disincentivare le operazioni di soccorso in mare, con l’applicazione di pene molto severe: l’articolo 1100 del Codice Navale prevede la reclusione da tre a dieci anni per chi non obbedisce agli ordini di una nave da guerra, ma fino ad oggi le navi della Guardia di Finanza non erano considerate navi da guerra. Il decreto prende di mira dei casi concreti: per citare un episodio recente di cui si è molto discusso, la comandante della nave “Sea Watch 3”, dell’omonima ONG, in relazione ai salvataggi effettuati nell’estate del 2019, era stata inizialmente iscritta nel registro degli indagati per l’ipotesi di reato di cui all’articolo 1100 del Codice Navale, che punisce ipotesi di resistenza o violenza contro nave da guerra. Il procedimento è stato successivamente archiviato, ma già in sede di convalida dell’arresto e applicazione della misura cautelare, con ordinanza poi confermata dalla Corte di Cassazione, si era sancita l’insussistenza del reato ex art. 1100 del Codice Navale, per difetto della qualifica di “nave da guerra” in capo alla motovedetta della Guardia di Finanza. Al contrario, se venisse approvato il Decreto Sicurezza, in discussione al Senato nella sua attuale versione, chi soccorre i migranti nel mediterraneo rischia 10 anni di reclusione!
Legalizzazione della strategia della tensione. Il governo Renzi aveva già concesso ai funzionari e agenti dei Servizi Segreti, infiltrati in associazioni terroristiche o eversive, l’immunità penale nel caso di compimento di reati associativi per finalità di terrorismo. La norma, che era transitoria e più volte prorogata, diventa ora permanente e prevede l’estensione dell’immunità penale per la direzione e organizzazione di associazioni terroristiche, anche internazionali, ed eversive dell’ordine democratico, nonché nel caso di fabbricazione o detenzione di ordigni o di materiale con finalità di terrorismo. Si avrebbe quindi l’impunità per l’agente infiltrato e provocatore, e anche organizzatore di attentati e stragi. La tendenza è quella di criminalizzare e trattare come associazioni eversive le stesse organizzazioni di solidarietà e soccorso dei migranti e le organizzazioni dei sindacati di base che raggruppano soprattutto migranti, che quindi ora potranno essere infiltrate impunemente e per legge dai Servizi Segreti, con azioni provocatorie. È di questi giorni (febbraio 2025) la notizia delle intercettazioni telefoniche ai danni di organizzazioni che soccorrono i migranti, ed è storia la repressione e criminalizzazione, anche con la galera, di dirigenti sindacali che hanno organizzato i lavoratori della logistica nel nord Italia, con accuse di estorsione e associazione a delinquere. Ora si vorrebbe legalizzare e rendere strutturale questa prassi.
Conclusioni. L’azione dei comunisti
Si conferma ulteriormente e in termini esponenziali la tendenza sempre più spiccata della borghesia a un utilizzo di diritto penale, polizia e carceri per far fronte a un supposto allarme sociale, nonostante i dati indichino una drastica riduzione del fenomeno migratorio. Lo Sato borghese mostra il suo vero volto ai proletari migranti, che imparano quindi a comprendere molto bene cosa sia la democrazia – un modo di organizzare la società che resta incomprensibile per i più fini sociologi e intellettuali vari, plurilaureati, ma che appare chiarissimo alle masse dei nuovi “barbari”, reietti della civiltà senza minimo corso di studio. In termini di principio, l’ordinamento legislativo della democrazia borghese afferma di ricorrere solo come extrema ratio all’intervento del diritto penale e alla privazione della libertà personale. E non sembrerebbe che oggi la lotta di classe stia minacciando l’ordine democratico nell’immediato. Ma la borghesia agisce d’anticipo e lavora per dividere il fronte proletario tra migranti e cittadini. D’altronde, non si è mai introdotto un Codice Penale che eliminasse totalmente il fascista Codice Rocco, impostato sulla repressione. La parte più intelligente della borghesia, che sa di avere bisogno di una forza lavoro consenziente e auto-convinta del proprio ruolo, passa momentaneamente in secondo piano: prevale la necessità di disinnescare la potenzialità eversiva di un possibile fronte proletario. Le norme esaminate – così come molte altre, presenti all’interno del Decreto Sicurezza – sono caratterizzate da una forte componente simbolica, puntando sull’efficacia mediatica, propagandistica, dell’intervento, con lo scopo di rassicurare la popolazione indigena e in particolare il proletariato indigeno da presunte forme di pericolo che verrebbero dai proletari migranti, da cui occorre dividerli. Divide et impera. Si colpiscono i settori più deboli e ricattabili per colpire tutta la classe – quella classe di cui essi, i proletari indigeni, volenti o nolenti, fanno parte, indipendentemente dalle soggettive futili aspirazioni piccolo-borghesi, dalle ostinate illusioni d’esser “garantiti”, dalla “permanenza” di micragnosi vantaggi salariali... La divisione entro le file della classe proletaria è l’arma preventiva che serve perfettamente alla repressione presente e futura da parte del Capitale e del suo Stato: tutti verranno messi alla catena di uno sfruttamento intensificato, e saranno bastonati se oseranno alzar la testa.
L’emergenza migratoria – emergenza che, lo ripetiamo, è naturale nel capitalismo – è scatenata dalle masse di migranti che premono alle frontiere del mondo ladro e assassino: le masse di diseredati sono create dalle stesse nazioni privilegiate. Masse di nullatenenti destinati a travolgere le metropoli del capitalismo, nonostante tutti gli sforzi fascisti e razzisti, i lager e i muri costruiti per fermarli.
Il proletariato migrante è stato quello che ha mostrato la maggiore combattività in Italia negli ultimi decenni, sia con i lavoratori della logistica sia con vere e proprie rivolte, non solo nei CPR, ma anche tra i braccianti (ricordiamo la rivolta di Rosarno., nel gennaio 2010!). Non è un caso quindi che la borghesia indirizzi principalmente su questa frazione del proletariato la propria vendetta persecutoria, e la preventiva azione disorganizzatrice, i tentativi di criminalizzazione, con l’obiettivo di dividerla dalla massa di proletari italiani, che invece illude di essere liberi e garantiti.
“Aiutiamoli a casa loro!”, ripetono periodicamente, a fasi alterne, i tanti stolidi burattini del capitale. Beh! Da un secolo e mezzo almeno, il capitalismo li sta “aiutando a casa loro”: e questi sono gli effetti! A proposito di Piano Mattei! Che grande novità!
Noi comunisti, invece, rivendichiamo l'assoluta libertà di movimento di tutti i migranti; denunciamo tutte le misure di controllo, sorveglianza, contenimento, confinamento, imprigionamento, lagerizzazione, repressione e persecuzione cui sono sottoposti; combattiamo ogni forma più o meno larvata di razzismo a parole e nei fatti; operiamo per una saldatura effettiva fra proletari “indigeni” e proletari migranti da ogni parte del mondo, di ogni lingua, religione, etnia. Le immani migrazioni, frutto degli scompensi caratteristici del capitalismo, fanno esplodere altre contraddizioni sulla scena di un modo di produzione che – lo ripetiamo con forza – dobbiamo prepararci ad abbattere, prima che combini disastri ancora peggiori a danno della specie umana. Lavoriamo perché rinascano organismi proletari territoriali di lotta e di difesa, aperti a tutti i proletari, occupati e disoccupati, uomini e donne, indipendentemente dall’origine, dalla lingua, dalla religione; proclamiamo a parole e nei fatti la lotta aperta tanto allo Stato che è il randello del capitale nazionale quanto all’imbelle antirazzismo e antifascismo democratico, cui opponiamo la teoria e la prassi dell’internazionalismo e la necessità urgente del rafforzamento e radicamento del partito rivoluzionario.
NO a ogni controllo e repressione del proletariato immigrato!
NO a ogni controllo e repressione delle lotte e dell’organizzazione proletaria!
Accanto alle parole d’ordine che investono obiettivi e metodi di una lotta essenzialmente economica, come gli aumenti salariali maggiori per le categorie peggio pagate e inversamente proporzionali alle condizioni di esistenza dei lavoratori, lo sciopero senza limiti di tempo e spazio, categoria e settore, il fronte unitario di classe fra immigrati, occupati, precari, “flessibilizzati”, donne e uomini, giovani e anziani, disoccupati e licenziati, per i lavoratori immigrati, e soprattutto per quelli che vengono da paesi esclusi dai trattati d’integrazione europea, vi sono rivendicazioni politico-sociali più generali, che riguardano i cosiddetti “diritti civili”:
a) Regolarizzazione, rinnovo dei permessi di soggiorno, ricongiungimento familiare senza formalità burocratiche, gratuiti e senza limiti di tempo;
b) Nessuna forma di controllo repressivo, schedature, impronte digitali o genetiche, campi di internamento, espulsioni, ecc.;
c) Ferma opposizione a ogni contingentamento di immigrazione di “stock” di lavoratori per progetti di lavoro specifici, stagionali o a tempo stabilito;
d) Estensione automatica di ogni “diritto” conquistato nel tempo dal proletariato autoctono: dalla sanità alla casa, dalla scuola alla previdenza sociale.
Lo sviluppo e l’articolazione di queste parole d’ordine saranno compito di organismi di lotta aperti a tutti i proletari e durissima deve essere la lotta contro ogni forma sindacale o associazionistica che si proponga di raggruppare i proletari in base a lingua, nazionalità o religione.
Lo Stato borghese genera disperati e diseredati a scala planetaria e, poiché ne teme la reazione sociale, li reprime tramite le proprie leggi e il proprio braccio armato – polizie e carceri –, isolandoli sempre di più dalla società civile. “Ma non scoppiano forse tutte le rivolte, senza eccezione, nel disperato isolamento dell’uomo dalla comunità? Ogni rivolta non presuppone forse necessariamente questo isolamento?” [9].
Quando l’Impero Romano divenne una decadente macchina di oppressione, furono “le giovani forze barbare ad uccidere una marcia burocrazia. ‘Lo Stato romano era diventato una macchina gigantesca e complicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l'oppressione con le estorsioni di governatori, di esattori di imposte, di soldati. Lo Stato romano fondava il suo diritto ad esistere sulla difesa dell'ordine all'interno, sulla difesa contro i barbari dall'esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine, e i barbari, da cui pretendeva difendere i cittadini, erano da questi considerati come salvatori!’. Ben venga dunque, per il comunismo, una nuova e feconda barbarie” [10]. Avanti, Barbari!
“Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non è uno slogan. È un grido di battaglia.
[1] Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica
[2] ibidem
[3] “Immigrazione e sovrappopolazione relativa”, il programma comunista, n. 1, febbraio 2003
[4] Dati “IOM World Migration Report”.
[5] Dati del “Cruscotto statistico giornaliero del Viminale”.
[6] “Immigrazione e sovrappopolazione relativa”, cit.
[7] https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2024-12/cpr-migranti-europa-italia-rifugiati-tortura.html.
[8] ibidem.
[9] Marx, “Glosse marginali di critica all'articolo ‘Il Re di Prussia e la riforma sociale’”, 1844).
[10] “Avanti, Barbari!”, in Battaglia Comunista, n. 22/1951.