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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 21 Settembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

A proposito di alcune assemblee indette dal S.I. Cobas

  • Categoria: n. 02-03, marzo-giugno 2020
  • Pubblicato: Venerdì, 12 Giugno 2020 18:59

Sabato 8 febbraio, promossa dal S.I. Cobas, si è tenuta a Roma un'assemblea contro la repressione delle lotte di difesa economica e sociale, con il dichiarato intento di creare un coordinamento per la lotta contro la repressione. E’ intervenuto anche un nostro compagno e, in un  breve ma intenso intervento, ha affermato (cosa che dovrebbe essere ovvia) che quanto da molti viene costantemente denunciato (precarietà, morti sul lavoro, malattie professionali, distruzione ambientale e ogni altra nefandezza) in realtà ha un nome: “modo di produzione capitalistico“. A poco serve indignarsi e pretendere di riparare a tutto ciò chiedendo allo Stato (l’organo che gestisce questo modo di produzione) leggi più giuste. La stessa repressione ha un nome: modo di produzione capitalistico! Ed è proprio con la repressione che la classe dominante esercita la sua dittatura, che oggi si esprime nella democrazia parlamentare. Non si parli dunque di “diritto di sciopero”, anche perché allora ci sarebbe pure il… “diritto di crumiraggio” ! Lo sciopero, sia chiaro una volta e per sempre, non è un “diritto”, ma un'ARMA e come tale va usata! Il picchetto è l'unica espressione, oggi, della dittatura proletaria (e non dirittocrazia o democrazia  proletaria!): non a caso, il picchetto è sempre stato dichiarato illegale dalla borghesia, nei suoi regimi parlamentari o dittatoriali, in questo violento sistema capitalistico. Sono le lotte a costringere a ritirare provvedimenti repressivi onde far rifluire le lotte stesse. Il compagno concludeva dicendo che la lotta contro la repressione, ovvero contro il capitale (e il suo Stato), deve tenersi lontana sia dalle illusioni democratiche e riformiste sia dalla sterile indignazione.

 

Il 2/4 e il 14/4 u. s., abbiamo poi partecipato a due assemblee “virtuali” organizzate dai sindacati di base S.I.-Cobas e ADL-Cobas, seguite da una terza il 9/5. Le prime due assemblee hanno contato più di 150 partecipanti, coinvolgendo probabilmente almeno duecento persone. Difficile comprendere quanti di questi fossero i lavoratori e le lavoratrici e quanti “ceto” politico e/o sindacale, ma diamo per scontato che, visti i numeri, ci fosse una buona porzione di lavoratori presenti alle videoconferenze.

Le componenti che hanno partecipato sono state molte e variegate, riconducibili al panorama politico extra-parlamentare o aspirante-parlamentare italiano: si andava da sigle della sinistra comunista fino ai lontanissimi rappresentanti della sinistra opportunista borghese (due nomi per tutti: Potere al Popolo e Rifondazione Comunista); nel mezzo, decine di sfumature politiche, comprese organizzazioni che si rifanno al trozkismo nostrano. Ma non erano presenti solo sigle politiche: molte erano infatti le organizzazioni e i comitati di territorio e di “movimento”, collegati da tutta Italia.

Questo ampio arco di partecipanti è stato l'elemento positivo e negativo allo stesso tempo di queste due assemblee. Positivo, in quanto si è avuto un quadro abbastanza ampio e particolareggiato della situazione in cui oggi versa la nostra classe, divisa fra chi è preoccupato per la sospensione o la perdita del lavoro e la certezza di cadere velocemente nell'indigenza, e chi è altrettanto preoccupato per essere ancora in produzione, con la spada di Damocle di potersi ammalare e far ammalare i propri famigliari e affini – insomma, la consueta scelta se perire di incudine oppure di martello.  Positivo è stato anche l'atteggiamento (e le indicazioni) che le due sigle sindacali promotrici hanno tenuto durante il dibattito, mantenendo nei limiti del possibile la discussione sul da farsi (e le successive decisioni pratiche) su un terreno di concretezza, con l'obiettivo di promuovere iniziative di lotta effettivamente praticabili nella situazione presente, complessa com’è e piena di trappole. Se e quando hanno ampliato il discorso a considerazioni di stampo politico, lo hanno fatto come necessaria risposta alle sollecitazioni e ai ragionamenti che sono venuti dai partecipanti e in particolare dalle sigle politiche presenti.

Le decisioni e gli appelli scaturiti da queste due assemblee si possono facilmente trovare sui media delle due organizzazioni: quindi non indugeremo a elencare i vari punti o a esaminarli in modo particolareggiato. Invece, ci preme sottolineare quello che per noi è stato l'elemento debole delle assemblee, ovvero la presenza indiscriminata di qualsiasi sigla politica e parapolitica. È certo auspicabile quanto necessario che i lavoratori e le lavoratrici, a prescindere dalle loro idee politiche, possano costruire un'unità, la più ampia possibile, sui luoghi di lavoro e sui territori per mettere in campo una risposta sufficiente e decisa all'attacco che la borghesia, utilizzando l'emergenza in corso, sta portando alla classe: ma anche, più in generale, quando l'emergenza sarà terminata (sempre che ci sia la volontà di farla terminare). Ma questa unità deve necessariamente nascere dal basso, ovvero dai lavoratori e dalle lavoratrici stessi e fermarsi alle soglie delle sigle politiche: se così fosse, l'unità sarebbe vera e concreta, in quanto frutto di una spontanea unione dei lavoratori e delle lavoratrici, e sarebbe efficace in quanto si concentrerebbe sull'aspetto di difesa intransigente delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Potremmo così assistere finalmente a una progressiva ripresa della lotta, che presto o tardi sfocerebbe in lotta di classe. E questo oggi serve: che la classe torni nelle piazze e inizi un percorso di concentramento e rafforzamento delle proprie capacità d'azione. Serve che la classe si trasformi da genericamente rancorosa a materialmente tumultuosa!

Quando però si scambiasse quest’unità, come a tratti è parso che avvenisse, come un’unità delle sigle più disparate e con posizioni spesso lontane e contrapposte fra loro, allora il disastro sarebbe certo e tutto il processo si arenerebbe in uno sterile confronto fra posizioni e tentativi di “egemonizzare” le lotte della nostra classe da parte delle varie sigle presenti – pessimo costume che accompagna i movimenti italiani almeno da 70 anni!

Noi possiamo anche comprendere che si debba arrivare a dei compromessi, o almeno a delle “desistenze”, sempre e solo sul piano della lotta pratica alla borghesia, in questo primo momento; ma ci chiediamo come è realisticamente pensabile parlare di un movimento compatto dall'alto, cioè non fondato da e su lavoratori e lavoratrici, ma da e per le organizzazioni politiche, mettendo insieme stalinisti e poststalinisti extraparlamentari, trotzkisti, operaisti, anarchici, rivoluzionari della sinistra comunista e, comunque declinati, riformisti e opportunisti di ogni sorta! Come si può pensare sinceramente che queste espressioni politiche possano spogliarsi della proprie pelle e, sciogliendosi, fondersi in un unico organismo, non si capisce poi su quale base programmatica?

Possiamo veramente credere che sigle politiche (o più spesso i loro epigoni), che in questi 70 anni hanno gestito il potere borghese a vari livelli – dai più piccoli, come le amministrazioni comunali, su su fino alle alte cariche istituzionali dello Stato –  possano oggi dimenticare il loro istinto, la loro storia, e trasformarsi in novelli rivoluzionari pronti a combattere… la tetta da cui per tanti anni hanno succhiato il latte?

Ancora una volta si ricade nell'illusione che il numero sia di per sé espressione di forza. Ancora una volta, consci della l'attuale debolezza, si cerca di “dopare” il processo, finendo in minestroni maleodoranti e indigesti. Ancora una volta si finge di non sapere che gli interessi che spingono molte di queste sigle partitiche sono solo di stampo elettoralistico e di potere (potere borghese, s’intende!). In ultima analisi, ancora una volta non si impugna la necessaria mannaia, per separare una volta per tutte le forze sane del proletariato dal resto delle posizioni. Quante volte dobbiamo ancora sperimentare il triste fatto che tutto un ventaglio di posizioni politiche non appartengono alla tradizione genuinamente rivoluzionaria, ma sono assoluta espressione delle quinte colonne borghesi nel corpo della classe? Lasciamo alla riflessione comune la risposta a questa complessa ma imprescindibile domanda.

Un ultimo appunto vogliamo muovere alle discussioni a cui abbiamo assistito. Parliamo della generica e generale richiesta del “reddito di cittadinanza”, di emergenza... universale, intergalattico, cosmico! Bene hanno fatto quelli del Si Cobas a rivendicare, non reddito, ma salario; e, conseguentemente, a rivendicare l'abbattimento generalizzato dell'orario di lavoro a parità di salario, e non la richiesta di essere mantenuti da questo infame sistema. Pur essendo legittima la richiesta di liquidità, nel breve e nel medio termine, molto meno legittimo è rivendicare e spesso pretendere un generico reddito che trasformerebbe la classe operaia in una plebe. Meglio allora sarebbe organizzarsi per casse di mutuo soccorso generalizzate e per azioni di aperte e coordinate ribellioni, con esproprio e rifiuto di ogni gabella... Le parole hanno ancora un senso: e allora “reddito” significa “prelevamento di valori da altrui creati” (e chi dovrebbe mai creare questi valori per noi? le masse di proletari internazionali?), mentre “salario” significa “contratto di vendita della propria forza lavoro”, e dunque significa lotta per strappare il maggior salario possibile, andando ad erodere i profitti del capitalista. In ultima analisi, si chiede carta moneta, e ciò significa chiedere pezzi di carta che in sé non hanno nessun valore e possono essere svalutati a piacimento dalla borghesia. Invece, rivendicare salario e la riduzione generalizzata delle ore di lavoro significa colpire la classe avversa al cuore, intaccando proprio il meccanismo di valorizzazione (e di furto) che tiene ancora in piedi questo infame modo di produzione.

Ma torneremo su questo argomento in un prossimo futuro.

 

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

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  • Milano - La sede di Milano (via dei Cinquecento n. 25 ) cambia l’orario di apertura, lunedi ore 18 e non più alle ore 21
  • Bologna - Al momento è sospesa l’apertura al pubblico
  • Torino - Nuovo punto di incontro presso Bar “Pietro”, via S. Domenico 34 (sabato 21 novembre 2020, dalle 15)

 

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