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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 30 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Il virus della crisi

  • Categoria: n. 02-03, marzo-giugno 2020
  • Pubblicato: Mercoledì, 08 Aprile 2020 19:22

Virus: dal latino vīrus = tossina, veleno

Chi è nata prima: la crisi o lepidemia?

Nel 2019, il FMI e tutti gli analisti economici lanciavano allarmi su una nuova crisi mondiale imminente [1]. A novembre 2019, il fondo d’investimento americano Bridgewater (il più grande hedge fund del mondo, con un patrimonio netto di 150 miliardi di dollari) scommetteva 1,5 miliardi di dollari sul crollo della Borsa entro marzo 2020. Secondo il suo fondatore, Ray Dalio, "Il mondo è impazzito, e il sistema è a pezzi. La colpa è delle banche centrali, che hanno iniettato una valanga di denaro gratuito (cioè creato dal nulla) nel sistema per tentare di riattivare la crescita e linflazione". Novembre 2019, dunque. Sulla nostra stampa avevamo già indicato queste tendenze del capitale.

 

Un altro esempio? Per cercare di far fronte alla crisi iniziata nel 2008, la Banca Centrale Europea, negli ultimi 10 anni aveva proceduto a un piano di acquisti di titoli di stato delle nazioni europee, il cosiddetto quantitative easing: una creazione di liquidità al ritmo di circa 20 miliardi al mese, per un totale di 2.650 miliardi di dollari. In molti, davanti a quella montagna di carta, lanciavano allarmi preoccupati.

E andiamo avanti. Da settembre 2019, la FED, la banca centrale americana, aveva intrapreso un’azione di immissione di liquidità nel sistema interbancario Usa, senza dare spiegazioni. Il sole 24 ore (19/9/2019) se ne chiedeva il perché, ma rassicurava i lettori sull’entità delle riserve della FED: 3500 miliardi. Nei giorni successivi, avvertiva però che: Le riserve bancarie presso la Fed sono ormai quasi dimezzate a 1.470 miliardi rispetto ai massimi del 2011 [] La Banca centrale ha finora immesso quasi 300 miliardi di dollari per oliare una liquidità che è indispensabile a normali attività di trading e prestiti delle banche (Il Sole 24 Ore, 21/9/ 2019); e in seguito segnalava le crescenti preoccupazioni sulle ragioni che stanno spingendo le operazioni straordinarie da parte della banca centrale americana. La Federal Reserve ha deciso di ampliare gli interventi sul colossale mercato monetario americano orfano di stabilità, aumentando da 75 a cento miliardi di dollari liniezione quotidiana di liquidità a favore delle banche (Il Sole 24 Ore”, 25/9/ 2019).

I segnali dal mondo finanziario già c’erano: tutta l’America Latina era già in crisi, tutte le economie e soprattutto la Cina stavano rallentando.

***

Il capitale ha dunque trovato nella pandemia un pretesto per giustificare l'esplosione di una crisi già maturata nelle sue dinamiche economiche. Il virus è a sua volta causa di crisi economica, e crea la necessità di forti interventi statali: quindi offre la migliore giustificazione per intervenire e rispondere al rallentamento, già in atto prima, dell’economia cinese e mondiale. La Cina è stata fino ad ora la valvola di sfogo della serie di crisi apertasi nel 1975, quando finì il ciclo di espansione iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. Per spiegare tutto ciò non occorre nessun tipo di complotto: sono più che sufficienti le leggi oggettive del capitale. Il virus è il capitale.

Breve digressione sul processo di valorizzazione del capitale

«Ogni bambino sa che ogni nazione morirebbe di fame, e non dico in un anno, ma in poche settimane, se si smettesse di lavorare.» Marx (lettera a Ludwig Kugelmann, 11/7/ 1868).

Il capitale non può fermarsi: deve valorizzarsi continuamente, crescere, ossia fare profitto, pena il fallimento, la crisi. Ma la concorrenza e la ricerca di maggiore produttività con l'automazione lo portano a eliminare l'unica fonte del profitto, il lavoro salariato, il capitale variabile, l’unico capitale che può creare nuovo valore a ogni ciclo produttivo. Tuttavia, a ogni ciclo produttivo il capitale che dovrebbe crescere e valorizzarsi risulta sempre più grande, e ha a disposizione in proporzione sempre meno capitale destinato al lavoro salariato (capitale variabile), in rapporto al capitale totale. Diventa allora impossibile, nella produzione stessa, far crescere un capitale diventato gigantesco. Il sistema capitalistico va incontro a crisi cicliche, crisi di sovrapproduzione di merci e capitali: il sistema ha troppo capitale in rapporto al capitale destinato al lavoro salariato, quindi il tasso del profitto si riduce ai minimi termini. Si producono troppe merci in rapporto alla capacità del mercato: e così non si trasformano in denaro le merci prodotte. Chi le dovrebbe comprare, se relativamente alla massa di valore delle merci prodotte ci sono sempre meno soldi, capitali, destinati al lavoro salariato? In termini scientifici, si parla di realizzazione del profitto: non si riesce a realizzare il profitto perché non si realizza (trasforma) in capitale denaro il valore di capitale contenuto nelle merci prodotte, che quindi restano nei magazzini.

Senza realizzazione non c’è denaro da destinare alla produzione per un nuovo ciclo di crescita: in definitiva, c'è troppa capacità produttiva in rapporto alla forma di produzione, che è capitalistica. La forma di produzione capitalistica diventa un freno per l'ulteriore sviluppo delle forze produttive sociali. Il sistema produce più capitale di quello che il lavoro salariato (capitale variabile), riesce a valorizzare; produce più merci di quelle che il mercato può assorbire, e si arriva alla saturazione: vulcano della produzione e palude del mercato.

La crisi, come una guerra, distrugge capitali e merci in eccesso. La pandemia, come una guerra, distrugge anche forza lavoro in eccesso o già uscita dal ciclo produttivo. Conclusosi il ciclo di espansione economica del secondo dopoguerra nel 1975 con la prima crisi mondiale, da allora è seguita tutta una serie di crisi [2]. In particolare, quella apertasi nel 2007-2008 non ha avuto soluzione di continuità con quella del 2010-2011: non è mai finita! Ogni volta che si è cercato di rimediarvi, se ne è in realtà preparata una successiva ancora più grande, perché dopo la crisi i capitali, le merci e le forze produttive crescono ancora.

La crisi attuale: prodotto della crisi che già cera

Eravamo dunque ancora immersi nella crisi del 2007-2008 e la Cina, locomotiva mondiale, rallentava, quando è arrivata la “crisi del coronavirus”.
La risposta degli Stati è, come dicevamo, l'emissione massiccia di titoli di stato, di “pagherò” che costituiscono altrettanto capitale fittizio garantito dalla forza economica e militare dei vari capitali nazionali.

Con una prima risposta alla crisi della pandemia, il 12 marzo 2020, la Banca Centrale Europea ha varato una campagna di credito (quantitative easing) di 120 miliardi per tutta l’Europa e un fondo di aiuti diretti alle imprese di 37 miliardi. Per bocca della sua presidente, la BCE ha affermato che comunque non si ravvisano al momento tensioni sulla liquidità sul mercato monetario o nel sistema bancario dellintera Eurolandia. Sarà riuscita a rassicurare i mercati? Se questa è la misura della solidarietà e del buon cuore dell'Europa, be’, le borse necessitano del… defibrillatore!

Arrivano allora rassicurazioni e il cuore delle borse europee riprende a battere. Le borse riprendono conoscenza e… si ritrovano in terapia intensiva. A stretto giro, il giorno dopo, si susseguono infatti e si rincorrono interventi di Germania e Stati Uniti. Gli Usa, i più sicuri della propria immunità e capacità di resistere, annunciano anche loro l’emergenza, almeno economica, con un primo piano di aiuti di 50 miliardi, e la borsa vola... La bolla si gonfia.
Ma non basta. Si tira fuori l’armamento pesante.

La Germania non avrà ancora un esercito, ma la stampa annuncia che tira già fuori il bazooka: crea, a uso esclusivo delle aziende tedesche, un capitale di 550 miliardi di euro (“La Germania sfodera un bazooka da 550 miliardi”, Milano Finanza, 13/3/2020).

Come rispondono gli Stati Uniti? “Coronavirus, bazooka della Fed: intervento da 1.500 miliardi” (Il Messaggero, 12/3/2020). Nella crisi dei derivati, la Fed, per salvare le banche USA, aveva dovuto creare “solo” 1200 miliardi.
Ma le mosse della Fed non fermano le vendite e la borsa va di nuovo giù: per Wall Street, la peggior seduta dal 1987 (-12%)!

E il governo italiano? La propaganda usa quasi sempre le parole in senso opposto al loro significato reale. Il decretino sugli interventi economici di fronte alla crisi coronavirus si presenta come decreto “Cura Italia”. Le misure adottate forniranno gli strumenti necessari, di base, che ancora mancano contro la malattia? Contrasteranno la miseria crescente, i fallimenti, le perdite dovute alla chiusura, la disoccupazione, i drammi sociali, nell’immediato e quando tutto sarà finito?

L’Italia vara un piano di aiuti immediati per 25 miliardi… il solito imperialismo straccione! Per l'economista Mody, all'Italia servirebbe un salvataggio da 500-700 miliardi di euro. Questi numeri rispondono alla domanda di prima: il decreto “Cura Italia”, con i suoi miliardi, coprirà i danni, curerà l’Italia? Per fortuna c’è l’Europa, che promette: per ora, al 20 marzo, 750 miliardi di acquisizioni di titoli di stato dai governi nazionali. La “cura” sarebbe dunque l’iniezione di altro capitale, un siringone in un sistema già drogato che rischia l’overdose.

Il nostro è solo “catastrofismo da comunisti faziosi”? Sentiamo allora che cosa si dicono i capitalisti. Il giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore (14/3/2020), così titola: “Perché le Borse impazziscono? Sta cadendo il castello di carta della finanza”. Sottotitolo: “Non solo il coronavirus. Apesare davvero sui listini sono le vendite forzate: è in corso il più grande smantellamento di strategie dinvestimento”. E continua: “Non è più solo il coronavirus. Non è più solo il flusso di notizie a far precipitare e risalire i mercati finanziari come fossero yo-yo impazziti. Il problema ormai è anche un altro: sta cadendo quel gigantesco castello di carta finanziaria costruito in un decennio di tassi bassi, liquidità abbondante e assuefazione ai rischi”. Traete voi le conclusioni.

Non ci interessa qui fare la cronaca precisa delle misure prese, mentre sono ancora in corso altre ipotesi di creazione di denaro dal nulla con cifre astronomiche che si superano di giorno in giorno, fino al credito illimitato prospettato da parte della FED e della Commisione Europea (non ancora, al 23/3/2020, da parte della Banca Centrale Europea). Lo approfondiremo in altri lavori specifici: ma la sostanza non cambia. Il punto è indicare una tendenza determinata e deterministica, vederla nel movimento reale: come si cerca di risolvere la crisi? Con un’ulteriore droga finanziaria di capitale creato dal nulla, ossia debito, preparando una bolla ancora più grande e un crollo ancora più gigantesco.

Il debito mondiale, a fine settembre 2019, aveva raggiunto i 253mila miliardi di dollari, 9mila in più rispetto a dicembre 2018. Era un nuovo record in valore assoluto ed è un nuovo primato anche rispetto al prodotto interno lordo mondiale: il rapporto debito/Pil globale è salito allora al 322%. Come record non è durato molto: già nei primi tre mesi di quest’anno, il debito mondiale raggiungerà i 257mila miliardi (dati dell’IIF, Institute of International Finance). E ora si aggiunge una nuova emissione di debito gigantesco che prepara altri crolli. Ognuno di questi crolli avrà poi conseguenze sociali: disoccupazione e miseria crescente, tensioni sociali, tendenza della guerra commerciale a trasformarsi in guerra armata.

Ritornando alla domanda iniziale

Allora, chi è nata prima? Il virus, come una crisi e come una guerra, distrugge forze produttive, capitali, merci e proletariato in eccesso, popolazione non produttiva; il virus, sull’onda dell’emergenza, permette di introdurre misure di contrasto al rallentamento della crescita del profitto. Ma il capitale si ringiovanisce, torna a saggi di profitto giovanili, altissimi, solo dopo un’enorme distruzione, come avvenne con la prima guerra mondiale e ancor più con la seconda… Maggiore è il capitale in eccesso, maggiore deve essere la distruzione: il gigantismo del debito pubblico mondiale ci dà quindi una misura della distruzione necessaria al terzo conflitto imperialistico mondiale. Il virus è il capitalismo.

Nella propaganda borghese, nella cosiddetta opinione pubblica ed anche in larga parte del proletariato, il sistema dominante è stato finora presentato come una forza invincibile, un gigante contro cui appare vana qualsiasi opposizione. Eppure ora vediamo tutte le sue contraddizioni manifestarsi e acuirsi: è bastato un minuscolo virus per metterlo in crisi e mostrarne l'incapacità di governare. E non si dica che si tratta di una crisi che nessuno poteva prevedere e di cui non si possono trovare le responsabilità! Un esempio tra i tanti: a settembre 2019, l’Organizzazione mondiale della Sanità e la Banca Mondiale avevano presentato il loro rapporto annuale sulla preparazione globale contro le pandemie: s’intitolava A World at Risk[3].

Il messaggio dello studio era chiaro: non si trattava di ipotizzare se la pandemia sarebbe arrivata, ma quando sarebbe arrivata. Il comitato di 15 esperti indipendenti che avevano redatto la ricerca scriveva: «il mondo è impreparato a gestire la concreta minaccia di una pandemia in rapida diffusione e altamente letale di un agente patogeno respiratorio che uccida da 50 a 80 milioni di persone e cancelli quasi il 5% delleconomia mondiale. C’erano già state delle epidemie negli anni recenti. Nel 2015, un team composto da scienziati ed esperti di sanità pubblica aveva stilato una lista delle malattie suscettibili di dare luogo a epidemie (febbre Congo-Crimea, Ebola, febbre emorragica di Marburg e altre ancora, più o meno gravi), senza includervi quelle malattie che pur avendo un elevato potenziale epidemico sono già al centro di programmi di controllo e ricerca specifici (come Hiv/Aids, tubercolosi, malaria, influenza aviaria e febbre dengue).

Non si poteva non mettere in conto che un mondo sempre più piccolo e collegato, con frequenti scambi e relazioni internazionali, dovesse prepararsi ad affrontare una pandemia. Questa idea elementare era studiata e dimostrata da numerosi istituti di ricerca, da anni. La conclusione degli esperti, questa volta all’unanimità, era stata che l’umanità convive da sempre con i virus patogeni, e sempre ci conviverà. Ciò che dovrebbe fare una società sana è prepararsi in anticipo: è indispensabile prevenire le epidemie e dotarsi di strumenti per affrontarle. Semplice! Ma il profitto non conosce prevenzione, poiché la prevenzione non fa profitto, e anche nella cura impera la sua legge.

***

Non abbiamo bisogno di spendere parole per denunciare gli interessi dei big dei farmaci ed il dominio del capitale sulla “scienza”, anche nella branca dell’industria dei vaccini. E non provate a convincere il capitale che investendo oggi risparmierebbe domani! Il capitale guarda al profitto a breve termine, agli affari in corso: deve crescere ora, e non gli interessa se rischia di crollare domani. Anzi, se viene l’emergenza, anche allora ci sarà occasione di fare profitto. La domanda che si pone continuamente non è: a costo di quante vite umane? La sola domanda che si pone è: a quale saggio di profitto? Ecco perché il re è nudo e rischia di perdere credibilità: è sempre più evidente che l’umanità oggi avrebbe le capacità scientifiche e i mezzi per contrastare gli effetti di qualunque virus patogeno. Ma è il sistema stesso che produce l’emergenza, la crisi sanitaria, la minimizzazione o l’esagerazione del problema a scopo speculativo, per interesse, per profitto. E al di là della capacità individuali o di classe nel compiere una critica approfondita di questo rapporto tra forma di produzione basata sul profitto e capacità di prevenire e curare le malattie si fa comunque strada nell’inconscio delle masse la sfiducia verso un sistema che non riesce a garantire nemmeno la salute, la vita.

                                                        ***

Forze produttive enormi ma sistema sanitario fragilissimo: carenza di medici, sistema di prevenzione e di cura senza infrastrutture e strumenti di base. Popolazione abbandonata a se stessa. Si salvi chi può, in base alle proprie riserve economiche, e pazienza chi non ne ha! In particolare situazione di disagio e pericolo sono lasciati i proletari nelle galere del lavoro salariato, i detenuti nelle galere della giustizia e gli immigrati delle baraccopoli, tutti costretti a condizioni di sovraffollamento. Anche gli anziani possono essere sacrificati, e lo stesso vale per i senzatetto. La contraddittoria comunicazione degli "esperti" produce incertezza e panico (inizialmente era solo un'influenza, ora non è semplicemente un'influenza; prima era trasmissibile solo per contatto diretto con una soggetto positivo, tramite la saliva e vie aeree, poi si scopre che è trasmissibile anche tramite superfici contaminate…). Esperti che litigano sul modo di elaborare statistiche e Stati che si accusano a vicenda di nascondere i dati per salvare la propria economia e quindi la propria reputazione davanti ai capitali internazionali e agli altri Stati. Interi settori produttivi al collasso.

Solidarietà tra Stati a parole e speculazione da sciacalli nei fatti. Il ministro del commercio USA esprime chiaramente ciò che gli altri non hanno il coraggio di dire o non dicono per opportunità: spera che il virus, negli altri Stati, abbia effetti positivi per il rilancio della produzione nel proprio Stato. Il virus è utilizzato come arma nella guerra commerciale. Anche lo scandalo scaturito dalle dichiarazioni del primo ministro inglese Boris Johnson (lasciar diffondere il virus per aumentare immunità di gregge) è dovuto esclusivamente al suo stile comunicativo diretto. In un primo momento, infatti dichiara apertamente che per salvare l’economia dovranno sacrificare una parte della popolazione, la più debole. I suoi omologhi, i leader degli altri Stati, fingono di scandalizzarsi, ma in sostanza si stanno comportando nello stesso modo, nonostante utilizzino un linguaggio più diplomatico, da politici navigati. Di fatto, l'allarme è ritardato, a costo di vite umane, pur di non bloccare la produzione, da parte di tutti gli Stati; gli untori sono sempre stranieri. Il virus impone di creare nuovo debito per tamponare la crisi che già c’era e così preparare una crisi ancora più gigantesca.

Tutto ciò accade all’interno della condizione naturale e patologica del Capitale, delle sue leggi oggettive, descritte dal comunismo scientifico sin dal suo apparire. Anche l’incidenza elevata del virus in aree fortemente industrializzate e inquinate, con una popolazione già immunodepressa soprattutto a causa di patologie a carico dei polmoni, è un altro dei prodotti del capitalismo, che ha favorito il contagio e la mortalità. Basti guardare i dati su inquinamento in Pianura Padana e a Wuhan, ossia nelle zone più colpite dal virus. Solo quando era troppo tardi il sistema produttivo si è fermato e a Wuhan si è avuto, in tre mesi, l’abbassamento drastico dell’inquinamento, mentre nel Nord Italia si è continuato a produrre anche in presenza di focolai,  perché questo gigante, il capitalismo, è costretto a produrre, non può fermarsi, deve crescere nonostante le crepe. E quindi, anche quando Italia e Cina sono in piena emergenza e costretti a fermarsi, gli altri continuano a correre. E quando poi anche gli altri sono costretti a fermarsi, nelle grandi concentrazioni urbane, si scoprono tassi di aumento dei contagi più ampi che in Italia e Cina, come accade a New York. Ma guarda un po’!

La stessa salute e gli strumenti di profilassi sono una merce. Una società sana, che avesse come priorità la salute pubblica, i bisogni umani, potrebbe fermarsi. Invece, la preoccupazione principale del capitalismo è la pandemia... economica, il calo della produzione e delle borse, con riflessi a cascata sulla produzione stessa.

Il coronavirus porta alla luce tutte le magagne del capitalismo, gigante dai piedi d'argilla. E siamo solo agli inizi...

                                                                                                                      31/3/2020

[1] [1] Leggiamo anche solo, su La Repubblica del 16/10/2019: “Ci sono ben sei indicatori dove la spia rossa si è accesa, e segnano gli stessi livelli che precedettero la crisi del 2007-2008. Li riporta il Global Financial Stability Report e, per evitare malintesi, l’Fmi li ha racchiusi in un semplicissimo dépliant, con tanto di sei inquietanti grafichetti. Il primo campanello di allarme è l’enorme crescita dei titoli, privati e pubblici, con tassi negativi, cioè sotto zero […]. Il secondo campanello d’allarme riguarda il sistema delle finanziarie non bancarie che prestano denaro. Facilitate dai tassi bassi e spesso senza un capitale adeguato hanno inondato il pianeta: ebbene nell’80 per cento delle più importanti economie più finanziarizzate il tasso di vulnerabilità del settore ‘nonbank’ è in crescita. Il terzo indicatore rosso è l’alto livello dei debiti poco sicuri delle imprese che, dice il Fondo, è in crescita in parecchie economie avanzate; in Italia ad esempio supera il 50 per cento. Si tratta complessivamente di 19 mila miliardi di dollari, circa il 40 per cento dei debiti aziendali delle economie sviluppate, considerati a rischio. Un livello più alto della crisi del 2008. Il quarto grafico del piccolo pieghevole riguarda fondi pensione e assicurazioni. La quinta grana che si profila all’orizzonte è quella dei paesi emergenti. Si stanno indebitando con i paesi avanzati dove i tassi sono bassi: il debito estero è salito al 160 per cento del valore delle esportazioni rispetto al 100 per cento del 2008. Naturalmente, una stretta delle condizioni finanziarie sarebbe letale. Sesto problema che si sta configurando sull’economia mondiale è quello del dollaro. Molte banche fuori dagli Stati Uniti hanno elargito prestiti in dollari fino a 12 mila miliardi di dollari. Sono prestiti che spesso vanno a finanziarie operazioni di acquisizioni in paesi emergenti”. Sei campanelli d’allarme: e se vi sembran pochi!…

[2] Crisi latinoamericana del debito degli anni ‘80, crisi israeliana dei titoli bancari (1983), crisi della Russia dal 1985 al 1991 con crollo dell’imperialismo russo nel1989, lunedì nero del 1987, crisi delle savings and loan associations USA (1989-91), crisi bancaria scandinava nei primi anni ‘90, scoppio della bolla speculativa giapponese (1991), mercoledì nero del 1992, crisi del Messico (1994), crisi finanziaria asiatica (1997), crisi della Russia (1997-98), crisi del Brasile (1998-99), crisi argentina (2001), scoppio della bolla della new economy o dot-com (2001), crisi dei subprimes (2007-2009, nota anche come “La grande crisi 2008-2013”), crisi del debito sovrano europeo del 2010-2011, crisi sudamericana (2019)...

[3]  Cfr. https://apps.who.int/gpmb/assets/annual_report/GPMB_annualreport_2019.pdf.

 

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