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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 21 Settembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Dalla Germania: La carenza di alloggi: piaga sempre aperta del capitalismo

  • Categoria: n. 02-03, marzo-giugno 2020
  • Pubblicato: Sabato, 21 Marzo 2020 17:53

Contro le illusioni sullo stato sociale, per una prospettiva rivoluzionaria per le lotte sugli affitti

Aumento degli affitti, carenza di alloggi, sgomberi e spostamenti forzati provocano la mobilitazione di decine di migliaia di persone, non solo a Berlino, fin da metà 2019: estese dimostrazioni di inquilini, tentativi di occupazione di immobili e soprattutto attività parlamentari, od orientate in senso parlamentaristico, delle sinistre capitalistiche caratterizzano più di qualsiasi altro tema l’attuale politica rosso-rosso-verde a Berlino. Se è positivo che, ad esempio in occasione del 3 ottobre (la “festa della riunificazione”, festa nazionale tedesca), migliaia di persone non siano scese in strada per festeggiare “la nazione”, ma per sostenere i loro interessi sociali (per affitti equi e contro i maneggi delle società immobiliari), di certo non rallegra invece la linea politica imboccata dalla sinistra borghese.

 

Attraverso l’indignata denuncia del “fallimento dell’economia di mercato” e slogan demagogici che rivendicano la “socializzazione”, s’invoca infatti una politica abitativa statale che metta freno alla “speculazione” e garantisca gli interessi degli inquilini. Il conseguente grido di scandalo sollevato dai conservatori e dalle associazioni degli imprenditori nei confronti di questo presunto “rigurgito di socialismo” (!!!) viene spacciato dalla sinistra del capitale come prova della propria radicalità e la questione delle abitazioni è sbandierata addirittura come la “questione di classe” per eccellenza. Per esempio, Riexinger, portavoce del partito Die Linke, ha dichiarato, nel maggio scorso: “A Berlino le recenti mobilitazioni per l’esproprio di ‘Deutsches Wohen & Co’ mostrano che si tratta di una forma moderna di lotta di classe, nella quale la questione degli espropri rappresenta un punto cruciale” (su Neues Deutschland, 9/5/2019). E anche sostenitori più radicali di una supposta “nuova lotta di classe” sposano questa interpretazione, sostenendo che tale lotta va condotta nell’ambito della riproduzione, per poi approdare alla richiesta di “una svolta antimonopolistica nella politica degli alloggi”, “basata su di una nuova edilizia comunale a modello austriaco”. (Christian Spengler, esponente del KPD berlinese, su Junge Welt, 15-16/6/2019). Non è certo un caso – e nemmeno una novità – che ogni tipo di riformismo non solo debba negare la tesi marxista del capitalismo di stato (come stato del capitale e ideale capitalista collettivo), ma scelga anche un terreno interclassista come ambito del suo agire.

 

Questione delle abitazioni e riformismo

Già nel suo scritto del 1872-73 La questione delle abitazioni, Engels analizzava le cause capitalistiche della miseria abitativa e ne dimostrava il legame inscindibile con l’apologia del riformismo di stato. Fin dalle prime pagine di questo scritto, rivolto contro i seguaci di Proudhon, si legge infatti: “Sono soprattutto questi mali, che la classe operaia ha in comune con altre classi, e specialmente con la borghesia, che formano il campo prediletto di occupazione per il socialismo piccolo-borghese cui appartiene anche Proudhon” [1].

Niente di nuovo sotto il cielo del capitale! E, esattamente come fa oggi la sinistra borghese, già i seguaci di Proudhon definivano la “questione degli affitti” come centrale nella lotta di classe. Engels cita infatti Proudhon (“L’inquilino è, di fronte al padrone di casa, ciò che è il salariato di fronte al capitalista”) e subito aggiunge: “Ciò è totalmente falso” (p.28). Ma quella è un’affermazione che sicuramente incontrerebbe il favore dei sostenitori della sinistra attuale. E proprio contro quest’affermazione argomentava Engels, con la tesi fondamentale della produzione capitalistica di plusvalore, tesi secondo la quale solamente la forza lavoro proletaria, acquistata dal capitalista al valore della sua riproduzione, crea quel plus valore che la borghesia può far suo e ridistribuire: “Per quanto possa essere grande il vantaggio che il locatore ricava dall’inquilino, si tratta sempre del trasferimento di un valore già presente, prodotto in precedenza; l’ammontare complessivo del valore posseduto dall’inquilino e dal locatore insieme rimane invariato” (p.29). Sta qui il punto nodale di natura politico- economica della questione abitativa: avere alloggio è una condizione essenziale della riproduzione (della forza lavoro) e quindi di un’economia capitalistica funzionante. I costi per l’alloggio sono componente centrale della riproduzione, quindi costi salariali dei proletari. Il capitale ha altrettanto interesse ad abbassarli quanto (in particolare in tempi di crisi) è interessato anche a investimenti redditizi (speculativi) in ambito immobiliare. Dentro questa contraddizione, è fondamentale il ruolo regolativo dello Stato capitalistico che, a seconda degli interessi economici, politici e sociali, può sostenere un maggiore saggio di profitto (minori costi di produzione), oppure migliorare il rendimento di investimenti nel mercato immobiliare, come accadde ad esempio con l’introduzione del tetto sugli affitti nella fase di ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale, o con la liberalizzazione del mercato immobiliare al riaccendersi della crisi capitalistica alla fine degli anni ’70 del ‘900.  Sono questi i confini strettamente definiti dall’economia in cui si muovono i riformisti, sempre pronti a tornare alla carica quando si tratta di mantenere le condizioni di riproduzione e la pace sociale su cui si fonda lo sfruttamento capitalistico.

Questione delle abitazioni e sviluppo capitalistico

Partendo dall’assunto che il capitalismo è un ordine sociale storicamente determinato, basato sulla totalità della mercificazione, e non una malvagia messinscena della speculazione e dello sfruttamento, per noi le condizioni economiche dello sviluppo sociale rappresentano la base per comprendere le contraddizioni della società e il modo del loro superamento. Non ci interessano le retoriche astratte sul diritto e la giustizia.  “Tutta la teoria di Proudhon – afferma sempre Engels – “riposa su questo salto di salvataggio dalla realtà economica alla frase giuridica. Ogni qual volta l’esimio Proudhon smarrisce la coerenza economica – e questo gli succede con ogni problema serio – si mette in salvo sul terreno del giure e si appella all’eterna giustizia” (p.31). Engels spiegava le cause capitalistiche della carenza di alloggi con i limiti imposti ai salari, con la disoccupazione causata dagli alti e bassi dell’economia, con la concentrazione dei lavoratori in grandi città dove si devono sempre trovare “affittuari per i più infami porcili” (p.58) e, non da ultimo, con le caratteristiche peculiari dei padroni di casa capitalisti che hanno “non soltanto il diritto ma per via della concorrenza, in una certa misura, anche il dovere di trarre dalla [loro] proprietà, senza alcun riguardo, il maggior canone d’affitto possibile” (idem)..

Nello sviluppo capitalistico del XX secolo, contraddistinto da crisi e lotte di classe, lo Stato è andato acquisendo un ruolo sempre più centrale, che il fascismo ha ulteriormente accentuato. Lo stato capitalistico crea le condizioni generali: ad esempio, organizza il mercato del lavoro esattamente come regola o deregola il mercato degli alloggi. Ad esempio, fino al 1944 lo stato fascista tedesco ha tenuto fissa una tassa sull’aumento di valore dei terreni, per rendere poco redditizia la speculazione: un programma che oggi è nell’agenda dei partiti della sinistra! Quando poi, nel 1945, all’economia di guerra e al populismo fascista succedettero il miracolo economico e lo stato sociale democratico, le esigenze della ricostruzione economica portarono tra l’altro all’introduzione di una rigida regolamentazione del diritto all’alloggio, favorevole agli inquilini, e all’incremento dell’edilizia popolare sostenuta dallo Stato, con lo scopo di venire incontro alla carenza di alloggi e di tenere bassi i salari. L’edilizia popolare, si pensi a una cooperativa sindacale come la “Neue Heimat”, conobbe nella Repubblica Federale tedesca un momento di grande sviluppo, che tuttavia ebbe fine negli anni ’70, quando il fabbisogno abitativo era ampiamente coperto e si cercavano nuove opportunità per gli investimenti. Così, anche la “Neue Heimat” già nel 1978 iniziò a vendere immobili a gruppi assicurativi, a investitori e inquilini, prima di finire, all’inizio degli anni ‘80, in un grosso scandalo di corruzione come altre imprese del sindacato. Alla fine degli anni ’80, la stagione dell’edilizia popolare ebbe fine e, spinta dalla riunificazione tedesca, negli anni ‘90 ebbe inizio un’orgia di edilizia privata. In mancanza di altre forme d’investimento promettenti, banche, assicurazioni, fondi pensionistici fecero il loro ingresso in gande stile nel business immobiliare. Deutsche Bank fondò nel 1998 “Deutsches Wohnen”, che più tardi vendette in borsa e che oggi con 12 miliardi di euro è quotata nel mercato azionistico quasi come la stessa Deutsche Bank.

La criticità di questi investimenti altamente speculativi è nota per lo meno dal 2007 e lo stesso Istituto Tedesco per la Ricerca Economica ha messo in guardia, nell’agosto del 2019, da un trend esplosivo e da una possibile escalation speculativa.

La situazione nel mercato abitativo non è dunque un fenomeno isolato, ma è parte della crisi strutturale in cui versa il capitale a partire dagli anni ‘70 del ‘900 e che fa sì che si investa nei mercati finanziari e nei cosiddetti ambiti speculativi dal momento che nella sfera della produzione non si conseguono sufficienti profitti. Tuttavia, l’aumento dei costi per gli affitti, che nel frattempo rappresentano 1/3 del salario totale, può rappresentare un pericolo per la politica dei bassi salari su cui si basa l’economia tedesca orientata all’export. Già ora gli imprenditori che si avvalgono dell’arrivo di nuova forza lavoro vedono nell’escalation del mercato immobiliare una minaccia alla crescita del loro business. Ma, quand’anche l’andamento di questo mercato degli alloggi impazzito e sottoposto agli scossoni delle crisi venga (momentaneamente) sottoposto a una regolamentazione da parte dello Stato, nulla cambierà del suo carattere capitalistico. Anche le imprese edilizie sono soggette alle leggi del rendimento capitalistico: così, ad esempio, sia nelle abitazioni cooperative berlinesi che nei tanto osannati edifici comunitari viennesi, gli aumenti degli affitti negli ultimi anni hanno ampiamente superato il tasso d’inflazione. La questione abitativa non ha soluzione nel capitalismo, come già affermava Engels nel suo scritto: “fin quando sussisterà il modo di produzione capitalistico, è follia voler risolvere isolatamente la questione delle abitazioni o qualsiasi altra questione sociale che pesi sulle sorti degli operai. Ma la soluzione è nell’abolizione del modo capitalistico di produzione, nell’appropriazione di tutti i mezzi di produzione e di sussistenza da parte della classe operaia stessa” (p.95).

Questione delle abitazioni e lotta di classe

Sebbene la questione delle abitazioni sia un terreno d’azione prediletto dal riformismo e contenga molti trabocchetti per la lotta proletaria, i permanenti attacchi alle condizioni abitative del proletariato con i conseguenti rischi per le sue condizioni di vita sono un campo della lotta di classe. Anche a questo riguardo la classe deve difendersi e sviluppare un’autocoscienza di lotta. Ma prima di tutto deve giungere alla consapevolezza che non può esserci una soluzione di questo problema entro la cornice del capitalismo e che riformismo e stato capitalista non sono suoi alleati ma avversari.

Che lo Stato sia un avversario schierato dalla parte del capitale non è un’affermazione teorica ma una realtà assolutamente pratica. Alla fine, qualsiasi tentativo di difendere i propri interessi al di là della politica democratica viene soffocato dallo Stato e necessariamente represso con la più dura violenza (sgomberi di occupazioni, criminalizzazione degli scioperi del canone….). Anche i tentativi in buona fede di elemosinare una politica alternativa tramite appelli allo Stato o petizioni popolari sono condannati a fallire sul nascere e non servono ad altro che a nutrire illusioni, a pacificare  e quindi a soffocare le lotte sociali. L’esempio attuale è quanto mai eloquente: non solo la statalizzazione (da parte dello stato del capitale) non rappresenta in alcun modo una socializzazione; anche credere che basti la sola volontà popolare per portare a termine degli espropri reali è più che una ingenuità. Poiché la RFT è uno stato di diritto con divisione dei poteri, e il diritto alla proprietà rappresenta un valore intoccabile, simili fantasticherie alla fine saranno inevitabilmente stritolate dalle macine della giustizia e le proteste verranno soffocate dalle “forze dell’ordine”. Ancora più assurdo è riporre speranze in certi settori di un supposto governo di sinistra (che oltre a tutto è stato corresponsabile della privatizzazione dello spazio abitativo pubblico). Il richiamo a cosiddette maggioranze democratiche è un gioco altrettanto pericoloso, che può rapidamente provocare dei passi indietro e soprattutto spianare la strada all’assoggettamento alle maggioranze democratiche. Non è, ad esempio, per nulla certo che esista una maggioranza favorevole a una proposta d’iniziativa popolare per un eventuale “esproprio”, soprattutto nel caso in cui la controparte presenti concetti alternativi e riesca a mobilitare con successo la macchina della sua propaganda. Potrebbe allora crearsi un consenso della società civile contro i nostri interessi e, avendo noi accettato le regole del gioco democratico, saremmo alla fin fine apertamente delegittimati.

L’idealizzazione dei meccanismi democratici evidenzia poi un ulteriore e ancor più grave problema. E arriviamo così anche alle prospettive di azione: la democrazia è  un meccanismo di pura generalizzazione numerica di rapporti di maggioranza, di passività. Le trasformazioni sociali non scaturiscono dalle urne elettorali, ma si producono in battaglie reali nelle strade, nei quartieri, nelle aziende ecc. Le trasformazioni sociali sono dunque una questione di reali rapporti di forza e non di maggioranze democratiche. Questo ci deve interessare nelle proteste per gli affitti. Come possiamo superare la passività e l’impotenza? Come possiamo imprimere alle lotte un orientamento di classe e rompere il carattere “popolare” che questo movimento ha in ampie sue parti? Con quali mezzi si può (analogamente allo sciopero) produrre un danno così grande da indurre stato e capitale a fare concessioni? Senza un reale potenziale di minaccia qualsiasi movimento si ferma allo stadio di risultati puramente simbolici e deve difendersi dagli attacchi di Stato e Capitale, nascondendosi dietro appelli democratici. Per noi, un movimento può rappresentare un punto di riferimento e offrire una prospettiva solo se ha un preciso indirizzo di classe, se affronta la questione delle abitazioni non in modo isolato e interclassista, ma ponendola come una controffensiva contro gli attacchi del  Capitale.

E’ chiaro che non possiamo sviluppare strategie di lotta sedendoci a una tavola rotonda; esse devono provenire dal movimento stesso e dipendono dalle sue forze e dalle sue possibilità. Quello che possiamo però fare è accompagnare e sostenere il movimento – e il movimento proletario in generale – nel suo faticoso cammino di ripresa della lotta di classe. A questo scopo, si deve innanzi tutto rompere con tutte le forme borghesi della politica (democrazia, legalitarismo, fissazione sul ruolo dello Stato, orientamento verso il “popolo” e verso una politica interclassista, invece che verso la propria classe ecc.). La questione che si pone per ogni movimento sociale è: come possiamo sviluppare un mezzo di pressione? come possiamo produrre un alto danno economico capace di far valere le nostre richieste? Nelle lotte in campo economico, questo mezzo di pressione esiste e sono gli scioperi che paralizzano la produzione e di conseguenza attaccano ciò che sta più a cuore al capitale: il profitto. Anche le lotte per la casa hanno sviluppato oggi come in passato i loro strumenti di pressione: resistenza agli sgomberi, occupazioni di immobili, sciopero degli affitti (rifiuto del canone), attacchi contro progetti immobiliari di lusso, sostegno a lotte operaie. Si tratta in tutti i casi di forme di lotta contrarie ai referendum di iniziativa popolare e ai giochini democratici, lotte capaci di produrre un danno e perciò di provocare direttamente il potere dello Stato. Anche se oggi non siamo, se non parzialmente, in condizione di praticare queste forme di lotta, è questa l’unica prospettiva in grado di produrre qualche effetto immediato e di esercitare a lungo termine la nostra classe a una prospettiva rivoluzionaria. Su questa ci dobbiamo pertanto concentrare. In questo senso scrivevamo nel 1981, in occasione del nostro intervento nel movimento berlinese per l’occupazione degli alloggi: “Che cosa rappresentano in prospettiva le occupazioni? Come ogni movimento collettivo per l’abbassamento degli affitti ecc. esse sono una misura necessaria alla difesa delle condizioni di vita immediate. Sebbene il movimento degli occupanti si limiti oggi per lo più a strati marginali della popolazione – nonostante la questione abitativa non riguardi solo e soltanto il proletariato vero e proprio - , esso tuttavia indica il solo metodo in grado di esercitare pressione sul capitale, perché solo occupando si riescono ad avere degli alloggi e si ottengono affitti più bassi, anche con il contributo che viene e verrà dai  movimenti per il rifiuto del canone e per l’abbassamento degli affitti. Solo una lotta diretta può alleviare i danni del capitalismo. Tuttavia resta il fatto – ancora di più che nelle lotte salariali – che per noi comunisti non conta solamente il successo immediato, che il modo di produzione capitalistico mette sempre di nuovo in discussione. Il problema centrale di qualsiasi lotta immediata sta nella nascita di organizzazioni per la difesa di classe che abbiano una crescente esperienza e allarghino la loro influenza nella guerriglia quotidiana contro il nemico di classe (…) Una tale organizzazione può consolidarsi come organizzazione di lotta solo a patto che si riesca a respingere l’influenza delle forze riformiste che cercano di appoggiarsi alle ali piccolo borghesi cosiddette alternative: dunque se si combattono efficacemente le illusioni riguardo ai piani riformisti e a qualsiasi collaborazione con lo stato e con le organizzazioni statali.” (Proletarier, 13/4/1981). Anche se oggi non abbiamo (ancora) un movimento di lotta paragonabile a quello degli inizi degli anni ‘80 e proprio perché singole forme radicali di lotta stanno ancora nell’ombra del riformismo, la difesa delle posizioni di classe rivoluzionarie, la memoria delle esperienze delle lotte passate, ossia la diffusione del programma comunista rappresentano una questione centrale. Invece di sognare il movimento per poi capitolare davanti al riformismo (come negli slogan: “Copertura locativa – ma corretta” o “Espropriazione – ma senza compensazione”), questo compito è assolutamente concreto. Già Engels concludeva le sue considerazioni sulla Questione delle abitazioni affermando che “il socialismo pratico [nel senso di contrapposto a quello di Proudhon e degli utopisti – NdR] consiste invece in una corretta conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi vari aspetti. Una classe operaia che è sicura di sé non sarà mai imbarazzata nel decidere, all’atto pratico, contro quali istituzioni sociali deve indirizzare i suoi attacchi, e in qual modo” (p.127).

P.S.: In data 30/1, il governo berlinese ha poi promulgato una legge mirante a mettere un tetto agli affitti (Mietendeckel), per fermare gli aumenti e ridurre gli affitti troppo alti. Ci sono però cause pendenti presso la Corte Costituzionale (Verfassungsgericht), perché non è chiaro (!) né se un governo può limitare la proprietà né se a farlo può essere la regione berlinese o deve essere il governo federale…

[1] F. Engels, La questione delle abitazioni, Editori Riuniti, 1971, p.28. Le citazioni che seguono sono tutte tratte da quest’edizione.

 

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