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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 09 Luglio 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

L'uso sociale dell'epidemia

  • Categoria: n. 02-03, marzo-giugno 2020
  • Pubblicato: Lunedì, 16 Marzo 2020 19:22

In una serie di articoli usciti sulla nostra stampa nel corso degli anni ’50 del ‘900 [1] parallelamente al lungo studio sul « Corso del capitalismo », dimostrammo, classici del comunismo alla mano, come i « drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale » (inondazioni e dissesti idro-geologici, cementificazione del territorio, crolli di dighe e naufragi di piroscafi, e via di seguito) siano tutti da ascrivere al modo di produzione capitalistico. Erano, quelli, gli anni della ricostruzione post-bellica e dello sfrenato boom economico: dopo le immani distruzioni del secondo macello mondiale inter-imperialistico (e proprio grazie a esse !), la macchina produttiva capitalistica tornava a girare a pieno ritmo – anzi, a un ritmo mai conosciuto prima. E già allora, e ancor più oggi, sotto i nostri occhi erano e sono i risultati di quella sfrenata iper-produzione durata almeno tre decenni e, a partire dalla metà degli anni ’70, schiantatasi nella crisi sistemica in cui siamo tuttora immersi.

Alcuni esempi? Accelerata devastazione dell'ambiente, congestione delle megalopoli e spopolamento delle campagne, adulterazione dei cibi e inquinamento delle acque e dell'aria, galoppanti deforestazioni e desertificazioni, sempre più difficili e drammatiche condizioni di vita e di lavoro, crescita esponenziale della miseria, malattie « professionali » da esposizione all’amianto e altre sostanze tossiche, allevamenti intensivi e loro minacciose conseguenze, abissali squilibri economico-sociali fra paesi (lo sviluppo ineguale ben noto a noi comunisti), oltre naturalmente a conflitti spaventosi e distruttivi in intere aree del pianeta… A cui si può aggiungere, perché il caso è sotto gli occhi di tutti in questi giorni e settimane (scriviamo a metà marzo), sempre più evidente soggezione della ricerca scientifica alle leggi del profitto, strapotere delle case farmaceutiche, diffusa « farmaco-dipendenza », progressivo smantellamento delle strutture sanitarie, eccetera eccetera.

Al di là di qualunque spiegazione medico-sanitaria, che non ci compete, è proprio quello il brodo di coltura dell’ennesima epidemia che attanaglia oggi il mondo (ma quante ce ne sono state nel corso degli ultimi decenni? Mucca pazza, Aviaria, Ebola, Sars, Mers, Zika, Chikungunya, Dengue...). Detto in soldoni : il coronavirus o Covid-19 è figlio del capitalismo, figlio di una società divisa in classi e totalmente, globalmente, soggetta alla legge del profitto. E tacciano le anime candide e belle e i drogati da ideologia dominante per i quali questo è pur sempre « il migliore dei mondi possibili ». La società del capitale è la società delle catastrofi, delle emergenze, della paura, e soprattutto è incapace di affrontare le crisi che essa stessa alimenta e diffonde – sul piano economico come quello sanitario, o della vita quotidiana.

Ora però non vogliamo tanto parlare di questo: sono altri gli aspetti su cui vogliamo soffermarci. Vogliamo insistere sull'uso sociale (politico, ideologico, militare) dell'epidemia. Sia pure con modalità e tempi, in parte, diversi, la classe dominante di ogni paese ha infatti colto al volo quest'occasione per elaborare e mettere in pratica misure da stato d'assedio, che si proiettano ben oltre la contingenza del virus e prefigurano scenari, a essa ben noti per esperienza, sia di guerra di classe sia di guerra fra imperialismi – vale a dire, misure di terrorismo di Stato, tanto sul piano ideologico quanto su quello militare, di controllo del territorio. Oltre all’uso distorto e al limite della manipolazione di dati, statistiche e valutazioni spesso contraddittorie su morbilità e mortalità e ai continui litigi fra « esperti », politici, tecnici, intellettuali, risuona da ogni mezzo di comunicazione il richiamo martellante alla « responsabilità collettiva », all’« unità nazionale », al « farsi Stato » di ogni cittadino, all'esercizio del controllo sugli « altri », spalancando la porta verso la pratica della delazione, oggi nei confronti di chi non rispetta pienamente le decisioni che vengono dall'alto, domani nei confronti di chi non s'identifica pienamente nello Stato e intende anzi combatterlo; e si accompagna, quel richiamo, alla pratica abilmente indotta della separazione e dell'isolamento dei singoli, del sospetto e della psicosi collettiva. Povero individuo, povera « collettività », così celebrati come il non plus ultra e la garanzia della democrazia e poi sempre calpestati, sballottati e irrisi! La dittatura democratica assume qui contorni sempre più netti, e – con essa – l’evidente sebbene ancora embrionale allenamento alla gestione di conflitti futuri, che richiedano il massimo di patriottica compattezza. Proletari, attenti! Si attua anche così la preparazione alla guerra futura, quando lo Stato esorterà « tutti i cittadini », « uniti nell’abbraccio alla bandiera », a « stringersi intorno alle proprie truppe », impegnate a « difendere la Patria contro il nemico ».

C’è dell’altro. Per prima cosa, come si accennava più sopra, un po’ ovunque (Italia, Germania, Gran Bretagna, USA) il sistema sanitario sta andando in tilt e le misure di « contenimento del virus » sembrano mirate piuttosto a evitare il suo crollo clamoroso : ma ciò avviene proprio per i continui tagli al welfare (quel welfare già fiore all’occhiello di ogni paese uscito dai massacri della Seconda guerra mondiale) effettuati nell’arco di almeno due decenni, non per la malvagità di questo o quel governo o governante, bensì per la necessità del capitale, a fronte di una crisi che, con alti e bassi, si protrae fin dalla metà degli anni ’70, di eliminare il più possibile le spese improduttive. In secondo luogo, va ricordato che la cosiddetta « recessione » era in atto, sia in Italia che in Germania e in altri paesi, BEN PRIMA dell’esplosione dell’epidemia, come abbiamo più volte documentato sulla nostra stampa: il capitale sta già approfittando dell’occasione per riversare sul virus la responsabilità delle inevitabili, presenti e future misure di « salvataggio dell’economia nazionale », con il corollario di cassa integrazione, licenziamenti, intensificazione dei ritmi, sospensione e repressione della conflittualità – senza quindi doversi scomodamente arrampicare sui vetri per negare d’essere un modo di produzione superato e assassino! In prima linea, anche in questa emergenza, saranno quindi i proletari, i primi a fare le spese, per le gravi conseguenze dell’epidemia sulle condizioni di vita e lavoro (e sarà interessante verificare se e quando le statistiche sulle morti sul lavoro e da lavoro ricominceranno a circolare!).

Un segnale per noi incoraggiante e rivelatore è stato, dopo le rivolte nei carceri sovraffollati e in condizioni sanitarie a dir poco miserabili (durante le quali, a quanto pare, almeno una dozzina di detenuti, in Italia, si è suicidata, presa dall’improvviso e irresistibile desiderio di… farsi un’overdose), lo spontaneo scendere in lotta, in giro per l’Italia, con scioperi improvvisi e imprevisti dai mastini del sindacati di regime, di lavoratori e lavoratrici di fabbriche e magazzini, oltre che dei fattorini, dei riders, per protesta contro l’inesistenza di minime misure di tutela sul posto di lavoro. Ulteriore dimostrazione, da una parte, che è solo se i proletari si mettono in moto che ci si accorge di loro e, dall’altra, che è proprio quando si mettono in moto senza il controllo dei bonzi che lo Stato è indotto a fare concessioni, non importa di che entità. In quei giorni e momenti, i lavoratori e le lavoratrici hanno sentito e fatto sentire la propria forza potenziale e sarà compito di noi comunisti fare in modo che quest’esperienza non vada persa, distrutta o dimenticata nelle file proletarie. Quanto poi alla reale consistenza e soprattutto osservanza di tali misure, ci permettiamo di nutrire tutti i nostri dubbi: si vedrà, si vedrà… Insomma, dalla galera-galera alla galera del lavoro salariato, qualche flebile risposta c’è stata, la « carne da macello » ha fatto sentire la propria voce.

Anche quest’epidemia, come quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno, passerà. Ma è importante che alcuni squarci si siano aperti nella parete d’acciaio che cela alla vista la vera natura, distruttiva e assassina, di questo modo di produzione ormai superato e disastroso per la specie umana.

 

[1] A questo proposito, rimandiamo all’ampia bibliografia sul tema « Capitalismo e ambiente », uscita sul n.1/2020 di questo giornale.

 

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