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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 08 Luglio 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

Le controtendenze alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto

  • Categoria: n. 01, gennaio-febbraio 2020
  • Pubblicato: Mercoledì, 05 Febbraio 2020 18:19

Nel Libro Terzo, Terza Sezione, del Capitale, in cui si affronta il Processo complessivo della produzione capitalistica, Marx espone la legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto: nel capitolo XIII, esplora “La legge in quanto tale”, nel XIV “Le cause antagoniste” e nel XV “Lo sviluppo delle contraddizioni intrinseche della legge”. Sono le pagine centrali con le quali viene messa a nudo la dinamica del processo di produzione capitalistico. Ripercorriamole.

Il saggio del profitto, è dato dal rapporto tra il plusvalore pv (o profitto) e il capitale complessivo anticipato (c+v) (cioè, capitale costante c + capitale variabile v), ovvero il costo di produzione complessivamente impegnato economicamente. Il capitale costante c, ovvero la grandezza che nel corso della dinamica produttiva si mantiene costante, è somma di tre parti: i mezzi di produzione Mpz, le materie prime Matp e le materie ausiliarie Mas. Il capitale variabile v è la grandezza dinamica del sistema, il lavoro salariato; mentre il plusvalore pv rappresenta la variazione che subisce il valore anticipato (c+v) nel corso della trasformazione produttiva. Il saggio di profitto S’ è rappresentato, dunque, matematicamente dal rapporto S’=pv/(c+v). Marx definisce anche due altre relazioni: a) il rapporto tra saggio del profitto S’=pv/(c+v) e saggio del plusvalore (S=pv/v) e b) il rapporto tra saggio del plusvalore S=pv/v e saggio di composizione organica (S’’=c/v). Le due relazioni sono S’/S e S/S’’. La prima relazione (a parità di plusvalore) decresce tendenzialmente secondo il rapporto v/(c+v), la seconda (a parità di v) decresce tendenzialmente secondo il rapporto pv/c. Da entrambe le relazioni, si deduce la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, in quanto nel primo caso v è molto minore di (c+v) e nel secondo pv è molto minore di c.

Marx spiega (ancora Libro Terzo, cap XIV, pg.298, edizione Utet): “Se si considera l’enorme sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale […]; se si considera, in particolare, l’enorme massa di capitale fisso, che oltre al macchinario in senso proprio, entra nell’insieme del processo di produzione sociale, invece della difficoltà, in cui finora si sono dibattuti gli economisti, di spiegare la caduta del saggio di profitto, sorge la difficoltà opposta, quella di spiegare perché non sia più forte e più rapida”. Il che significa che il processo di accumulazione (del capitale) avrebbe come conseguenza di portare rapidamente la produzione capitalista allo sfacelo, qualora altre tendenze contrastanti non esercitassero di continuo una controreazione. Innalzare il saggio medio di profitto S’= pv/(c+v) significa, infatti, invertire il processo storico-economico, che, al contrario, tende inesorabilmente verso il basso: non si può mutare il corso della sua caduta, si possono tutt’al più ritardarne gli effetti.

E Marx chiarisce che in generale le medesime cause che generano la caduta tendenziale del saggio medio di profitto danno origine a forze antagoniste che ostacolano, rallentano, e parzialmente paralizzano questa caduta (non eliminano la legge: ne attenuano l’azione). E, se non fosse per questa azione contrastante, non sarebbe la caduta tendenziale del saggio medio di profitto ad essere incomprensibile, ma al contrario la relativa lentezza di questa caduta. In tal modo, la legge si riduce per l’appunto a una semplice tendenza, la cui efficacia si manifesta in modo convincente solo in condizioni determinate e nel corso di lunghi periodi di tempo.

Il medesimo testo enumera diverse controtendenze alla caduta del saggio medio di profitto, che si oppongono alle cause intrinseche dello sviluppo delle crisi di sovrapproduzione. Un elenco di concause ci permetterà di capire come il mostro del capitale ha in sé le capacità di allungare il suo tempo di esistenza, spostando la propria fine in avanti nel tempo. In generale, per ritardare la caduta, deve essere mantenuto o alzato il saggio medio di profitto (che gli ridà vitalità). Il capitale deve poi contare su un complesso di altre variabili, in particolare sull’aumento del saggio del plusvalore pv/v e sull’aumento della massa di plusvalore (N*pv), che dipende anche dal numero di lavoratori N, lasciando però immutati o ridotti i costi di produzione (c+v) (il cui aumento accelererebbe il processo di caduta).

Che cosa deve fare dunque il capitale per diminuire, attenuare la caduta del saggio medio di profitto e quindi imporre la sua caduta solo in forma tendenziale?  Deve sostanzialmente:

  1. Aumentare il grado di sfruttamento del lavoro a parità di costi di produzione, prolungare la giornata lavorativa (G) con aumento del plusvalore assoluto o relativo, intensificare il saggio di sfruttamento o saggio del plusvalore S=pv/v, aumentare il plusvalore pv, aumentare la massa di plusvalore N*pv, con N numero di lavoratori, a parità dei costi di produzione.
  2. Introdurre nuovi metodi di lavorazione: aumento della velocità e del rendimento delle vecchie macchine (ritmi di lavoro), liberazione di tutti gli inciampi al lavoro e delle limitazioni arbitrarie senza cambiare il rapporto tra capitale costante e capitale variabile. Introdurre nei processi produttivi lavoro femminile e minorile, da sempre fonti di energia viva a costi irrisori. Ritardare la presenza di capitale costante aggiuntivo. A parità di forza lavoro, il saggio del plusvalore cresce o tende a diminuire più lentamente. Fare tutto questo, a parità di costi di produzione, significa davvero condannare il proletariato alle vecchie catene arrugginite.
  3. Diminuire i costi del capitale variabile: è uno dei fattori più importanti per rallentare la caduta del saggio medio di profitto. Ricercare nuove aree di investimento, delocalizzando rapidamente la produzione ovunque sia possibile, nei settori in cui questo accade. Rifuggire gli alti costi dei salari: abbattere i costi del capitale variabile significa aumentare la precarizzazione del lavoro e conseguentemente abbattere i salari aumentando i lavori precari, flessibili, interinali, inserendo manodopera giovanile e femminile, apprendistato, cooperative di appalto e subappalto, lavoro nero.
  4. Diminuire i costi del capitale costante: in tempo di ascesa economica la parola d’ordine è trovare materie prime a basso prezzo, ma anche delocalizzare la produzione, ad esempio, dove la rendita del terreno, su cui innalzare i siti produttivi, è più bassa o praticamente inesistente: in tal caso, la quota di profitto si innalza per il capitalista. In periodi di espansione, la svalorizzazione del capitale, a causa dell’aumento della produttività del lavoro, fa rallentare la caduta del saggio medio di profitto: diminuiscono in tal caso i costi, pur aumentando la massa complessiva del profitto in rapporto al capitale variabile. In tempo di crisi, vediamo all’opera lo sciacallaggio ed il cannibalismo di classe: infatti, mani avide si presentano nella palude del mercato in crisi, rastrellando mezzi di produzione, materie prime e semilavorati, svenduti per chiusura di imprese, e in generale per la crisi di sovrapproduzione e la conseguente deflazione. Infine, in qualsivoglia occasione, dove è possibile si possono sempre riaprire vecchi cantieri, vecchie miniere, risparmiare in sicurezza, ritornare a un’agricoltura di raccolta, scavare e riempire fossati.
  5. Estendere la sovrappopolazione relativa, con aumento degli immigrati nelle grandi industrie, o prolungare in date branche la subordinazione del lavoro al capitale (rapporto tra mezzi di produzione invecchiati e masse proletarie più numerose: dunque, a più bassa composizione organica), significano spinte verso il basso del prezzo medio della forza lavoro e messa a disposizione, per le nuove industrie, operai poco esigenti e molto flessibili, soprattutto in quelle imprese in cui è richiesta molta manodopera con piccolo capitale investito in macchine e materie prime.
  6. Sviluppare ulteriormente il commercio estero: lo scopo è quello di abbassare i costi del capitale costante (materie prime e mezzi di produzione) e dei mezzi di sussistenza, comprando gli stessi a prezzi più bassi. In questo modo, crescerebbe il saggio di plusvalore e il saggio del profitto. Lo sviluppo del commercio estero è un altro dei fondamenti della produzione capitalistica fin dalla sua infanzia, e deriva dalla necessità imprescindibile di avere un mercato sempre più vasto per le proprie merci e per i propri approvvigionamenti. Inoltre, i capitalismi più forti saranno al centro di questa dinamica: si gioca una partita su scala mondiale, e vince chi riuscirà a mettere prima degli altri sul mercato (quindi con nuove tecnologie non ancora conosciute) merci a prezzi più bassi dei concorrenti, riuscendo a realizzare un saggio del profitto più alto del saggio medio: ovvero sovraprofitti. Con la penetrazione delle merci vi è la conseguente penetrazione di capitali che cercano la loro valorizzazione ed allora all’estero è possibile far nascere nuove sfere produttive a bassa composizione organica (miniere abbandonate, terre vergini, fabbriche a bassa composizione organica, con pochissimo capitale costante e molta manodopera). Infine, attaccando la rendita fondiaria e il profitto commerciale (=comprando o affittando infrastrutture e diminuendo i costi di trasporto) al plusvalore verrebbe sottratta una quota prima nelle mani di proprietari fondiari e i commercianti: quindi, aumento del profitto. La guerra tra bande proprietarie, in tempi di crisi, si alza di livello: lo smercio di tutte le cosiddette “merci illegali”, il contrabbando, il lavoro nero alla massima potenza sono terreni di scontro tra aziende cosiddette “legali e illegali”.
  7. Aumentare ulteriormente il capitale azionario: lo sviluppo di una porzione del capitale, calcolata e utilizzata soltanto come capitale azionario, ovvero produttivo di interessi, rende interessi molto sostanziosi. Questi interessi (dividendi) attirano capitali fuori dal contesto propriamente produttivo. Marx, in questo caso, non sta riferendosi ai prestiti bancari o all’usura, ma più propriamente del rastrellamento di profitti grazie all’investimento in altre aziende collocate in Borsa; quindi, degli investimenti azionari, o similari.
  8. Ridurre i tempi di rotazione del capitale: aumento della produttività e dell’intensità del lavoro senza l’aumento della massa del capitale costante nel ciclo produttivo riducendo il ciclo annuale. Si crea plusvalore dallo stesso processo produttivo mantenendo costanti i costi.
  9. Aumentare la massa monetaria addizionale (in modo da ridurre temporaneamente i prezzi di mercato a parità delle condizioni di produzione). Aumentare la massa monetaria, a parità di merci prodotte, significa svalutare la moneta; in un dato tempo, questo può incidere favorevolmente sui prezzi delle materie prime, ma anche dei mezzi di sussistenza del proletariato. Rimane chiaro che l’efficacia di questo tipo di interventi è assolutamente temporanea e inficiata dall’anarchia produttiva che vige nel sistema capitalistico.
  10. Produrre merci di lusso a uso delle classi medie e delle aristocrazie operaie (creazione di settori produttivi in cui non predomina il capitale costante, settori in cui si presenta una sovrappopolazione relativa costituita da lavoratori per lo più flessibili, disoccupati, che percorrono la stessa parabola degli altri rami della produzione; il capitale variabile occupa una proporzione notevole del capitale totale e il salario sta al di sotto della media, sicché sia il saggio che la massa del plusvalore sono elevati). La caduta in questi settori quindi fa da freno alla tendenza alla caduta del saggio medio di profitto.
  11. Guerre come fattore generale di uscita dalla crisi e dal crollo (sviluppo dell’industria di guerra, aumento massiccio dell’occupazione in questi settori, contingentamento dei prezzi di tutte le merci, sia mezzi di produzione, sia mezzi di sussistenza – salari e capitale costante). E in questo caso non pensiamo solo alle guerre generali, alle guerre mondiali, ma anche a tutte quelle miriadi di conflitti locali e regionali che da sempre danno fiato all’industria militare e quindi all’industria tutta dal punto di vista del realizzo dei prezzi delle merci e contemporaneamente permette agli imperialismi di accaparrarsi i territori dove si estraggono materie prime e non solo.

Ovviamente, queste controtendenze alla caduta del saggio medio di profitto non hanno valore di applicazione pratica, isolate o razionalmente perseguite; agiscono in relazione allo sviluppo e all’accumulazione di capitale, accompagnano la dinamica della caduta, che diventa perciò tendenziale. Se è vero che aumentando la massa dei lavoratori (e quindi la massa di plusvalore) e aumentando il saggio di sfruttamento cresce il saggio del profitto, è anche vero che, se si aumenta il numero di lavoratori, non si può non aumentare il capitale costante e fisso, non si possono non aumentare i costi di produzione, non si possono non aumentare i salari, non si può giocare solo in termini di svalutazione monetaria per esportare, non si può non aumentare la composizione organica, diminuendo drasticamente il numero di lavoratori, non si può non giocare con il capitale azionario e creditizio, non si possono non produrre merci di lusso. La condanna sarà tendenziale, ma è condanna. E tuttavia c’è un limite oltre il quale la caduta è un baratro, è la catastrofe. La guerra, come fattore generale di uscita dalla crisi, riunisce, proprio per mezzo della distruzione generale, i mezzi futuri per la ricostruzione, abbattendo la sovrapproduzione di uomini e mezzi, legandola alla produzione di guerra, irreggimentando la vita sociale. E partendo poi da un livello primordiale del capitale costante, e quindi da un altissimo saggio del profitto.

A questo punto, alziamo pure gli occhi e diamoci un’occhiata in giro…

 

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                                                                           (il programma comunista)

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