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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Sabato, 14 Dicembre 2019

La lunghissima notte dei morti viventi

Trent’anni fa, la caduta del “muro di Berlino” – simbolica solo per tutti coloro che di capitalismo e comunismo non hanno mai capito una sola parola – rilanciò in maniera rozza e volgare la polemica anti-comunista, che per quasi un secolo non aveva cessato di levare i propri ragli (usiamo questo sostantivo con tutto il rispetto per il nobile e simpatico animale che li emette): “Ecco la dimostrazione pratica di che cos’è il comunismo!”. Quella polemica riaffiora oggi con idiota ostinazione, non tanto perché scocchi il trentennale di quell’evento, ma perché tutto, nel mondo del Capitale, urla invece, con la forza della disperazione, la necessità di farla finita con un modo di produzione ormai solo distruttivo. La sequenza di sommosse che hanno caratterizzato questi ultimi mesi del 2019 (Cile, Libano, Irak, Bolivia, ecc.), di guerre sanguinose mai sopite (Libia, Siria, Yemen – per restare solo agli ultimi tempi), i massacri, le persecuzioni, la violenza infinita, le tremende migrazioni e i veri e propri pogrom di intere popolazioni, la crescita esponenziale del male di vivere a livello collettivo e individuale, la bieca, cinica strafottenza del potere in ogni Paese, e poi, al di sotto di tutte queste delizie, a spingerle e renderle inevitabili, la crisi del Capitale, le recessioni a catena, le economie nazionali traballanti e in aperta lotta fra di loro, l’impossibilità per il Capitale di resistere alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto (che è nei fatti, cari i nostri ottusi cantori del “migliore dei mondi possibili”: nei fatti inaggirabili e incontestabili) – tutto ciò mostra che è in atto, distruttiva e spietata, un’agonia senza fine. Le classi dominanti lo sentono fin dentro le ossa, quelle ossa passate attraverso (e rese esperte da) almeno tre secoli di dominio. Ovunque, politici d’ogni rango (e d’ogni raglio) si affannano, si arrabattano, alla ricerca di ricette “per uscire dalla crisi”, e in fondo in fondo sanno, sentono, che non ce ne sono: la loro è una lunghissima notte dei morti viventi.

 

L’anniversario della caduta del “muro di Berlino” è allora una ghiotta occasione, per quei politici e i loro reggicoda ben pagati (filosofi, storici, economisti, giornalisti, maîtres à penser d’ogni ordine e grado, d’ogni sfumatura di sporco) per dar sfoggio della propria totale, arrogante ignoranza, imputando al “comunismo” ciò che è invece caratteristico del capitalismo: non da tre decenni, ma da secoli.

Noi non abbiamo dovuto aspettare il 1989 per dimostrare, forte e chiaro, che là, nel cosiddetti “Paesi dell’Est” e altrove, non c’era nemmeno l’ombra del socialismo, figuriamoci del comunismo! L’abbiamo fatto fin da quel lontano 1926, quando ci siamo scontrati contro chi sosteneva – contro ogni evidenza, ma con le armi in pugno – di voler “costruire il socialismo in un solo Paese” e, così affermando (e usando ogni mezzo per far tacere chi vi si opponeva), buttava a mare Marx, Engels, Lenin (tanto per non far nomi): cioè, il materialismo dialettico. Noi non abbiamo scheletri nell’armadio: da allora, da quel lontano, drammatico 1926, ci siamo battuti e continuiamo a farlo, con la teoria e con la pratica, contro l’oscena mistificazione (che oggi tutti mettono sull’altare insanguinato dei sacrifici umani del capitalismo) del “socialismo reale”, del “comunismo sovietico” (che fosse russo, cinese, albanese, cubano, poco importa!). Abbiamo dimostrato, con i fatti della realtà economica, della struttura economica e sociale, che là si costruiva capitalismo e non socialismo, perché là dove ci sono denaro, salario, merci, là c’è capitalismo e organizzazione aziendale; che la gestione statale (più o meno estesa, con forti e significativi squilibri fra i vari settori) dei mezzi di produzione non era dimostrazione né di dittatura del proletariato (che, ottusi cantori!, è tutt’altra cosa), né – tanto meno – di socialismo raggiunto o addirittura di comunismo (che, ottusi cantori!, non sono la stessa cosa); e che quel crollo, la dissoluzione dei “regimi dell’Est”, stava tutto dentro la crisi strutturale del capitalismo mondiale, riapertasi fin da metà degli anni ’70 del ‘900 [1]. Beatevi pure della vostra ignoranza, della vostra arroganza. Strillatele pure da ogni microfono, da ogni pagina di giornale, da ogni sito internet, da ogni scranno parlamentare. Fatene pure sfoggio a ogni occasione mondana o sportiva o conviviale. Siete comunque destinati alla spazzatura della Storia!

I morti viventi puzzano: e un puzzo orribile si leva dalle carneficine del capitalismo. Tocca al proletariato mondiale (che cresce sempre di più e soffre sempre di più) dare l’assalto a questo mondo immerso nel fango, nel sangue, nello schifo di tre secoli di dominio borghese. Tocca a noi comunisti organizzarlo e dirigerlo in quell’assalto. Che l’inverno del nostro scontento diventi l’estate gloriosa della nostra vittoria!

[1] Un solo riferimento, fra le decine e decine di analisi da noi svolte, dati alla mano, sull’arco di decenni: “La Russia s’apre alla crisi mondiale”, Quaderni del Programma Comunista, n.2, 1977 (oggi ripubblicato in Perché la Russia non era socialista, Edizioni Il programma comunista, 2019). Sì, rauchi e stonati cantori, avete letto bene: 1977!

 

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