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Sabato, 14 Dicembre 2019

Pakistan, India e Cina: instabilità asiatica

Le guerre indo-pakistane per il Kashmir

Nel XVIII secolo, nell’attuale area indo-pakistana si scatenarono gli appetiti del colonialismo inglese che praticò un sistematico saccheggio del territorio. Dopo la divisione della colonia britannica nel 1947, i due Paesi confinanti, India e Pakistan, entrarono in una rotta di collisione alimentata dai nuovi nazionalismi che stravolsero il multietnico antico Impero Mogul. Pressioni economiche e politiche indussero in particolare la Gran Bretagna, destinata a cedere il passo agli Usa, ad appoggiare, nella nuova spartizione politico-economica, il mondo mussulmano e a “creare” nuovi Stati indipendenti. Furono così assemblati territori e regioni tra loro diversissimi, che avevano molte ragioni per scontrarsi e il Pakistan – diviso in due zone: il Pakistan vero e proprio a Occidente e il Pakistan orientale alle foci del Gange – si presentò ben presto come espressione del “nazionalismo anti-indiano”.

La divisione del territorio non avvenne attraverso relazioni pacifiche, tant’è che le guerre continueranno ad accendersi una dietro l’altra, sotto la spinta in parte dei comandi britannico-americano e in parte delle nuove potenze emergenti russo e cinese. Queste nazioni, quasi  “inventate di sana pianta”, verranno a costituirsi lungo linee politiche e religiose del tutto improvvisate. Quasi un terzo della popolazione mussulmana dell’India, a nord del Paese, rimase in territorio indiano e le violenze interne tra Indù, Sikh e Mussulmani causeranno tra i 500 mila e il milione di morti. Gli Stati del Kashmir-Jammu nel Nord indiano vennero coinvolti nella divisione, lasciando ai governanti, già presenti, la decisione di far parte dell’India o del Pakistan, non dimenticando l’area orientale, anch’essa mussulmana, sotto il controllo della Cina. Le spinte autonomiste si risolsero in atti di violenza e di guerra e in un nazionalismo sempre più esasperato e distruttivo. Quattro furono le guerre che porteranno, fino al nuovo secolo, a una “sistemazione”, per così dire, del territorio indo-pakistano.

La prima di queste guerre (quella detta “del Kashmir-Jammu”) nacque dalla volontà di spingere il Maharaja del Kashmir ad aderire a uno dei due Stati. La disputa fu risolta poi dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 47 dell’aprile del 1948, che divise il Paese a ridosso dell’Himalaya (il Karakorum) in territori amministrati dal Pakistan e dall’India. La seconda fu combattuta nel 1965 negli stessi luoghi, a causa di rivolte e infiltrazioni pakistane contro il dominio indiano: l’attacco militare portò a una vera guerra che durò appena un mese, causando migliaia di vittime, e si concluse temporaneamente con l’intervento, ancora una volta, dell’Onu e con il trattato dei Taskent. La terza, dovuta alla crisi economica nel corso della quale una decina di milioni di bengalesi si spostarono in India, si consumò nel 1971: dopo intensi combattimenti, giunse così a compimento il progetto, appoggiato dall’India, di separare dal Pakistan la regione orientale che d’ora in avanti si chiamerà Bangladesh, che si apre nella regione meridionale del Golfo del Bengala. La quarta guerra, nota come come “guerra del Kargil” perché lo scontro avvenne sulla linea di controllo che separa i due Stati (Pakistan e India), ha avuto inizio nel 1999: il conflitto dura pochi mesi ed è il primo conflitto mondiale tra potenze che dispongono di arsenali atomici, l’escalation si estende su vasta scala sia dal punto di vista militare che diplomatico, e il Pakistan, pur esibendo il possesso della bomba atomica, sviluppata con l’assistenza tecnica di Cina e Stati Uniti, sarà costretto alla fine a ritirare le forze d’intervento entro i propri confini.

Il conflitto indo-pakistano si riaccende

La rivalità tra India e Pakistan si prolunga dunque per quasi ottanta anni. Dopo una serie di conflitti che riguardano il riconoscimento della giurisdizione indiana alla regione del Kashmir, il Pakistan decide di chiedere il voto plebiscitario, che tuttavia si conclude con l’annessione del territorio all’India. Fra rivendicazioni politiche e scontri militari, s’innesta anche l’attività di gruppi insorgenti, terroristici e indipendentisti, che spingono oltre misura la conflittualità tra i due paesi. Dopo la serie recente (metà agosto) di scontri armati e di attentati terroristici a Srinagar, capoluogo del Kashmir, contro gli agenti della polizia militare indiana e la risposta dei raid aerei dall’uno e dall’altro fronte, la guerra si riaccende: il governo di Nuova Delhi revoca al Kashmir-Jammu lo status di “regione autonoma”, oggetto della vecchia disputa territoriale, e nello stesso tempo cancella l’articolo 374 della Costituzione, che consente ai due Stati della regione di legiferare con un proprio Parlamento. Il presidente indiano Modi approfitta di quest’ultima serie di eventi per decretare la fine di quella autonomia che ha garantito la “convivenza” per molti anni tra mussulmani e indù. La Costituzione, che ha proibito la divisione culturale e democratica e ha vietato agli stranieri la possibilità di comprare appezzamenti di terreno nel Kashmir, ha continuato a mantenere le sue competenze su molte materie, a eccezione della politica estera, della difesa e delle comunicazioni. Gli incontri del ministro degli Affari Interni e del Consigliere alla Sicurezza indiani decidono dunque la revoca, anche per la convergenza degli interessi economico-finanziari tra il Presidente Trump e il premier pakistano Imran Khan. A ciò si accompagna anche la richiesta americana di “negoziazione”, che al contrario avvicina la possibilità di un possibile scontro militare futuro. La strada della maggiore indianizzazione del Kashmir-Jammu spinge a ogni modo verso un più stretto legame degli interessi comuni tra Usa e Pakistan. L’eliminazione dello “statuto speciale” della regione aizza lo scontro religioso tra mussulmani e indù con lo scopo di de-islamizzare la regione e di utilizzare l’enorme ricchezza indiana per “impossessarsi” del territorio in modo definitivo, contestato non solo per via diplomatica ma anche per denaro. Il fatto che i due Stati, India e Pakistan, possiedano un arsenale atomico, pur rappresentando il pericolo di un conflitto che vada oltre i confini dei due contendenti, non esclude il suo utilizzo. L’annuncio della revoca dell’autonomia regionale da parte del Parlamento indiano è seguito poi dall’arresto di importanti politici locali e dall’interruzione delle comunicazioni tra il Kashmir e il resto dell’India. Seguono il rafforzamento delle misure di sicurezza e il dispiegamento di 10 mila soldati indiani, l’interruzione delle linee telefoniche e dei servizi internet, il divieto di riunioni e manifestazioni, la chiusura delle scuole e l’ordine alle migliaia di turisti e pellegrini di lasciare lo Stato a causa di minacce alla sicurezza collettiva.

La politica regionale e quella interna, che paralizzano da molti anni il conflitto diplomatico tra i due Paesi, porta all’escalation della tensione. I temi dello scontro nazional-religioso induista e la crescita economica continuano ad essere al centro della lotta politica. Alla fine di dicembre 2018, la vittoria del Partito del Congresso (INC) di Rahul Gandhi in alcuni Stati, tradizionalmente governati dal Partito conservatore (BJP), al governo dal 2014, era già un segno del malcontento che si andava diffondendo nelle aree rurali, colpite da un tasso altissimo di disoccupazione e miseria. Anche in Pakistan, comunque, il primo ministro Imran Khan deve fronteggiare la questione kashmira: nel panorama politico pakistano e nella realtà sociale, l’Esercito ha qui un ruolo di primo piano, perché numerosi sono stati in passato i governi guidati da colpi di Stato militari. Lo stesso ministro Kahn d’altronde deve tener conto della leadership dell’Esercito, che rimane un pilastro fondamentale dell’equilibrio istituzionale interno, e fronteggiare le opposizioni politiche, che lo hanno più volte tacciato di eccessiva subordinazione verso i militari, alimentando critiche che mettono in discussione la reale capacità di governare il paese.

Armamenti e testate atomiche

Un’intera zona è preda della cosiddetta radicalizzazione islamista: quella che va dal Pakistan all’India alla Cina e si divide in tre aree: a nord, il Kashmir pakistano (Baltistan); al centro-sud, il Kashmir-Jammu indiano; a est, il cosiddetto Kashmir cinese. Qui ribelli, talibani, signori della guerra, trafficanti di droga, separatisti etnici e banditi di ogni genere, mantengono un equilibrio instabile nell’intero territorio. Il Pakistan, nato più che da una rivoluzione nazionale vera e propria dalle pressioni di una debole borghesia militaresca in funzione anti-indiana a maggioranza mussulmana sunnita, è stato fondato il 14 agosto del 1947 sulla base di una federazione di regioni autonome; possiede la bomba atomica dal 1987, testata per la prima volta nel 1998 (attualmente, nei suoi arsenali conta tra 20 e 100 testate nucleari); non ha firmato il trattato di non proliferazione (TNP), ma un codice di condotta sulla proliferazione dei missili balistici, un programma sulle armi biologiche e sull’antrace, e infine una convenzione sulle armi chimiche (CWC) e batteriologiche (CAB). Il timore che queste armi vadano a cadere nelle mani dei terroristi, che potrebbero usarle o minacciare di farlo, è molto realistico. Dietro la proliferazione della “bomba”, la mano del Pakistan continua ad agitare i sonni di tutti i paesi dell’area. Non è un caso che si tema una possibile guerra nucleare per la situazione esplosiva in Kashmir. Il primo reattore nucleare indiano fu costruito nel 1964, mentre la produzione di plutonio iniziò nel 1966; il programma nucleare militare indiano si sviluppò nel periodo immediatamente seguente, con lo scopo di costruire una forza deterrente contro gli ostili paesi vicini, la Cina ed il Pakistan, oltre che per affermare un ruolo di potenza regionale del Paese. Il primo test nucleare indiano fu eseguito il 18 maggio 1974: in quegli anni, l’India era un paese amico dell’Urss, mentre il Pakistan era un fedele alleato degli Usa (e continua a esserlo). Il programma atomico di Islamabad svolgeva allora un ruolo di “contenimento” dell’influenza russa, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 1979 che minacciava anche il Pakistan. La nascita della Repubblica islamica dell’Iran nel 1979, l’attacco degli Usa contro l’Iraq e la guerra Iran-Iraq dei primi anni ottanta scompaginarono tutta l’area mediorientale.

Un altro evento moltiplicò i contrasti territoriali: fin dagli anni ’60, la Repubblica popolare cinese si dissocia dal “grande fratello russo” con il pretesto di differenze ideologiche e stabilisce una propria politica estera: nella nuova prospettiva, Pechino e Islamabad, si alleano sulla questione del Kashmir, in funzione anti-indiana . Le bombe atomiche indiane, cinesi e pakistane avrebbero dovuto, si diceva, stabilire un equilibrio politico di deterrenza nell’intera regione. Nel tempo, il Pakistan ha acquisito una maggiore potenza: l’arricchimento dell’uranio attraverso l’ultra-centrifugazione. I principali fornitori sono stati nel 1976 la Cina e la Francia, che hanno venduto impianti di ritrattamento, sottoposto alla vigilanza della Atomic International Energy Agency (IAEA). In particolare, la Francia ha fornito in quegli anni tecnologia nucleare su ordine degli USA. Ad alimentare la crisi nucleare ha contribuito l’acquisto da parte della Cina (il 31 dicembre 1990) di un potente reattore nucleare da 300 megawatt, con elementi forniti dagli Usa, Francia, Germania e Italia. Da tempo, per cercare di nascondere la presenza di materiale fissile nucleare si nega la stessa presenza della bomba. L’accordo di Ginevra lo chiarisce: “Nonostante i loro recenti test nucleari, India e Pakistan non hanno lo status di conformità al Trattato di non proliferazione (TNP)”. Alla bomba atomica si aggiunge la potenza aerea e missilistica dipendente dall’estero e la presenza di un grande arsenale militare proveniente dagli Stati Uniti: caccia bombardieri F16 e missili a lungo raggio e ad alta tecnologia per prevenire la proliferazione e l’escalation. Ma non mancano i Mirage III, il cui potenziale atomico proviene dalla Francia, e i sottomarini che arrivano dalla Francia e dalla Germania. Non basta: dagli anni’70, Islamabad accoglie con favore missili balistici cinesi e nord-coreani. Nel marzo 2006, il Pakistan esegue con successo la seconda prova di un missile da crociera in grado di trasportare un ordigno nucleare a 500 km. Il Presidente Musharraf, nascondendo gli aiuti che gli arrivano dall’estero, può scrivere orgogliosamente che i suoi ingegneri e scienziati hanno dimostrato la capacità di padroneggiare le loro tecnologie, per cui il programma strategico, garantendo la sicurezza, verrà potenziato maggiormente creando una… “deterrenza credibile”. E’ abbastanza strano – scrivono i giornali – che un “paese povero” come il Pakistan abbia potuto dotarsi della bomba senza il permesso della Cina e degli Stati Uniti e risulta anche poco credibile sostenere che il Pakistan sia il vero proprietario della sua bomba: ci si domanda se le bombe non siano testate “per conto” degli Usa o della Cina. Nel 1999, durante la quarta guerra (del Kargil), il Pakistan valutò l’opportunità di usare le armi nucleari dopo la controffensiva dell’India nel Kashmir, ma pare che i due paesi abbiano poi raggiunto un “mutuo accordo di non aggressione” dei propri impianti nucleari.

Pakistan: economia, urbanizzazione e proletarizzazione

A questo punto, a proposito del Pakistan, vale la pena di rileggere alcuni brani tratti da un nostro articolo (“Affari avvelenati in vista”, Il programma comunista, n°3/2015): “Il tumultuoso e forsennato periodo di crescita capitalistica ha visto ammassarsi la forza-lavoro in città invivibili e in fabbriche nelle quali l’estrazione di plusvalore avviene ancora, a causa dell’arretratezza delle condizioni tecniche della produzione, soprattutto tessile, secondo le leggi della produzione di plusvalore assoluto, piuttosto che relativo”. Tutta l’economia pakistana si basa su una rete diffusissima di piccole aziende che sfruttano sull’intero territorio manodopera minorile, la più esposta agli infortuni. La frequenza e la gravità di “incidenti” nei luoghi di lavoro, con centinaia di morti nei grandi centri produttivi del Paese, a Karachi e a Lahore, è impressionante. Circa 8 milioni di bambini tra i 10 e 14 anni (il 20% della popolazione attiva) sono impiegati in vari tipi di lavori, soprattutto nell’edilizia, nella costruzione di strade ecc. Il processo di urbanizzazione negli ultimi 50 anni ha toccato punte non conosciute altrove nel mondo, ha spostato masse enormi di contadini poveri dalle campagne alle città. La maggior parte della popolazione è passata in mezzo secolo da 47 milioni a oltre 200 milioni di abitanti finendo ammassata in città nelle quali mancano spesso anche i servizi più necessari. Nei centri a maggior sviluppo capitalistico, date le condizioni in cui il proletariato e vaste masse di sottoproletariato sono costretti a vivere nelle città e nelle loro periferie, le principali cause di morte sono malattie legate alla malnutrizione o al degrado ambientale e sociale. Le condizioni in cui viene utilizzata la forza-lavoro crea innumerevoli incidenti sul lavoro (incendi, cadute, crolli ecc.). Il settore primario gioca un ruolo fondamentale nell’economia del Paese. L’agricoltura e l’attività estrattiva sono gli elementi trainanti dell’economia: a questo riguardo, il Pakistan è il quarto paese al mondo per riserve di carbon fossile. Le grandi risorse minerarie sono ancora poco accessibili, mentre il Paese dipende in larga misura da altri paesi per il consumo di petrolio. Il settore industriale si basa molto sulla produzione tessile e occupa oltre il 60% della forza lavoro. Accanto a settori industriali avanzati (elettronica), è molto diffusa la produzione in piccola scala, di tipo quasi familiare. La borghesia locale, per lo più corrotta, si impone con governi militari e colpi di Stato, per fronteggiare la potenziale polveriera sociale formata da masse sterminate di proletari malnutriti e da una pletora di contadini senza terra sui quali il problema della carenza d’acqua fa ciclicamente sentire la morsa dolorosa.

Non intendiamo qui esaminare le enormi contraddizioni di un sub-continente, quello indiano, che non ha saputo né potuto mai liberarsi dalla fame, e che ha fatto la sua comparsa con il telaio meccanico inglese, che ha messo radici prima nelle campagne, saccheggiate dagli esattori delle imposte e dagli usurai, poi nelle città formicolanti di ex contadini affamati in cerca di pane nelle galere aziendali. Non è questo il nostro scopo: ma non si può comprendere appieno la realtà di questo grande agglomerato umano, se non si riesce a vedere come il bestiale processo di “liberazione” della forza-lavoro nel processo di accumulazione originaria, descritto per l’Inghilterra del XV-XVII secolo da Marx nel I Libro del Capitale, ha trovato una sua applicazione, diversa nel processo storico, ma non meno feroce nella sua realizzazione, lungo la valle dell’Indo alla metà del secolo passato. E non si può capire questa realtà, se non si vanno a esaminare a fondo le ragioni e le conseguenze della mancata rivoluzione agraria. Dopo minimi e presto abortiti tentativi effettuati negli anni Settanta di ridurre per legge, “alla prussiana”, l’estensione delle proprietà dei fondi, si calcola che oggi tra i 60 e gli 80 milioni di persone che vivono nelle zone rurali del Pakistan non hanno alcun diritto di proprietà sul suolo e si trovano, secondo una definizione dell’economia borghese, “al disotto della soglia di povertà”. In questo quadro, la principale “forza” che ha tenuto assieme i vari partiti, al potere o all’opposizione, è stata quella della finanza americana e del FMI – oltre al regime poliziesco statale. Sarebbe, tuttavia, fin troppo riduttivo limitare a quest’aspetto l’economia e la politica pakistana. Il Paese, che ha da sempre un bilancio commerciale negativo, è soprattutto dipendente dall’estero per quanto riguarda il settore energetico, telecomunicazioni, prodotti chimici e farmaceutici. Nonostante la voce grossa rivolta verso l’interno, utile a tenere schiacciate sotto il tallone di ferro masse impaurite da un crescendo impressionante di violenza, il Pakistan non può essere altro che un gigantesco terreno di conquista da parte di predoni ben più decisi ed organizzati e pronti a mettere le grinfie su un mercato di 200 milioni di individui e di enormi risorse sotterranee, in buona parte ancora inesplorate. Già nel maggio 2011 la Cina avvertì che “la sovranità e l’integrità territoriale del Pakistan devono essere rispettate” e che “un attacco contro il Pakistan sarà considerato un attacco alla Cina” (IndiaTimes, 20 maggio 2011). Da allora, l’interesse cinese verso il Pakistan si è fatto più pressante, mettendo in rilievo come il governo cinese negli ultimi anni si sia speso nel rilanciare la produzione rivolta al mercato interno e nel triplicare negli ultimi dieci anni la sua spesa in armi, diventando dal 2008 il secondo paese al mondo nella produzione militare. Il che dimostra che, mentre la politica economica si rivolge alla produzione interna al paese, quella strategica ha un indirizzo ben preciso verso l’esterno.

Avamposti commerciali e militari Cina-India.

Riportiamo ancora altri brani dell’articolo del 2015: “Grande è l’interesse che ha suscitato sulla stampa della borghesia internazionale la notizia che il 22 aprile del 2015, a Islamabad, il capo del governo Nawaz Sharif e il presidente cinese Xi Jinping hanno firmato accordi per investimenti cinesi nelle infrastrutture e nell’energia per 46 miliardi di dollari, una cifra che polverizza gli investimenti effettuati negli ultimi dieci anni da tutti i principali paesi che hanno interessi in Pakistan”. La somma è superiore a quella prevista dall’amministrazione americana tra il 2009 e il 2012 ed è quasi tre volte la cifra totale degli investimenti esteri arrivati in Pakistan dal 2008. L’investimento vedrà Pechino impegnato nella costruzione di strade, ferrovie, impianti energetici da qui ai prossimi 15 anni: si tratterà del più importante progetto di una “Nuova Via della Seta” che “coinvolgerà 65 paesi e prevede investimenti per almeno 900 miliardi di dollari finanziati da fondi specifici e dalla Banca Asiatica di investimento, denominato Belt&Road Initiative (BRI) con direttrici terrestri e marittime” (“Rotte di collisione”, Il programma comunista, n°4/2019). L’impegno finanziario per quanto riguarda il solo Pakistan renderà il Paese totalmente dipendente dalla politica cinese. Gli investimenti nel settore energetico di interesse strategico riguarderanno il porto di Gwadar, e soprattutto la costruzione di strade e ferrovie per oltre 3.000 km, nella direttrice denominata Corridoio economico Cina-Pakistan (Gwadar-Kashi). Il porto di Gwadar si trova poco lontano dallo stretto di Hormuz, in Pakistan, da dove passa circa il 20% del petrolio mondiale e a soli 120 km dalla frontiera con l’Iran. Nel settembre 2011, il Wall Street Journal riferiva che, date l’insufficiente attività commerciale del porto di Gwadar e la fortissima concorrenza di quello di Karachi, uno dei più importanti porti commerciali asiatici, il governo pakistano ha proposto alla Cina di farsi carico dell’intera struttura, che sarebbe di proprietà pakistana, ma gestita da una compagnia di Stato cinese, la China Overseas Port Holding Company. I cinesi hanno finanziato in larga misura i lavori di ristrutturazione del porto iniziati due anni prima, fornendo anche gran parte della mano d’opera (con la presenza di soldati per proteggere i lavoratori cinesi). Esso rappresenterà l’ingresso del Corridoio per il trasporto di petrolio medio-orientale verso Kashi, nella Cina nord-occidentale, per ferrovia, strada e oleodotto: con la possibilità di trasformarlo in futuro, all’occorrenza, in una base navale nel Mare Arabico. “La Cina si sta muovendo, dunque, con grande energia sulle regioni costiere del Pacifico sud-occidentale, dove sta costruendo i suoi avamposti commerciali (e, in prospettiva, militari)” (idem). L’India invece si trova stretta in una morsa, e non sono certo casuali gli accordi che, tra il 2005 e il 2008, il governo di Delhi ha sottoscritto con gli USA, con un programma di assistenza riguardante l’energia nucleare ad uso civile, oltre alla cooperazione per lo sviluppo della tecnologia satellitare. Lo stesso governo indiano nel settembre 2014, dopo anni di reciproca freddezza, aveva accolto Xi Jinping con grande entusiasmo, soprattutto per il progetto cinese di investire in India, nei prossimi 5 anni, oltre 20 miliardi di dollari per la costruzione di due grandi complessi industriali, la cooperazione nel rafforzamento dei trasporti ferroviari e un accordo sull’uso pacifico dello spazio. Ma il più recente accordo economico Cina-Pakistan viene visto da Delhi come una prova del doppiogiochismo cinese, in particolare per la costruzione di una mega-area di sviluppo industriale nella regione di Thatta, sul delta dell’Indo, a meno di 100 km da una delle tante zone contese tra Pakistan ed India, come una seria minaccia all’integrità del territorio indiano. “In questo contesto di instabilità crescente, il Pakistan rappresenta una faglia estremamente fragile, lungo la quale si possono orientare alcuni degli epicentri che scuoteranno il sottosuolo del capitalismo mondiale. Non è certamente casuale che, nel periodo 2009-2013 nell’ordine, Pakistan, India, Cina abbiano occupato i primi tre posti nella graduatoria dei paesi principali i mportatori di armi. E non è neppure casuale, che dal canto suo, Islamabad sfrutti l’alleanza con la Cina per rafforzare il proprio equipaggiamento militare” (idem). È recentissimo l’acquisto di 8 sottomarini di produzione cinese, chiaramente in funzione anti-indiana. La Cina è il terzo maggiore esportatore di armi al mondo (dopo USA e Russia) con un incremento dell’export militare del 143% nel quinquennio 2009-2014 rispetto al precedente (dati SIPRI). In tale contesto, il Pakistan figura tra i suoi acquirenti principali, coprendo da solo oltre il 40% delle esportazioni cinesi. Prima del recente affare dei sommergibili (del valore complessivo di 6 miliardi di dollari), il contratto più costoso che la Cina si era aggiudicata con il Pakistan negli ultimi anni riguardava la vendita di 50 caccia JF-17 (per un totale di 800 milioni di dollari). Scrivevamo dunque, nell’articolo del 2015: “Certamente, il gioco diplomatico e politico delle alleanze e degli equilibri strategici è ancora fluido, soprattutto in quest’area vitale per estrazione, produzione e distribuzione di ampia parte delle risorse energetiche del pianeta. Una cosa, tuttavia, è sicura. A fronte dell’acuirsi delle crisi, locali e generali, si assisterà alla preparazione di tutto l’armamentario ideologico della ‘difesa della patria’, per meglio organizzare nuovi macelli proletari. Non vi sarà scampo, se la nostra secolare parola dell’internazionalismo rivoluzionario non tornerà a farsi sentire con tutta la sua forza”.

Partito comunista internazionale

                                                                           (il programma comunista)

International Press

 

                   

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